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IL DISSENSO DIVINO
Basi e prospettive dello Yoga Sopramentale
 


1 /L'OSTACOLO PRINCIPALE ALLA DIVINIZZAZIONE,
LA SETE DELL'ESISTENZA INDIVIDUALE.


  
Dobbiamo innanzitutto metterci d'accordo su ciò che è “la sete dell'esistenza individuale„. Non è un processo personale, nessuno vi sfugge. Ciò si chiama dunque un principio generico. Il modo in cui il mentale è in interfaccia con la vita produce il processo. Uno dei successi del chanelling proviene forse per il fatto che le entità contattate non sono più chiuse nella vita, e che sono dunque liberate della sete dell'esistenza individuale, dell'impregnazione biologica. Parlano staccate delle costrizioni della personalità. Scendere su terra implica che si proverà questa sete, e forse restare nello stampo della natura. Cioè appropriarsi la capacità di combinare i verbi alla prima persona, fondendo quest'appropriazione “sulle necessità„ organiche e contingenti, ed i grandi modelli dei valori sociali, affermarsi in una competenza, sognare di un’incontra innamorata definitiva, perpetuare la specie, prendere del piacere in svaghi soggettivi, fisici o culturali, a volte i due. Non c'è nulla a ripetere su tutto questo modello, funziona ammirevolmente bene finché la necessità di diventare più cosciente si fa sentire. Ma è insufficiente per condurre al risveglio ed al Divino.


 
Tutti i precursori sono d'accordo sulla necessità di “ sformare„ i processi mentali, che sono costretti a passare da procedure materiali, i circuiti dei neuroni incoercibili, la cui funzione è di tradurre, cioè interpretare le percezioni del momento attraverso codici già preparati. Dei significati storici sono codificati nelle nostre risposte agli stimoli di qualsiasi ordine, e percepiscono al nostro posto, finché restiamo nell'estensione biologica da cui siamo derivati. Il dolore è presunto fare male, ed il piacere fare bene. L'approvazione dall’altro è presunta essere ricercata e piacevole, e la sua opposizione è presunta essere conflittuale, e suscitare ogni specie di resistenze, del dispiacere al odio, movimenti che sembrano legittime. Impressioni inevitabili emergono in noi davanti alcuni eventi, e trasformarne l’esperienza costituisce una parte importante del lavoro d'apertura al Dvino. Accumuliamo questo genere di interpretazioni tutte fatte delle cose nella nostra memoria evolutiva, e le subiamo in pieno, il tempo di capire che non ci riguardano, che vengono soltanto dall'intelligenza della vita stessa, compressa nelle leggi ecologiche, al servizio del mantenimento del gratificante. Tutta la nostra specie è presa in una rete immemorabile, la memoria genetica immagazzina il passato, quindi l'eredità lo restituisce sotto una forma dinamica, e la attiva con reazioni-tipo a situazioni date. Certamente, le culture differiscono, montano in spillo o riducono alcuni tipi d'interpretazione anticipate, ma nessuno vi sfugge. Ci sono anche civilizzazioni dove i codici sono così numerosi e pregnanti che occorre avere una quantità d'insolenza interna eccezionale per avere una possibilità di sfuggirvi: ad esempio un intellettuale indù che sarebbe ateo, per vivere la sua esperienza senza subire pressione ancestrale, si sentirà solo o disprezzato. Ci sono famiglie “di avventurieri„, dove si scherza al pranzo raccogliando tre generazioni delle difficoltà che s’incontrano, giocando carte su tavola, pur sorridendo degli scacchi amorosi che aprono su nuovi possibili, poiché, da molto tempo, la vita è accettata nel suo insieme, e celebrata senza riserve. E di altri, dove da secoli si trova ingiusto che la realtà “non lecca i piedi„ della discendenza. Tutto sarà drammatizzato ad ogni piè sospinto nulla andando da sé, vivere si limitando a cercare colpevoli e raccogliere i capri espiatori. Ci sono, grosso modo, molte categorie di ego biologiche mescolati all'ego mentale, da quelli che sanno cascar rittocome i gatti poiché cambiare strategia non pone loro alcun problemi, la vita restando disponibile in tutte le sue manifestazioni, fino a quelli che sono deboli e grigi, sempre al rimorchio della realtà, che, secondo loro, “non da„ abbastanza, e che mancano sufficientemente d'elasticità fino a perpetuare gli stessi errori di una generazione all'altra, senza mai potere riconoscerli come tali.


La sete dell'esistenza individuale costituisce questo processo che consiste nel fare della sua vita la sua propria cosa, il suo bene esclusivo, in diventarne più proprietario che inquilino… come se il tempo appartenesse “legalmente„ all’io, che si assegna così il potere sorprendente di fare ciò che bene gli sembra, senza misurare a fondo le conseguenze del suo passaggio, della sua fuga, del suo utilizzo empirico… dimenticando una folla innumerevole di fattori fra cui l'assenza, il difetto di presa in considerazione, imporrà la disposizione di itinerari preconcetti, vuoti di sensi, praticamente tutti intercambiabili, sprovvisti d'innovazione e di creazione: in breve, traittorie esistenziali che si saranno svolte senza aumento di coscienza. Nell'animale, la sete dell'esistenza è puramente automatica, benché inizi a particolareggiarsi leggermente nei mammiferi e maggiormente nelle specie addomesticate. Alcuni gatti e cani sono capaci di una celebrazione personale del loro stato di essere, in una ricettività che sviluppano spontaneamente e molto lentamente.


Nell'uomo, la sete dell'esistenza individuale è controllata dal libero arbitro che dà un margine di manovra personalizzato, ma questa divergenza è molto più piccola di ciò che si crede generalmente e non presta a conseguenza. Il libero arbitro è soltanto un semplice processo di cernita, per scegliere le biforcazioni dell'itinerario convenuto e permanente del tempo, tanto nelle piccole cose, come il colore di un rossetto o il pasto di mezzogiorno, che nelle più grandi, come il riconoscimento di una via spirituale, per la quale di numerose rappresentazioni fanno concorrenza per proporre una scelta a ciascuno, in funzione delle sue preferenze e delle sue qualità proprie. Le opzioni prese in considerazione dal libero arbitro non fanno che confermare predisposizioni sotterranee, o tratti caratteriali, è dunque soltanto un'espansione raffinata della natura che si è mescolata al mentale, e non a un vero potere di trasformazione. Le biforcazioni che indica il libero arbitro sono permanenti, riguardano tutti i settori, e ritagliano l'orario, dando questo piuttosto che ciò, nei comportamenti come nei valori, e finalmente tutti gli atti sono impregnati del suo debole potere di discriminazione, e simbolizzano dunque l'iscrizione dell’io nell'itinerario che gli corrisponde più.




Ciascuno ha dunque la possibilità di immaginare che è libero, perché mangia della pizza piuttosto che dell'hamburger, perché preferisce Gesù a Buddha, o va piuttosto alla campagna che alla spiaggia. La scelta è alternativa tra due sequenze temporali, a volte molte si disputano lo stesso momento, ma queste differenze di disposizione, e dunque di vissuto, non hanno inevitabilmente l'importanza che si attribuisce loro. L'investimento che molti esseri umani mettono in un certo orario avrebbe quasi dato la stessa cosa in un altro quadro, praticamente nessun'evoluzione interna, ed è dunque falso immaginarsi che il libero arbitro sia altra cosa che il potere di scegliere le sue preferenze, e di conformarsi a ciò che siamo già. Il libero arbitro permette di orientare, né più né meno, il passaggio della durata in funzione di ciò che l’io crede di essere il migliore per lui. Ma sono spiacente di dirlo, - e credo che preferirei che le cose fossero differentemente, che una persona che è completamente in balia della sete dell'esistenza individuale può passare tutta la sua vita da scegliere, senza mai decidere qualunque cosa.




Ci sono nella scelta possibilità diverse, a volte contrarie ovviamente, ma sono là. Una volta la scelta effettuata, basta andare nella sua direzione, e le cose avvengono conformemente all'investimento, o con un coefficiente di sorprese tollerabile. Si giustifica, la scelta, perché conduce da qualche parte, con più o meno di felicità. Ma la decisione è un altro processo, molto più profondo, e nullo sa dove conduce precisamente una decisione, nei fatti, poiché può basarsi sulle sole disposizioni interne, relativizzando i dati contingenti all'estremo. Non è dunque un cammino contro un altro, ma una presa di posizione interna, indipendente dagli eventi, e che pone fermamente un'intenzione. Non si effettua come una semplice scelta tra un'alternativa, ma come una risoluzione, o come una volontà, una determinazione incoercibile, che non ha ancora acquisito territori ecologici, di spazio per esprimersi, ma che comanderà tuttavia un altro impiego della durata. La decisione è informale, indipendente da ciò che può favorirla o contrastarla, essa non calcola, mentre la scelta si accontenta di infilarsi tra opzioni già presenti, e di seguirne una piuttosto che un'altra, tenendo conto oltre a misura delle opportunità contingenti.




Decidere di vivere per il Divino è un'intenzione interna, non è una scelta. La strada “della vita divina„ non è da prendere al crocevia della vita umana. Nulla, nella vita divina, è tracciato in anticipo. Non è dunque una scelta tra due itinerari, ma la decisione di cessare di agire per ragioni personali. Anche il progetto di essere felice o raggiante, se esiste come traccia della sete individuale dell'esistenza, sarà soltanto subordinato al progetto essenziale di cessare di vivere per sé, e questa sopravvivenza dell'attesa della felicità sarà relegata del suo statuto di scopo a quello di un mezzo eventuale - ed anche perfettamente aleatorio, di perfezionare il compimento. Ciò, naturalmente, cambia completamente la distribuzione, cioè l'orario, e l'albero delle motivazioni: le fonti d'attività del pensiero si trasformeranno sotto una nuova spinta, poiché gli oggetti che suscitano il suo funzionamento anche varieranno. Le idee comuni faranno posto a grandi interrogazioni globali, aperte e appassionanti, suscettibili di permettere all’io di cambiare le rappresentazioni del suo proprio posto nell'universo, quindi del suo ruolo, come quelle della sua identità. Man mano, il tempo presente diventerà più ricco e pieno, poiché avrà cessato di servire a proiettare la struttura psicologica personale sugli eventi e le cose, le altre ed il mezzo. Ci avrà stato, non un'eliminazione di tutte le motivazioni soggettive, ma un cambiamento di priorità. In altre parole, il tempo da accaparrarsi “della felicità„, - il presente passato da puntare sul futuro, sarà eliminato a profitto di una giornata che si avanza indeterminata, panoramica, piena zeppo di informazioni nascoste da ricevere, e pulita delle piccole finalità esistenziali grasse, sempre nell'estensione di ciò che la cultura giudica necessaria ottenere, con modelli di successo sociale, emozionale, o anche spirituale, che sforbiciano il presente per strumentalizzarlo. Questo nuovo sguardo profondo tollera di restare nello stesso ambiente, e si adatta delle necessità quotidiane. Semplicemente, sono vissute con un tale arretramento che sempre degli insights possono prodursi, anche in attività banali e sistematiche, poiché l'attenzione spontanea s’installa.




L'essere umano non riuscirà ad abbandonare la sete dell'esistenza individuale, il principale ostacolo alla manifestazione del Divino in lui, se corre dopo la felicità. Perché? Perché questo processo nutrisce attese contingenti, monopolizza l'orario ed il suo empimento, fa entrare di forza un futuro truccato nel presente autentico. E tutto ciò devia lo spirito del suo funzionamento originale, puramente contemplativo, che gode di l’essere, fuori della precipitazione degli scopi da raggiungere e dei pericoli da evitare. Lo spirito può essere ciò, - una sola presenza omogenea che nulla imbarazza, né il passato, né il futuro ancora indistinto, né lo sguardo dell'altro, né lo sguardo su di sé. Questo risultato non si ottiene nel proseguimento dell'oggetto, che sfigura l’anima del presente. Anche coloro che proseguono l'illuminazione, che sembra essere uno scopo in gran parte superiore a quello della felicità (è presunto fornirlo in un'altro modo), lo mancano in generale se vogliono intrappolarla con una strategia, sia un itinerario anticipato che obbedisce a regole. Beneficiare di una visione divina non proviene dunque da preoccupazioni imperniate sulla necessità di riempire attese ecologiche, sicurezza finanziaria, sicurezza affettiva, sicurezza morale, o rispondere ad attese psicologiche, fiducia in sé e stima di sé. Quanto alla prosecuzione della sicurezza spirituale, fa ostacolo perché filtra il presente, lo instrumentalizza in una finalità allucinata, fantasmatica, - l'immagine che l'oscurità si fa della luce -, la caricatura che il pensiero disegna per schizzare il Sé, cioè un'immagine falsa e rannicchiata, che sforbiccirà, con il suo filtro, la percezione naturale dell'intelligenza sotto pretesto di migliorarla.




Alcune vie perenni evocano anche il Sé come lo spirito di natura, questo sguardo astratto e spontaneo che è presente nell'organismo prima che la cultura se ne afferri, nel corso dell'istruzione, per imporre ad ogni terrestre civilizzato la nomenclatura delle scelte da effettuare tra le cose, povertà/notorietà, povertà/ricchezza, povertà/successo, con la folla innumerevole di strategie, e dunque di azioni, presunte favorire i metodi che permettono di sbarazzarsi delle cattive condizioni materiali, ed alzarsi sopra il suo mezzo d'origine, o mantenerlo se ci si trova al vertice. Non c'è a urtarsi di questo movimento generale, deve essere compreso tra la fase terrestre che abbiamo appena attraversato, e che ha visto risultare una vera metamorfosi delle condizioni di vita. È soltanto molto da poco tempo che un grande numero di esseri umani raggiunge una certa dignità materiale, ma durante i secoli precedenti si preparava già la vittoria della comodità sulle condizioni di vita difficile in tutte le culture dei paesi temperati. Le civilizzazioni della scrittura sempre hanno dunque girato attorno alla questione dell'aumento sociale, sarebbe soltanto con il commercio ed i carichi amministrativi nei vecchi imperi, e principati dell'Asia, e ciò, nel rispetto comunitario naturalmente. È dove i valori dei continenti si raggiungono, dove la sete dell'esistenza individuale è in un certo qual modo valorizzata, se la vita, al prezzo di un itinerario da rispettare che può essere descritto, porta il benessere materiale e relazionale. La formulazione della necessità di un adattamento contingente ha dunque regnato su tutte le culture sensibili al futuro, ed ha sempre sviluppato lo stesso paradigma: agire per conquistare un posto, agire per salire nella scala sociale, agire per farsi conoscere e riconoscere, agire per arricchirsi, in breve, agire per vivere.







Tuttavia, Lao Zi dice l'opposto, ed il suo lavoro non catalogabile attraversa i secoli e le lingue. Dove tutti vedono la soluzione, egli vede il problema. Non è realmente il solo in questo caso. Un dissenso è sempre esistito. L'azione, sì, ed allora? Un'azione dopo l'altra, e quindi la morte ci coglie. Non saremo mai “stati„. Saremo stati dispersi, dispiegati nella somma delle nostre azioni, ed in nessun posto particolare, non saremo mai stati noi stessi, sovrani, fuori movimento. Un'azione, qualunque sia, possiede uno scopo ed un termine. Occorrerà cambiarene indefinitamente per riempire il nostro tempo di vita? O forse c’è altra cosa, che non ha nulla da vedere con essa, e che riempie meglio lo spazio ed il tempo? La questione è la sola che vale di essere posta. Fare o fare nulla. Se io agisco, è a quale scopo? Se non faccio nulla, a che cosa serve? Non è neppure la pena di risalire più lontano per iniziare un passo esauriente. Basta rimettere in questione in modo permanente la pertinenza delle sue azioni, delle sue motivazioni, per ritornarne alla loro utilità globale. Le azioni si iscrivono in un piano di vita più ampio, attribuito alla coscienza di sé, o mangiano questo passo? Diventa oscuro di fuorviarsi nelle dualità del pensiero per concepire un senso generale dell'esistenza, che sarebbe indipendente dal nostro contributo.




Se io concludo che Dio esiste, è una credenza, l'inverso di quella che vorrebbe che non esistesse affatto. Ha questa scelta il minimo fondamento? L'esistenza di Dio dipende dalla mia autorizzazione, la sua assenza eterna del mio rifiuto provvisorio? Vediamo già, con questo semplice esempio storico, che il libero arbitro possiede limiti stretti. E tuttavia, la maggior parte degli esseri umani si immagina ancora che abbiano scelto tra credere in Dio o non, come se ciò determinasse o no la nostra esistenza. Da un punto di vista sopramentale, una vista così limitata non è affatto superiore alle opzioni di base dell'animale selvaggio in difficoltà, fuggire o attaccare dopo l'intimidazione. Poiché si tratta della questione fondamentale, quello del senso dell'universo, e non basta votare per le sue preferenze per orientarlo. Ma è così, il mentale crede in lui, Dio esiste se lo convalido, Dio non esiste se non lo convalido, ‘’ Tutto va ben, madama la Marchesa’’…, perché andare più lontano? È, naturalmente, una condizione così disastrosa che è all'origine, da sola, del concatenamento degli effetti che dedicano la civilizzazione mondiale, in corso di commercializzazione, alla rovina. Il rifiuto di vedere più lontano dalla punta del naso. La tirannia del materialismo non è uscita sui generis dallo spirito delle civilizzazioni. Costituisce piuttosto la conclusione di un lungo movimento culturale che ha svogliato l'uomo del mistero della coscienza, con ogni specie di mezzi, fra cui l'obbedienza servile obbligatoria che doveva essere dedicata ad un Dio creatore. Il mistero del Divino, anziché essere presentato come un enigma interessante nel quale era possibile impegnarsi, è stato riportato ad un insieme di menzogne pesanti, che ci proibisce di amare in noi la coscienza, come se fossimo incapaci di fare qualunque cosa senza subire l'autorità paterna di un demiurgo, tanto più che saremmo stati segnati, dall'inizio, dal sigillo dell’ignominia, dal peccato. Questo condizionamento ha durato più di un millennio sull'Europa civilizzata. Comparata con la storia cinese, assolutamente laconica, o con la storia indiana, piena di rimbalzi e di miti divini allegri, la cultura occidentale appare come la più povera e la più scura, dal crollo della Grecia. È, con la legge degli opposti e dell'inversione, per questa ragione che l'oscurantismo, senza fiato, ha prodotto il Secolo delle Luci, e la rinascita della fiducia che l'uomo poteva assegnarsi a sé stesso, fiducia che la Chiesa non era riuscita a sradicare, - poiché fa parte della vita stessa, e che ha rovesciato la Storia, pur portando l'era della macchina che ci soffoca oggi.




Ciò significa che lo statuto della coscienza, la sua finalità, la sua emergenza, la sua aseità, non interessa quasi nessuno. La conoscenza del Divino è quasi tabù in occidente. La sete dell'esistenza indivuelle conduce il mondo oggi, con le conseguenze inevitabili che lo accompagnano, sia la predazione di principio, l'individualismo materialistico, la spartizione democratica dei valori dell'egoismo, e l'integrismo costituzionale delle grandi identità di pensiero collettive, che non si tollerano che difficilmente, e sono pronti a venire alle mani. È dunque benché la chiamata definitiva, quella sulla quale l’io non potrà ritornare, quella dopo la quale avrà abbandonato le scelte di di quattro soldi a favore delle decisioni radicali, sia governata da fattori che ci sfuggono. Il karma certamente, la necessità di essere, distribuita secondo norme ereditarie e culturali variabili, la necessità di comprendere senza mai cessare di farlo, o anche la necessità di apprezzare la presenza a sé, pur riconoscendo che non potrà soddisfarsi soltanto di un aumento della presenza dell'altro, del cielo o del principio. O l'inverso, la necessità di aggiungere alla meraviglia della percezione della diversità, un ceppo profondo e stabile, una presenza a sé indefettibile. Sì, in verità, ciò che spinge l'umano a rovesciarsi verso il Divino, - e che comporta dunque automaticamente una riduzione della sete dell'esistenza inviduelle, resiste ad ogni caratteristica precisa.




Ma una volta il rovesciamento effettuato, l'intuizione di un'esistenza impersonale, cioè liberata dal peso di pensare per sé, ed universale, cioè conforme alle verità superiori ed ai principi primi, è intervista oltre alla soggettività ingannevole, che si sfilaccerà, appena il presente sarà abbandonato come valorizzazione di sé stesso. Inizialmente, ci sono cose che spingono verso la verità, che vengono di ciò che c'è dietro il nostro personaggio storico, nascosto ma già presente, ed altre che traggono davanti, e che vengono in un certo qual modo da una prefigurazione di un altro orario, di un'altra percezione della durata, di un anticipo nuovo, vergine, informale, - senza caratteristiche preconcette. Non è per altrettanto questo semplice “futuro„ affascinante e sempre al di sotto di ciò che se ne attende, e che è riempito fino all'orlo delle nostre frustrazioni presenti, dei nostri calcoli falliti, del nostro scacchi pieni di rivincita e dei nostri sogni rimandati. No, il futuro sarà soltanto del presente convenuto, stretto, condizionato, farcito di attese irrealizzabili e di certezze troppo lunghe, in anticipo scadute. Non è lui che occorre mirare. Riempire il tempo che viene dinanzi a sé col suo proprio io, non è una strategia efficace. Sarà sempre della stessa cosa, dell’io avido di appropriarsi il momento che passa e di saturarlo dalla sua buona o cattiva fortuna. È la breccia, l'uscita del tempo, - che si tratti del passato o del futuro, che costituisce la soluzione evolutiva, quella che nutrisce l’anima, promette l'impossibile, e soddisfa infine senza riserve l’io, il suo spirito ed il suo corpo.



Il risveglio non può né essere visualizzato, né aspettato né proseguito, ma può, semplicemente, essere auspicato, o al rigore ricercato a lungo termine da una consacrazione senza angoli morti, sia il sacrificio della sete dell'esistenza. Sola, questa amputazione fa biforcare lo spirito verso un'attività essenziale e paradossale poiché è passiva e ricettiva, un'attività alla rovescia in un certo qual modo. Ciò corrisponde al “ritorno„ di Lao-Zi, nel quale lo spirito accetta di essere agito dall'universo e di scoprire il modo della sua azione, piuttosto che di agire, precipitosamente, sempre nello stesso solco, seguendo la manifestazione dei desideri e delle paure, l'attrazione meschina delle ragioni contingenti, ed i fumi idealisti che girano in tondo nel cielo degli auguri pii. Girato verso l’Assoluto, nell'ambito di qualsiasi orario, in qualsiasi attività, o in qualsiasi pensiero, lo spirito si spiega differentemente, non cerca più di vincere ma di essere. Sacrifica l'amore del movimento a quello della presenza, ancora intermittente, quella di uno Io illimitato, per il quale l'azione è soltanto una semplice estensione secondaria, precisa se è necessario, spesso inadeguata come spreco facile d'energia, di fronte alle risorse della interiorità in pieno aumento, che medita, contempla, crea, apprende, riceve, e pratica dunque il tempo in un'altro modo. Vi si offrendo docilmente anziché domarlo, vi si consegnando senza difesa con ciò che fa emergere di scuro, piuttosto che manipolarlo per ottenere del gratificante, o del progresso preconcetto. Ma anche questa rinuncia non fornisce attrezzi definitivi per scolpire questa materia strana del tempo che passa, che dovrà restituire, rivelare l’Itemporale e l'Impersonale, e infine l'Eterno comprendendo in Lui le manifestazioni della durata nella vita come semplici turbini che lo dissimulano al mondo della natura.




2/ LA CAUSA DEL FALLIMENTO DELL'UMANITÀ




L'umanità nell'insieme manca la vita spirituale, poiché si immagina che si tratti di una scelta da fare, di una semplice alternativa. Un cammino contro un altro. Ed appena questo cammino diventa difficile, è disconosciuto, abbandonato, al rigore appiattito e restretto, quindi, comparato a quello che è stato sacrificato, non appare più come il migliore, la sua difficoltà rendendolo impraticabile per i vigliacchi, troppo aleatorio per i ragionatori, troppo sprovvisto di piaceri per quelli che mirano alle soddisfazioni sensibili. È, semplicemente, che la vita spirituale non dipende da una scelta. Non si tratta di scegliere tra una Borgogna o un Bordeaux, o anche fra alcol o acqua, o anche tra bere e non bere. Non è una concorrenza tra un viaggio in Italia o in Spagna, scelta alternativa formale, o la rivalità tra vacanze lontane e tempo “libero„ alla casa, scelta di un altro tipo, che sembra selezionare opzioni disuguali, ma che non cambia affatto le disposizioni stesse dell'individuo di fronte all'esistenza. In uno e l'altro caso, lontano da casa o no, può aspettarsi una gamma particolare di percezioni e di soddisfazioni. Un semplice anticipo comparativo permetterà di valutare i vantaggi e gli inconvenienti di un viaggio in vari luoghi, cosa che farà giocare le forme, e questo stesso processo di valutazione, applicato ad uno spostamento rispetto a un semplice periodo passato a casa senza lavorare, permette nello stesso modo di comparare i vantaggi e gli inconvenienti inerenti ad ogni opzione prevista. Una parte degli anticipi che guida la scelta è sufficientemente netta perché si sanno stabilire criteri di selezione, applicarli e prendere un cammino piuttosto che un altro. Ciò che “si raccoglierà„ differirà certamente, e si sceglie dunque in anticipo un certo tipo di raccolto.




Ma questo genere di convalida è semplicemente impossibile nella via radicale, perché nessuno candidato sa realmente di che domani sarà fatto da un lato, e che, d'altra parte, non incarica gli eventi della funzione di corrispondergli. L'essere dedicato non compra il futuro. L'essere dedicato si conforma alla totalità ed a suoi intrecci da scoprire, ed abbandona la politica dell'uomo ordinario, fare conformarsi la realtà a ciò che si credi di essere sé stesso. Se corrispondono, gli eventi, tanto meglio, altrimenti, una lezione è da trarre, una debolezza da indicare, una mancanza d'intuizione da osservare, ed i passi falsi, quanto le approssimazioni, generano un apprendistato infinito, senza fiele né risentimento, essendo il fallimento riportato ad una semplice forma di inattitudine, alle ciance di un neofita nell'arte infinita di conoscere il Divino. Le deviazioni ed i ritardi consacrano definitivamente l'autorità del non-io, cioè in ultimo analisi quella del Divino, sul soggetto lanciato nell'esperienza della sua esistenza. L'intelligenza è l'arma dello spirito per permettere, precisamente, di non perdersi nell'aumento del campo di coscienza. Rivela le intuizioni che collegano all'ordine cosmico, rivela il Sé, quindi si impregna più sù di tutto ciò che riceve, e che può mettere in forma, fino ai piani sopramentali.




Dinanzi ad un'ispirazione improvvisa, l'individuo dedicato potrà girare una pagina della sua vita senza esitare, senza nulla rammaricarsi, senza lasciarsi sbarrare il passaggio verso la libertà per emozioni, per sedicente rammarichi o rimorsi; le perdite contingenti non lo spaventando più. Dinanzi ad un ostacolo principale, sfronderà le azioni che potrebbero deviare del suo confronto, per abbordarlo umilmente, senza tattica falsa narcisista o colpevolizzanti, e a caccia di una strategia sconosciuta fornita dal suo ascolto del Tao. Di fronte ad un'occasione favorevole, la afferrerà con distaccamento, senza piaggeria, pur comprendendo la sua fragilità, e senza fare l'errore di credere che l’ha prodotto da sé con il suo merito, il caso vi acconsentendo, errore di valutazione che potrebbe ridurre l'aspetto favorevole della cosa, permettendogli di adattarsela oltre misura. Una vita mentale aperta su tutto, e dunque su nulla, non utilizza più gli stessi criteri di un'esistenza nella quale le scelte si effettuano per raffronto, pesando le preferenze, anticipando in linee astratte e morte, irrealizzabili, i vantaggi delle situazioni previste.




Poiché c'è sempre un abisso, i fatti stessi, tra ciò che si attendono da un modello d'azione, - un’ incontra, un viaggio, un insegnamento, una lettura, uno spostamento, ed anche una semplice conversazione, e ciò che avviene concretamente. È la legge del samsâra, la delusione che segue l'uscita del cinema o del ristorante, l’occorenza di conflitti nuovi che emergono in una coppia che voleva soltanto condividere parole, è il richiamo alla realtà quando si assume, e che l'entusiasmo diminuisce dinanzi a ciò che avviene realmente al lavoro, dove i retroscena nauseabondi abbondano, come nelle congregazioni religiose… Anche in uno ashram o una comunità, quando si tiene conto delle rivalità personali, l'incompetenza di alcuni, la gelosia o l'intolleranza che prova a sostenersi su giudizi di valore derivati dal dogma, la disillusione prevale sull'attesa. In breve, c'è un solo settore della realtà, del tempo che passa dunque, che può inserirsi in ciò che attendiamo da lui, nella rappresentazione anticipata che se ne fa. Le coppie che durano assorbono i shock, ma preferiscono tenere conto dei fatti più che dalle attese deluse, a costo di cambiare i modi relazionali di comune accordo. Il fatto fa legge, l'attesa lo maschera. Turisti infiammati, alla partenza, dalla destinazione dove si rendono possono ritornare a briglia sciolta, indispettiti, spogliati, malati, o incapace di digerire una cultura troppo diversa. E questo principio si applica anche alla vita spirituale quando lo spirito, ingenuo o stupido, s’immagina che possa anticipare sulle soddisfazioni che è legittimato di aspettarne, come se il passaggio della durata andasse per principio rendersi al suo desiderio di recuperare il suo investimento nel raccolto di illuminazioni, di progressi decisivi, di soddisfazioni definitive. No, la vita spirituale non è un cammino che va in senso contrario di un altro, e che sarebbe un tragitto materiale. Non è un'opzione da svolgere che dovrebbe essere riempita in anticipo di pere per la sete, di uscite di sicurezza segnalate, di entrate trascendentali efficaci, di appoggi indistruttibili, di consulenti infallibili, e di leve che non si rompono mai, - anche se si chiede loro di servire d'appoggio per pesi troppo pesanti per loro.

La via è brancolante, alcuna quadrettatura ne indica i cammini ingannevoli né i scalini sovrani, va nel corso generale delle cose, dipendente in parte della storia del momento, dei tormenti del passato, dalle promesse fallaci del futuro. La via si infila nel scenario che la circonda, nei confronti dei modi contemporanei, ma a volte torta da essi in carte semplicistiche “del solo cammino„, essa va contro i valori che tengono il sopravvento, ma che a volte fingono di interessarsi ad essi, per inghiottirli in un livellamento mediocre ed obbligatorio, delle conterie trascendentali. La via dipende soltanto da essa stessa, la ricerca della verità, e il tempo entropico, Kala, non vi si oppone non più che la favorisce. È fuori del tempo, ma ciascuno dipende dalle impregnazioni della sua epoca, delle eredità pesanti di cui si sobbarca, del peso del passato da considerare, familiare, culturale e… karmico, se l'entità che si mette in ricerca della Via è già venuta a sposare il tempo. Cosa è dunque, la consacrazione? È soprattutto la decisione imprescrittibile di utilizzare il tempo differentemente, di vivere il presente, senza anticipare ciò che sarà dato o tagliato, acquisito o perso, cancellato o conservato. In altre parole, tutte le priorità cambiano. E se tutte le priorità non cambiano, è semplicemente che si chiama spirituale o evolutivo, qualcosa di altro, un passo piccolo riempito di calcoli di redditività, traboccante di speranze che riassicurano, di procedure facili, cioè un certo abbellimento di principio della vita che resta a vivere, un tipo d'estensione ordinaria truccata di emozioni più sottili, di questioni più profonde ma che restano nel pensiero, senza generare la discesa nei meandri dell’io, e, in via di conseguenza, senza permettere il confronto con i serpenti delle forze naturali. In breve, una base grezza decorata di perfezionamenti senza indomani, di arabeschi iridati, una decorazione piacevole placcata su qualcosa di convenuto e di ripetitivo, ma arricchito di un tocco soggettivo ed unico, cioè un semplice miglioramento del campo che il mentale esplorerà, a casa e fortuna - pur utilizzando lo stesso tipo di scelta per dare il cambio. Evitare di scendere e di montare, fare sparire il cielo quanto il sangue per evitare di partecipare al loro combattimento, per rinviare gli inferni per mancare il paradiso. Evitare di scavare. Restare su paralleli e cambiarne all'occasione, mentre persuadendosi che ci si prende giri a 90° per allontanarsi dal destino, dal fatum, che continuerà tuttavia a governare, sempre nella stessa linea, il regno del pensiero.




La decisione radicale di darsi al Divino o all'Assoluto, facendo difetto, nulla induce il cambiamento dei criteri decisionali, mentre sono i soli fattori, le sole leve, i soli scambi che aprono il passaggio ad un nuovo approccio, e presto dunque, è questa nuova percezione della durata che attirerà inevitabilmente il risveglio. Poiché la sola questione è là, e non ce n’è un’altra: cosa si fa dal tempo che passa? Perché sempre riempire lo stesso canestro bucato di azioni liquide senza portata, mentre l'infinito chiama, ed esige che l'azione, cioè, cosa che si ripete dell'inizio alla fine, cessa, per fare il passaggio ad un altro riempimento della durata, che permette all'uomo di ricevere gli influssi celesti numerosi che porteranno una trasformazione. Tutte le forze che attraversano l’io differentemente che spingendolo all'azione, sono trascurate dall'essere umano generico, eccetto nei esoterismi ovviamente. E tuttavia sono disponibili, da sempre, in ritiro della sete d’indentificazione all'immediato. La potenza dell'intelligenza si scopre con la riflessione, un'azione in parte passiva. Un'azione rigirata, la riflessione, staccata del movimento delle cose, che va non verso il movimento, ma verso tutto ciò che può causarlo, e che risale dunque verso l'origine anziché ubriacarsi dello smaltimento. Ricerca le cause prime della Manifestazione, assorbita nella velocità delle generazioni, punteggiata con cicli di vari diametri, ed a volte - se il cuore è sincero, essa dà chiavi in mani l'organizzazione dei principi primi, non su una mappa tale uno schema, ma in una visione potente e viva, che resterà a disposizione del sadhak della conoscenza, come una leva.




Disponibile anche l'amore, con la contemplazione della ricchezza di qualsiasi presenza in evoluzione, per il sentimento della gratitudine che sfugge dalle creature vive, quando non sono ancora contaminate dallo spirito divisore. Agli animali, le piante, i cuori semplici, le anime ingenue e belle che vivono la loro esistenza senza immischiarsi per nulla sulla loro capacità di celebrare la loro presenza fragile ed appesa al cielo, con grandi parole inutili, poiché nulla è da rincarare. L'amore anche emerge quando lo spirito cessa di partire conquistare davanti, egli declinerà la sua gamma di percezioni nell'ascolto, l'osservazione senza scopo, la riserva, lo sguardo liberato dal desiderio, il mentale dimentico dal mezzo per approdare a ciò che gli manca. L'amore trova le breccie quando il pensiero trionfalista si demolisce, e s’infiltra, quindi cresce senza predilezione. Il pensiero deve innanzitutto cessare di colmare con espedienti piccole lacune esistenziali senza importanza, deve liberarsi di accordare la minima urgenza alla vita contingente, e rinunciando ad afferrare, cosa che si apprende lentamente, finirà per attenuarsi, che lascia al soggetto il potere di captare il suono originale dell'universo, un silenzio stridente, quasi impercettibile, che contiene tutto. Il riempimento permanente “delle cose da fare„, che non lascia alcun interstizio al Sé, maschera la mancanza essenziale e sdogana di vivere già morto, come tutti, come gli altri.




3 ACCECAMENTO DEL PENSIERO



È dunque una meccanica il libero-arbitro.




Una valutazione di opzioni in concorrenza, e una convalida. E agisce sempre per cauzionare un movimento qualunque, per lanciare un'azione a scapito di un'altra, e quando sfugge a ciò, raccomandando ad esempio del riposo, egli ne aspetterà ancora qualcosa, un potere che sottopone la stanchezza, tira su, ma non la prevederà al senso più profondo, la sospensione del desiderio individuale di esistere, che è tuttavia il senso più perfetto. Il riposo che non serve a nulla, neppure a riposarsi, quello che oltrepassa la vibrazione di ogni movimento che prosegue una fine qualunque, questo riposo, che un solo uomo su mille conosce e sa utile, è disprezzato dalla

folla avida di azioni, di risultati, di conseguimenti diversi, di soddisfazioni innumerevoli e variate. Il riposo fondamentale, tuttavia, fornisce la pace intrinseca, il distacco riguardo al desiderio, e la possibilità di osservarsi sé stesso senza temere le ferite narcisiste. Ciò che sfugge al movimento della vita non è inevitabilmente morto. Ciò può essere di un altro ordine, partecipare di una più vasta coscienza, provenire dall'infinito, e condurre, naturalmente, oltre alla dualità tra la vita e la morte. Poiché questo riposo non è soltanto l'assenza d'azione, né anche l'assenza di movimento, è una condizione sovrana, fuori del circuito biologico stretto di svolgere le sue età, fuori delle prerogative del mentale, costretto a pensare sempre, e che, anche sospeso nel sonno, continua ad agire in modo strano, con i sogni da cui i significati ci sfuggono spesso, mentre alcune fra essi potrebbero, precisamente, essere decisive.




Ma tutto appare al mentale come essendo dell'azione, poiché esso stesso ne è una, ed egli non vede dunque il non-agire. Riposarsi si è rappresentato come l'azione di recuperare stanchezza, non fare nulla è rappresentato come una somma di piccoli atti scuciti che non servono a niente, come deambulare nella sua casa ed il suo giardino senza intenzione precisa, ed anche meditare è considerato come un'azione sottile, a contro-corrente forse, ma un'azione comunque, presunta riportare risultati qualunque, cioè presunta iscriversi, in un modo o nell'altro, nel flusso di ciò che fu, è e sarà, con punte di piccole prese di coscienza nuove nella forma, come questi insights inattesi che forse vanno a disgustare dalla carne a profitto del pesce, o rivalorizzare la lettura a scapito della televisione, o infine, permettere al mentale di accedere ad una visione pragmatica del lasciare presa, cioè utile, ma troncata e deformata, e tagliata dal suo principio, il non-agire. Poiché le forme del lasciare presa sono le foglie. Le rinuncie alle azioni interessate i rami. Il non-agire è il tronco, e le radici sono il Tao. Meditare senza avere giunto la consacrazione esaustiva, è restare là, nella sua storia che si prolunga, girato verso il settore del miglioramento delle strategie, e non nell'abbandono al Divino, cosa che costituisce la verità esaustiva. Quella che si può figurare tale una strategia senza tattica, senza armi, ma assoluta con la sua propria apertura, la sua docilità, la sua passività, la sua ricettività, e dunque propizia all'evoluzione - fuori di questo destino previsto dalla natura ed i cicli astrologici, se li lasciamo fare. Poiché si tratta di assimilare lo sconosciuto, e il solo mezzo per lasciargli la porta aperta, è di dimenticare i suoi scopi, sia liberarsi dall'azione.




Scoprire l'intenzione dell'universo, del Tao, e finalmente del Divino, al nostro riguardo, ratifica una decisione radicale. Non è una scelta truccata e castratrice che dà da un lato ciò che si perde dell'altro, come in tutte le scelte tra itinerari concorrenti, qualunque siano, e che torturano il libero arbitro. Poiché il dilettante può esitare tra un Bordeaux ed un Borgogna, tra un partner sessuale dello stesso sesso o dell'altro, poiché ci si può avvelenare l'esistenza da trovare che il pasto avrebbe potuto essere migliore altrove o differentemente. Tutto il pensiero è soltanto un software per fare scelte, programma ad ordinare, e sebenne si stabilisce numerose categoria di scelta, (formale, duale, antagonistico), egli resterà ciò, e soltanto ciò, un potere senza potere, sempre all’ inseguimento di ciò che c'è meglio da fare, e che è superato, da un lato con la concorrenza dei criteri per giungervi, e dall'altro, gabbato dall'immagine di questo “meglio„, concepito in una linea retrograda, tale il frutto del passato. Scegliere, ritorna, in un modo o nell'altro, a fuorviarsi. L'impegno non era intero, il termine dell'alternativa che è stata abbandonata è stato respinto dopo deliberazione, quello che è stato preso in considerazione è certamente stato trattenuto per difetto, che si presenta come “meno peggiore„ dell'itinerario rifiutato. Quanto alla valutazione dell'altro termine dell'alternativa, quello al quale si è rinunciato per un pelo, non si sa ciò che sarebbe realmente avvenuto a seguirlo, gli anticipi e le loro attese non sposando mai i fatti stessi, e non lo si saprà mai. Il libero arbitro, è anche ciò che ci rende colpevole, con il rammarico che sacralizza la supremazia falsa di fatti che non hanno mai avuto luogo, il cammino della loro possibilità non essendo mai preso.

Ma riassicuriamoci. Altri funzionamenti esistono, più efficienti, e che si allontanano meno dalla Via. Quando non si è dovuto scegliere, e tuttavia che un'alternativa si presentava, si sa che si doveva evitare ciò, o andare verso là, e nessuna concorrenza si è manifestata tra opzioni. Tuttavia, l'altro cammino avrebbe potuto essere preso facilmente, e forse anche più facilmente. È la soluzione. Ciò che si ritrovera nella visione di Sri Aurobindo, il precursore, quando evoca l'automatismo cosciente. Il libero arbitro ed i suoi ritardi è allora terrazzato, più nulla non strappa il legame solido tra l’io e il non-io. Che fare ed essere siano la stessa cosa. Che “le tentazioni„ scompaiono, che la carta del grande ristorante non porta confusioni con l'abbondanza possibile delle esperienze gustative, che non ci si rammarica dell'aragosta perché si sceglie altra cosa, che non si rinuncia la morte nell’anima al buddismo, perché finalmente, il Tao ha la meglio di una piccola lunghezza non verificabile, che l'impiego della sessualità non spinge al consumo, su pretesto che i partner sono comparabili, e che il prossimo sarà forse il migliore, - a costo di stroncare sul nascere un amore soddisfacente. Poiché il libero arbitro non è una libertà. È tutto, eccetto la libertà. È la costrizione più terribile alla quale siamo sottomesi. Cessare di mangiare e di bere, moriamo, l'affare è inteso. Trovarsi sulla strada, occorre mettere del suo, e si può diventare Diogene. Qualsiasi esperienza può finire al nostro vantaggio, o abbreviare la nostra vita. Ma la scelta sovrintende a tutte le nostre azioni, dall'infanzia, verso sei sette anni fino alla morte per vecchiaia. Scegliere, che facciamo di altro? Nulla. Poiché è in questi casi che il presente si biforca in modo permanente secondo il nostro “buon volere„, che è spesso soltanto un'amalgama di condizionamenti ereditari e astrali, finché il soggetto evita di guardarsi in faccia, come mistero di essere. Non sappiamo fare niente di altro.




Decidere sembra riservato agli eroi, alle grandi anime, ai ribelli, ai trasgressivi, ai pionieri, agli audaci.




Porre la sua candidatura per ricevere il Divino vi si abbandonando, la sola decisione che verrà a cortocircuitare le finzioni del libero arbitro, con i suoi molteplici scelte parallele che non cambiano nulla, non è ancora una possibilità riconosciuta dalla cultura, ed ancora meno incoraggiata. È anche sconosciuta, mentre gli uomini che hanno trasfigurato la Storia sono partiti da ciò. Forse, al rigore in India, benché sia sepellito sotto altre considerazioni che banalizzano la cosa e la imbiancano di vanità, ma, certamente, abbiamo collezionato alcune figure in Occidente, così rari che ci s’immagina che si trattava di esseri a parte, come diversi dagli altri, con qualche privilegio speciale d'origine sconosciuta. Ma se è il Divino che cerca di manifestarSi oggi, ci occorrerà considerare che la decisione radicale di darsi a Lui, che libera dalle scelte ridicole del libero arbitro entra opzioni finalmente equivalenti al termine del conto, non è un capriccio soggettivo, - ma una legge dell'evoluzione.





4 ESTENDERE IL CAMPO DI COSCIENZA



In altre parole, quasi nessuno lascia lavorare l'universo in lui. La sua azione è recuperata dal mentale, che pensa e pensa ancora, che pesa il pro e il contro, e non cessa di adottare misure di ciò che può essere misurato. Ma precisamente, il Divino non si misura, la realtà che ci ha prodotto risale a milioni di anni dietro, per le nostre unghie ed i nostri denti, quanto al vero Mentale, egli non appartiene alla storia del tempo. È altra cosa, lo Spirito sparso in semi, è l'enigma di ciò che è presenza, coscienza, e che gode soltanto di porre uno sguardo innocente sulle cose, fino a trovare l’alzarsi che nulla ferma. Ma questi miracoli, tutto ciò che ci compone oltre alla coscienza che ne abbiamo, cioè il nostro corpo e la nostra intelligenza, noi non ci interessiamo. Il tempo affrettato ci chiama, si dice, esige che sappiamo dove andiamo, per catturare il futuro, la comodità e la ricchezza; e l'itinerario supremo, mentre che è disponibile a ogni istante, è mancato. Ciascuno rincara ciò che avviene in lui credendo di compiere una proezza scegliendo questo piuttosto che quello, col passare dei giorni che si ammucchiano, mentre, fondamentalmente, si tratta dello stesso itinerario, quello che non rompe il guscio, che non si attacca al mistero vita/morte, che si devia del senso esaustivo. Il punto di partenza e quello d'arrivo sono identici, ma molti cammini potevano percorrerlo, e il libero arbitro avrà soltanto imposto alcuni zigzag particolari. Il risultato è lo stesso: una vita che se ne va, e che non ha realmente approfittato del passaggio che gli era offerto per fondersi nel Cielo e la Terra.




I credenti, non più che gli atei, non conoscono il Divino, non hanno accesso al Sé, ed ancora meno all’Io universale, prossima tappa dell'evoluzione umana, che permetterà il sviluppo di una nuova umanità. Esattamente sono dunque nella stessa barca nella realtà cosmica, mentre suppongono essere all'opposto uno dell'altro. Stesso principio per un numero considerevole di alternative, che sembrano contrarie, mentre è la stessa cosa praticata differentemente su itinerari paralleli, ma la divergenza, minima, è esagerata, e passa per qualcosa di diverso. Tutte le forme di sessualità partecipano della stessa attività, solo l'astinenza è realmente cosa diversa, e precisamente, quando è acconsentita, essa non viene da una scelta tra esimersene o ricorrerci, poiché questa scelta non può essere realizzata francamente. La continenza prolungata viene da una decisione, da una chiamata, da un'esigenza superiore e imparabile, in breve di un sacrificio, e nulla di altro. L'astinenza, se la compariamo a ciò che si possa attendere dall’amore, non è all’altezza. Priva di piacere fisico, d’incontri, di condivisione, di abbellimenti facili e, in un certo qual modo, proficui. Priva di momenti forti e piacevoli, di emozioni gratificanti e naturali, svezza anche dal sentimento portato all'altro. Affama il vitale. La continenza non è una cosa che può essere scelta contro il suo opposto, l'espressione sessuale, che prevale con maestria. Ma può essere decisa, è allora possibile imporsela, se risulta che è il solo cammino a questo momento, che non ce n’è altro possibile, un tipo di test ovvio dinanzi al quale non si può arretrare più. E questa rivelazione si produce spesso di essa stessa, in ogni caso per quelli che la vita divina interessa, e che il Divino inizia a solleticare.
Che si tengono a lungo o non, là non è la questione, una nuova esperienza è tentata, fuori dei sentieri battuti, fuori della scelta del partner, così difficile o quasi che cessare di mangiare, ad esempio. Queste decisioni, a contro-corrente, “il pranismo„, nel quale il corpo si accontenta di bere, o la castità, possono portare frutti soltanto a lunga scadenza, il tempo di superare la pratica incoercibile della specie, il tempo di sostituire il bisogno ripetitivo. Molti anni in ogni caso sono necessari per rompere il cerchio della sete dell'esistenza individuale, che si manifesta altrettanto con la necessità imperiosa di soddisfare la sessualità che con quello di coltivare l'appetito per il cibo del corpo. Possiamo vivere la materia differentemente, ancora occorre costrigersi a gettare alla pattumiera tutto ciò che si è creduto di sapere.


Non è dunque un caso se il brahmacharya è imposto a numerosi impetratori, in vari ordini. È il mezzo più radicale per cominciarsi a disidentificarsi dalla natura. La castità, da tempi immemorabili, costituisce un'esperienza in sé, che non ha bisogno di alcuno scenario, di nessun mezzo, di nessuna messinscena, poiché, precisamente, basta evitare un tipo d'azione. È dunque, se si vuole, una forma o un accessorio del non-agire, - in ogni caso uno dei suoi frattali. Se questo ritiro dell'attività sessuale è acconsentito, dei progressi nell'autocoscienza si effettuano necessariamente, poiché la posizione d'identificazione alla polarità, maschile o femminile, diminuisce, che lascia il posto al sorgimento di altre identità meno contingenti, meno formali, non limitate al campo dell'appartenenza sessuale. Non che l’Io possiede molti io, ma l'attenuazione di una posizione essenziale, come sentirsi uomo o donna, per uno vissuto asessuale, sbocca su altre possibilità di funzionamento del cervello, su un'unità psicologica indipendente dalla natura, cioè su un nuovo impiego, per essere più tecnico, dello yin e dello yang. Poiché questi due genitori, i nostri veri genitori come principi d'apertura e di chiusura, d'adesione e di ritorno su di sé, contraggono alla nostra nascita un tipo di relazione determinato, in gran parte tributaria della polarità sessuale, con l'azione degli ormoni ed organi genitali. Prendersi dunque per un uomo o una donna, prima di considerarsi come un essere completo e cosciente, - che beneficia dell'attivo e del passivo nella stessa proporzione dialettica, costituisce un'identificazione ripetitiva che prolunga la maledizione ancestrale, quella che manifesta i difetti del sesso da cui si dipende, quando l'equilibrio si perde, che le soddisfazioni diminuiscono, che il non-Io diventa recalcitrante alle avances dell’io.

 
Superare la polarità sessuale, metterla da parte, dimenticarla nei fatti rinunciando ad ogni pratica, permette agli uomini di lasciare montare lo yin nel loro cervello, ed alle donne di lasciare montare lo yang. La continenza ben vissuta, senza frustrazioni o quasi, accettata dunque, permette di riequilibrare l’io, estrarlo del suo rivestimento semplicemente carnale e biologico, che possiede determinazioni incoscienti inflessibili. Rabbia e violenza per gli uomini, drammi, inganni e dissimulazione per le donne. C'è dunque, in un certo qual modo, un fantasma sessuale cerebrale in noi, ce l’ombra delle costrizioni proprie del femminile o del maschile. Gli uomini molto yang sono autoritari ed aggressivi, le donne molto yin, versatili, molto aperte, traditrici e astute.


Se il sacrificio sessuale è seguito ma non acconsentito a fondo, la natura riprenderà i suoi diritti, forse del resto a un livello diverso, dopo un'esperienza nuova. Il ritorno darà sia su una sessualità più cosciente, più morbida e più soave, più innamorata e più controllata, sia, al contrario, essa diventerà regressiva e bestiale, per recuperare il tempo perso in un certo qual modo, una vendetta della natura a cui l'imprudente si sarà attaccato, e che si punirà del suo fallimento colla dissolutezza. L'ordine della vita non si supera trascuratamente: solo il Divino fornisce la chiave dell’integrazione supreme, di samsâra in Lîlâ, di Lîlâ in Maya, di Maya in Satchitananda e la Madre dei mondi. Volere infilarsi nel superiore senza l'accordo della totalità conduce all’impasse, al karma, all'usurpazione, ed è la principale ragione per la quale il mentale deve essere terrazzato, e Brahman raggiunto. Se non lo è, il pensiero del soggetto immaginerà che abbia giunto alcuni spazi, mentre ciò sarà falso, che l'identità si è trasformata, mentre sarà soltanto del sogno alimentato da piccole modifiche di prospettive. Ricamerà su esperienze strane un significato trascendentale, mentre si tratterà soltanto di incursioni abbastanza banali in altre dimensioni. Infine, vorrà sottoporre la sua evoluzione alla sua strategia, mentre ad ogni momento, è il Tutto che ratifica l’avenzamento, con la sensazione d'unità che fornisce, una percezione limpida senza costruzioni, una gratitudine indefettibile anche nella sofferenza, uno sguardo globale che resiste alle icognite emozionali ed alla diversità delle circonstanze.





5 SCEGLIERE O LO SQUARTAMENTO INSOLUBILE

 

 
 
È oggi che questa sequenza prende tutto il suo senso, mentre data di molti anni. Questa presa di coscienza è stata profonda, istantanea e meravigliosa. Ritornai sopra, sorridere alle labbra, molti giorni di seguito, e mi appare oggi che quest'aneddoto ha fatto il suo cammino finora per permettermi di abbordare la manipolazione della razza umana da parte del libero arbitro. In breve. Eccomi in un negozio elegante cercando un pantalone che me piaccia, cosa che è raro in qualunque caso, e sono abbastanza diviso. Me ne manca uno in un certo qual modo, e mi chiedo se per una volta non devo sacrificare il mio gusto, e ripartire con un oggetto di cui ho bisogno, e pazienza se non mi conviene realmente. Ciò deve prendere due minuti, durante i quali ho l'aria assente. Ispeziono il colore, mi chiedo se per lo stesso prezzo, non troverei meglio altrove, ma allo stesso tempo il tessuto e la forma sono soddisfacenti. Naturalmente, nessun altro oggetto dello stesso tipo mi ha attirato, ed è dunque veramente, nel mio spirito, la sola possibilità: questo pantalone o uscire senza acquisto. Ma il rappresentante mi ha improvvisamente messo sotto il naso un secondo pantalone, d'autorità, e con una voce convincente, che lavorava certamente da decenni, mi ha detto, Lei sappia, quello anche Le andrebbe bene. Poiché avevo già apertamente disprezzato l'oggetto in questione, mi apparì in un lampo che il rappresentante mi manipolava. Forzandomi a fare una scelta, si attendeva che compari un buono momento i due abiti, che li provi, e che, finalmente, paghi e prenda quello messo in risalto. Ho trovato ciò brillante. Inventare un'alternativa, imporrla all'altro, per darle l'im/pressione che è libero! Che prenderà del piacere da scegliere, mentre l'alternativa non esiste!



Il libero arbitro non sa fare che ciò, scegliere tra il sì e il no, la pizza e l'hamburger, o l'aragosta ed il caviale (le scelte sono molto spesso nello stesso registro ed i termini dell'alternativa sono lungi da combattersi, occorrono scegliere tra essere malato o in buona salute ?). È facile truccare i dadi del giudizio dell’altro. Occorre dagli a comparare due cose, o molte, può così occuparsi, e là, lo spirito funziona ed è molto contento. Si prende al gioco. Hegel contro Spinoza insaporito da Liebniz, Gesù contro Gautama, arbitrato da Lao-Zi, la destra contro la sinistra, la peste contro il colera. La preghiera contro la meditazione, vediamo, giudico e taglio corto, non vale la pena di provare né una né l'altra, quale perdita di tempo! Non possiamo discutere a lungo, sul cammino evolutivo, alternative truccate, né ingegnarsi a selezionare cammini che sono gli stessi all'arrivo, che conducono allo stesso luogo, nonostante la differenza di itinerari. La destra o la sinistra, due sistemi che possiedono una forma antagonistica (yin, sinistra, yang, destra), ma che si rivelano tanto l’uno quanto l’altro incapaci di fare le loro prove, poiché hanno la stessa origine: l'ingenuità sconcertante di credere che semplici posizioni ideologiche possono influenzare il mercato del mondo. Non è interamente falso, ma la fiducia attribuita a queste due strategie rivali, e che nel fondo partecipano della stessa illusione, è anche fondata sul mito religioso del valore della scelta, l'idolo della libertà, il dio del sì O del no. Se si sceglie la destra contro la sinistra, o inversamente, prendendo molto seriamente il loro raffronto, è semplicemente che non si è ancora deciso che queste cose erano secondarie.

Certamente, si può andare votare, ma si tratterà di un semplice rito sociale, una costrizione contingente acconsentita, non vale la pena di credere oltre misura nella politica per depositare il suo bollettino nello scrutinio.


Il mondo trasformatore avviene altrove. Non è nell'oggetto né nell'azione, è all'interiore di sé, quando il fascino dell'azione-soluzione si cancella a favore della trasparenza: “di accettare di vedere„. La trasformazione prende radice nel dissenso della calma, del riposo, della pace, - spesso di ciò che sembra inutile, ma che è tuttavia perfettamente necessario, come il vuoto del recipiente, caro a Lao-Zi, senza il quale i recipienti non avrebbero contenuto. Riflettere, respirare, assorbire il cielo, sentire la terra sotto i suoi piedi. Rimettere la sua giornata passata all'infinito, ringraziandolo del cibo del tempo. L'inutile è un tesoro, nei momenti guadagnati contro il livellamento dei valori accaniti da combattersi, una vittoria contro la banalità degli eventi che servono a piccole cose poco importanti, un'oasi contro gli innumerevoli cicli sistematici e riassicuranti che fanno dormire l'uomo gli occhi aperti. Stregato dalle sue certezze che lo portano di scelta irrisoria in scelta meschina, d'opzione a buon mercato in promozione, di ribasso in saldi. Il tempo collettivo o “la durata obbligatoria„, ci mette al riparo dalle decisioni solare che lo minacciano. Osare decidere. Finché l’io non ha ancora preso coscienza della sua sovranità rispetto al mezzo che gli ha dato il giorno, sopravvaluta il cerchio umano, accetta la sua influenza deleteria, si lascia guidare con correnti abortiti in breve si sottopone al passato.


Certamente, il nostro corpo e la nostra personalità dipendono dal luogo dove viviamo, ma più facciamo posto al contesto, più il nostro orario sarà sottoposto alle regole che ci sfuggono, e più saremo contaminati dallo spirito strisciante della nostra epoca, il regno del calcolo. E se il proprio della via divina è di liberarsi dell'influenza meccanica del mentale, e dell'impero delle circostanze molli, il nostro cammino si apre allo sconosciuto, quindi infine al Divino, con tutto ciò che viviamo di non anticipato nella nostra ricezione del presente, - e pazienza se gli altri ci giudicano inutili. Non lavoriamo più per il vecchio uomo, non lavoriamo più per il rendimento. Senza creatività, senza interrogazioni profonde, senza la libertà di fare nulla ad alcuni momenti semplicemente per ascoltare l'universo senza limiti, senza la possibilità “di lasciare venire„ le cose ad incontrarci, anziché sempre utilizzarle o respingerle, estrarsi della meccanica lineare della durata rimane impossibile. Inviteremo dunque “breccie„ a prodursi, disporremo nel nostro spirito, in anticipo con l'intenzione, dei volumi perfettamente lisce di momenti indeterminati, liberati dai deviatoi del sì e del no, dell'ombra e della luce, liberati da una lettura obbligatoria, - dei momenti vergini. Sarà necessario preparare ciò. Quello che non ha mai concepito che il tempo perso poteva essere guadagnato, perché fa uscire dalle sentieri battuti, non saprà approfittare di un interstizio di tempo “inutile„ per lasciare farsi una meditazione, senza oggetto particolare, ma che eserciterebbe lo spirito, se fosse prevenuto, a chiedersi quale è la sua funzione senza paura di mancare la soluzione. Inoltre l’accanimento a non perdere mai di tempo, uno slogan moderno che ha permesso l'arricchimento delle elite industriali, crea il condizionamento del quale sarà evitata una contemplazione disponibile, tutta pronta, - questo momento nuovo e senza limiti, che rivela la soddisfazione intima di essere soltanto là, posto nell'eternità, mentre mancano ancora gli annessi e i connessi di questo miracolo, mentre basta ora accettare di trovare la pista infinita. Placare la percezione è indispensabile.


Ciò significa che un giorno o l'altro, l’Uno non è più un concetto, ma la visione interna, ancora fragile, di un altro stato che si avanza, - che può fin d'ora mancare un po', e la cui assenza discreta, precisamente, funge da bussola, ed attira le meraviglie del senso. La mancanza dell'assoluto è il migliore riferimento che sia. Riconoscersi che manca bene qualcosa di auspicabile oltre a tutte le soddisfazioni che procura il desiderio soddisfatto, è andare sulle tracce dell'insondabile, del mistero cosciente dell'universo, Satchitananda, è indovinare di gran lunga la Madre dei mondi, Aditi, e tanto peggio se la strada è lunga poiché è la sola. È lasciare la presa sui mezzi per attuare con successo l'avventura senza memoria, profonda oltre ad ogni rappresentazione prodotta dal pensiero; è abbandonare, infine, questo io isolato che fu il seguito del bambino alle prese con la sua storia cadendo da si non sa dove, ed è dunque decidere di un'altra storia, di un'altra via, iscritta da nessuna parte e che ramificherà alle stelle ed al Divino. In via di conseguenza, sarà deciso un altro tempo: un decifrare permanente, una decodificazione che non si ferma, una nuova lettura di tutto ciò che ci costituisce, - senza che si sappia realmente perché è là, in noi, all'opera. La paura che spia il pericolo, anche immaginario, perché è golosa, il desiderio che attira l'occasione, anche di seconda mano, perché è avido, il pensiero che architetta rappresentazioni dell'Azione, per ottenere questo o quello, fino ad inventare trappole dove finisce per imprigionarsi egli stesso, come un cacciatore, di paura di ritornare borbotta, ne uccide un altro sparando sul rumore nei cespugli. Sì, sbarazzarsi dei pretesti superiori da imporre questo o quello, a sé o all'altro, per conservare il controllo dell’ impasse che si chiama la propria vita. Benvenuto in compenso a questa fame di altra cosa, che non sa ancora il suo nome, ma che vuole possedere il segreto della terra e delle stelle della notte, per giocare a percepire, ad essere, a comprendere e ad amare.




 
Benché staccato delle opere, l'amante dell'assoluto concepisca nella gioia che le sue intenzioni evolutive un giorno sarano coronate da successo. Ma non è lui che decide né del giorno né dell'ora. Non aspetta più. Può essere abile e rapido, o poco dotato e lento, vedrà bene. Nessuno è padrone del successo divino. È al di là di noi. I grandi Esseri decidono della nostra preparazione, della nostra sincerità, di nostro disinteresse, presiedono alle nostre illuminazioni, e non sono inevitabilmente entità dotate di coscienza. Può succedere che si incontra piani nutritivi, sia delle energie, del lato delle shakti, sia dei tipi di concentrazioni d'intelligenza, del lato purusha. E con la sola perfezione dello sguardo, con la sola semplicità dell'offerta, gl’incontri avvengono e cambiano la data esistenziale. Ma questo tipo di coincidenza, che si desidererebbe produrre regolarmente, tocca il suo obiettivo soltanto ad alcuni momenti imprevisti, sufficienti tuttavia per confermare l'itinerario. È possibile accedere al Sé, ed anche se non si installa, lascerà una traccia, come molte rivelazioni dinamiche possono anche prodursi, indipendenti da qualsiasi atmosfera e da qualsiasi energia, ma che trasportano, con l'intelletto puro, nella nostra intelligenza che non ci appartiene più, la ragion d'essere del mondo e della coscienza, l'evoluzione verso l'infinito. Poiché questo mistero è inesauribile, e dà del tu alla durata. Si tratta di scolpire il tempo pur lasciandolo scolpirci da lui. Con questa sincerità intima, questa apertura vulnerabile, quella che non si apprende né nei libri né negli ashram, né nei monasteri né nelle università, e non anche alla campagna o in una solitudine che assilla il mistero. Si tratta di vivere il presente senza inghiottirlo, dove che ci si trova, - senza farne dell’io e senza perdere la sua identità. Senza nulla aspettare dicono alcuni, in attesa di tutto dicono altri, - ma ciò ritorna allo stesso.


Il tempo dovrà restituire ormai, mostrare ciò che dissimula, riconoscere che la sua stretta effimera e perpetua, che il suo svolgimento rapido, sono soltanto un'illusione trattenuta dalla natura ed da un certo funzionamento dello spirito, rodato da affrontare l'ambiente, e che crede, da sempre, che le cose si succedano, che le preferenze sono fondate e che devono mantenere l'ordine dell'apparenza. Ma nessuna strategia gli fa restituire. È lui, il tempo, che si cancella, semplicemente, perché a forza di costeggiare il presente eterno, l’evolutore lo scopre, nascosto dentro la durata essa stessa. Per questo tempo immobile, non c’è d’inizio né di fine, l'azione è soltanto una ruga formata dal vento sul grande lago. Dietro alla velocità: l'oceano del riposo, la pace inestinguibile che si rivela al purusha che vi si dedica, al testimone che utilizza sua vita per “farne„ altra cosa che una semplice esistenza destinata a morire, al termine di una raccolta di memorie e di un museo di azioni trascorrate. Un'esperienza dunque. Dedicata al solo mistero di essere una presenza e che cerca il suo disvelamento nella conoscenza, l'amore, e l'integrità. La decisione di essere sostituisce l'Azione, la madre della sete dell'esistenza individuale, che nutrisce instancabilmente i suoi bambini gli uomini.




6 L'AZIONE



Dobbiamo circondarla da vicino, distinguerla da ciò che gli somiglia, vederla. Poiché l'azione è soltanto uno degli aspetti del Movimento. Non può esservi ridotta, l'azione va da qualche parte, mentre il movimento può accontentarsi di muoversi. E l'azione vuole produrre qualcosa. L'azione riguarda un obiettivo, ha una destinazione. E si manifesta con l'atto, che deve essergli conforme. Primo problema fondamentale: tutte quest'azioni messe in movimento che non conducono realmente dove si vorrebbe. Le destinazioni mancate, gli scopi failliti, le procedure che vanno a monte, “le derive„. Non si riesce a trovare il seguito degli atti che dovrebbero succedersi per essere conformi al suo spiegamento. “Sì, signore, ma almeno, la politica, essa, agisce„. D'accordo. L'azione, un mito vivo che tritura le esistenze. L'azione, un orco goloso, che mangia quelli e quelle che fanno. “Sì, signore, facciamo, noi. Facciamo denaro, leggi, noi costruiamo il futuro, edifichiamo, comprendete? „.


Ciò basta tutto a giustificare, e garantire i risultati che mancano.


 “Sapete prendervi?„. “Non realmente, ma almeno ci si occupa.„ “E se quello non va?„. “Si ricomincerà, in qualunque caso, non si sa restare senza nulla da fare. Tanto vale fallire, ciò ci permette di ricominciare, ed il più rapidamente possibile, si cambierà anche errore per giungere allo stesso fallimento se lo occorre, innovare, è il sale dell'esistenza„. “Sapete che uomini notevoli hanno aspettato molto, molto a lungo, prima di sapere ciò che dovevano fare?„. “Tutti hanno il diritto di essere pigri, signore, non sono un giustiziere„. “Buddha, ad esempio, di cui decine di milioni di effigie attraversano l'Asia, e che ha l'aria meno triste di Gesù sulla sua croce, sapete quanto tempo è restato senza nulla da fare?„. “Non, quello non m’interessa, non importa, ho lavoro.„ “Dodici anni, signore, ad interrogarsi„.


È ciò che occorrerebbe prendere in considerazione, e non che era un principe in fuga. Questo tempo che ha volontariamente perso senza essere certo del risultato. Aveva deciso. Si era tuffato. Le foglie non gli hanno mostrato i rami, i rami gli hanno nascosto il tronco, il tronco nascondeva la radice. Vedere la causa dei piccoli atti non lo conduceva a quella dei grandi atti, e poi finalmente, che c'era di così riuscito nella vita umana, di così brillante che occorreva subirla senza porsi questioni? Ha rinunciato a comprendere l'albero a partire dai fiori, in estremità di catena. Le azioni si perdevano sempre in cause discutibili o mediocri, mescolate, e gli atti corrispondando si perdevano in cammino. La religione faceva uomini buoni? No, se lo fossero, lo erano già prima, e trovavano un mezzo per perseverare. Gli altri compravano favori alle potenze sconosciute. Ha scavato attorno alle radici, e le prime radicine umide, come capelli che si inseriscono direttamente nella terra, non spiegavano nulla neppure. È rimasto a lungo in erba trastulla. Prigioniero come in fondo ad un pozzo. E finalmente ha visto il seme, ed in un'estasi si è spiegato in alcuni secondi, e l'albero era già morto. Non valeva la pena di volere sapere ciò che era un albero. Era là intero nella minsucula perla del suo seme. Non passerebbe più la sua vita da fare la differenza tra le foglie ed i frutti, i rami ed il tronco. Tutto si teneva. Le azioni erano il frutto dell'ignoranza, e non occorreva lasciarla fare. Combatterebbe l'ignoranza, denuncerebbe il desiderio come origine d'azione inesauribile, e la paura come fonte d'azione inespugnabile. Ci sarebbe un mezzo per infilarsi, e venire a fine del desiderio, il dio della vita, e della paura, il dio della morte.


Mancava soltanto un pezzo di tempo perché ciò si spieghi, un seme, un albero, e non saprebbe mai perché una cosa così straordinaria poteva esistere, ma era senza importanza. Si metteva ad un compito, liberare l'uomo della sofferenza. Ha rinunciato a sapere perché spunta, la natura. Il fatto è là. Ciò cresce. Il tempo ci porta, ci sviluppa, ci assorbe. Coniugamo, il bello affare, ed anziché lasciare il tempo fare il suo lavoro, anziché crescere, anziché vedersi crescere con lui ai nostri lati, si immagina che occorra affrettare il movimento. Ed è già finito, le azioni collegate senza tregua avranno reso incandescente la sete esistenziale, ci si riconoscerà in piccole sequenze senza importanza, alcuni buoni momenti sopravvivendo sopra una percezione senza sfarzo, senza abbagliamenti, senza godimento interno, senza il vero pericolo: la paura latente basta ampiamente. La vita è già un po'mancata. A forza di accanimento ad adattarci il futuro, i nostri rami crescono troppo vicino alla base, troppo presto. I nostri rami strisciano, e non è bello a vedere. Perché l'ego ha rincarato, ha voluto piegare le cose, sottoporre la durata. Un impulso violento, la sete dell'esistenza individuale, con sempre dietro essa e non molto lontano, la paura di mancare, mancare un buono posto sociale, mancare la ricchezza, mancare l'amore. Impadronirsi dunque, ed il più rapidamente possibile, i posti sono costosi. Buddha non era fiero, non avveniva nulla. E tutti i modi che ha provato a catturare la conoscenza sono falliti. Allora ha cambiato strategia, ha accettato che ciò non va bene, ed ha continuato comunque. La fede è rimasta mentre non c'era “ragione„ che persista. Ha preferito non fare nulla e prendere il rischio di fallire la sua ricerca assoluta, piuttosto che abbassarsi su azioni mediocri che funzionano. Se non avesse ottenuto l'illuminazione, si potrebbe dire che un povero tipo ha rifiutato di essere re per perseverare nell'errore tutta la sua esistenza, a trovare nulla, in fondo ad una foresta, a non fare niente, a non vivere nulla, a non costruire nulla, e non amare nessuno. Sì, ma non era una impasse. Un lungo cammino fuori dei sentieri battuti, l'avventura di un uomo che si è liberato della sete dell'esistenza individuale, simbolicamente rifiutando il suo piccolo regno, e concretamente rinunciando ad ogni itinerario anticipato. Il cammino che si impone perché il tempo passa e che basta seguire il passato, egli ne non voleva più. Piuttosto nulla.


Ma non è stato il solo ad opporsi al prolungamento. Zhuang Zi quasi alla stessa epoca, ha rinunciato ad afferrare le cose con il pensiero. Troppo numerose, troppo rapidi, ingarbugliate le une nelle altre. Impossibile di seguire. Comunque non mi immaginerò che il mio pensiero possa dare un senso a tutto ciò: parte da tutti i lati allo stesso tempo, e non si ferma mai. E che fare di milioni di senso, a che rima tutto ciò, altrettanti tragitti che si incrociano, altrettante specie che si mangiano tra esse, altrettanti esseri umani che disputano su ciò che dovrebbe avvenire, dato che non accettano ciò che avviene. Troppo difficile afferrare tutto quello, abbandono. Ed eccolo anche nel Tao, dopo essere stato terrazzato dai miscugli di tutti i movimenti, che sembravano condurre da nessuna parte. E bene sì precisamente, appena dietro, il Tao. Contiene tutto, non datevi la pena di contare i dieci mille esseri uno a uno. Quando conoscete l'unico recipiente, conoscete tutto ciò che contiene, non è più la pena di esaminare nei dettagli. L’Uno non proverrà mai da una sottrazione. Confonde ed assorbe tutti i numeri fino agli ultimi numeri primi, che allineano una somma così conseguente di cifre che i grandi matematici ne fanno incubi. Il Tao unisce tutto, il possibile all'impossibile, ed il bene al male, il giorno alla notte, e l'errore alla verità. Non fa parte del grande movimento. Non agisce. È lo stesso all'inizio ed alla fine dell'azione. Non fa la differenza tra il seme e l'albero consunto che muore. È lui, sempre lui, tra ogni fase. Lo spirito non può afferrarsene, a meno che rinunci all'azione, che lo lega al prolungamento delle cose.



L'azione non è dunque l'atto, ma il suo principio, il suo tipo, il suo modello. Cessare di agire non vorrà dunque dire che ci asterremo di atti. Saranno sempre là, ma come semplici conseguenze, non proseguiranno nulla, faranno ciò che devono fare per garantire la nostra vita materiale, si iscriveranno senza alcuno attrito in numerosi svolgimenti, concreteranno intenzioni, saranno i gesti del nostro essere, in breve si produrranno certo, ma liberati del desiderio di ottenere, cosa che caratterizza gli atti ordinari che procedono della sete dell'esistenza individuale, e comprende tipi d'azione ciechi, storditi, autorevoli, dominatori, coloro che vogliono imporsi, avvitare nel presente iniziative, con la forza se l’occorre, chiudendosi al resto, insistendo, celando e rubando piuttosto che raggiungendo il senso essenziale delle cose, che va il suo cammino, poco interessato dei successi e degli scacchi. Un cammino più ampio, più profondo di quello tracciato dalle nostre azioni rapide, dalle nostre risoluzioni precipitate, dalle nostre ambizioni acute. Un cammino nel quale la volontà personale, anziché differenziarsi, raggiunge la stessa volontà di coscienza che quella dell'universo, un potere profondo e segreto, chit-tapas, che esaurisce la sete dell'esistenza individuale, e che rivela che dietro l’io (che si credeva libero con la magia del libero arbitro), aspettava da sempre un altro Io sottoposto a sé stesso, capace di rinunciare, non soltanto all'azione che divide, ma ai suoi frutti. Là, lo spirito funziona differentemente. Non è più possibile riuscire o fallire: questi termini non vogliono più dire nulla, o a così breve scadenza che tranciano l'essenziale. Un successo nasconde sempre un fallimento in un altro luogo, ed un fallimento costituisce spesso un successo: siamo già più lontano che si prevede. Zhuang Zi e Buddha hanno accettato di perdere: il fallimento non più del successo non sono apparsi loro come avente del senso. Un senso forse minuscolo, contingente, piccolo, nulla di più, nulla che orienta verso l’Essere.


Ma se ci fosse un solo senso? Se la vita non dovesse condurre né a sinistra né a destra, né a perdere né a vincere, ma condurre in un luogo in cui tutto è il centro, ciò non varrebbe la pena di abbandonarsi a questa ricerca? Ed è ciò che Lao Zi scoprirà. Non ci sono limiti. Il grande quadrato non ha angoli. Le cose misurabili non sono principiali, di semplici forme, degli incidenti, di piccoli accessori molto rapidamente ingombranti. È il centro che fa rivolgere la ruota, e poco importa che ci sia una relazione costante tra il raggio e la circonferenza, altrimenti precisamente per mostrare che lo spazio è lo stesso qualunque sia la sua dimensione, una semplice dimensione piena di oggetti. Occorre perdersi facendo come gli altri, lanciando azioni, ubriacandosi di scopi da raggiungere, con la sfida di riuscire? Occorre senza sentenza che gli imperatori giocano alla guerra, che sacrifica milioni di uomini, per glorificarsi di avere più vittorie che sconfitte? Tutto ciò sarebbe se stimolante per raggiungere ciò che si era fissato? Lo scopo raggiunto, occorre trovarne un altro, per avere l'impressione di non ammuffire in piedi, e l'azione è ripartita, dura, virulenta, combattuta da altre azioni, impedita dalla mancanza di abilità, favorita o no, è secondo, con le circostanze. Un combattimento perso in anticipo, in verità. Sforzi estenuanti per un risultato effimero, minacciato appena è raggiunto, e che occorrerà in più consolidare poiché l'entropia si attacca inizialmente al successo, ai trionfi, ai vertici. L'erosione, non è cosa di poco. Certamente, poiché deve livellare, si attacca inizialmente a ciò che è superiore. La scommessa dunque di abbracciare tutto, il rischio di non giungervi, piuttosto che di accontentarsi di piccoli tragitti personali, è stato dunque preso dai dissidenti. Non che ce l’hanno con chiunque. Non che vogliano fare scuola: del resto sanno che un cammino così semplice non può essere compreso. Non è abbastanza complicato. Non fare nulla piuttosto che fare qualunque cosa, ciò è troppo difficile, il movimento richiede, il pensiero vuole afferrare, qualsiasi cosa ma afferrare. Si aspetterebbe troppo a lungo la risposta esauriente, la spinta che ramifica alla totalità, abbassiamoci sull'ebrezza di fare.




“Non è una scommessa interessante, il non agire. Ciò può fruttare molto, moltissimo, ma la messa è elevata, e non si sa se il numero uscirà. Allora agiamo. Piccole azioni che rendono piccoli risultati, guadagni garantiti, signore, ve lo assicuro. Non farete nulla della vostra vita, ve la concedo, ma almeno non prenderete rischi, comprendete. Lasciamo il Tao ai matti, ai sognatori, ai fieri, occorre agire per migliorare le cose. Tenete, la Cina ha preferito Confucio a Lao-Zi, che sappia io. E di che si ricorda ? Di Alessandro o di Aristotele, che lo avrebbe istruito? Cesare non è più conosciuto di Lucrèce? Buonaparte non ha fatto dimenticare la Rivoluzione, e le suoi zimbelli di cui les teste finiranno su picchi o ghigliottinate? Andiamo, andiamo, giovane uomo, l'azione, c'è soltanto ciò di verità. Del resto, le finanze non si sono fuorviate, l'azione, è un denaro presunto crescere solo per essere fedele a sé stesso. Sì, agiamo, quale migliore mezzo per riempire il vuoto delle nostre vite? Ed è stimolante, non si annoia, sapete. Si agisce. Vi rendete conto, impadronirsi del potere del tempo stesso, si fa come lui, si spingono le cose davanti. Credete che faccia meglio, ah davvero, credete che faccia meglio, e che si fuorvia meno? Che le palme da cocco non danno manghi, ed i ciliegi non danno mele. Mentre i nostri politici di sinistra aumentano le diseguaglianze? Che la scienza produsce la bomba nucleare e Fukushima? Sì, d'accordo, l'azione umana, non ne disconvengo, è più approssimativa di quella della natura. Le leggi fisiche anche, mi direte, sono nette. Si vede di rado l'acqua bollire quando è ancora tiepida, o il ghiaccio fondere con meno trenta. D'accordo, le leggi dell'azione umana sono così elastiche che è raro che un'iniziativa qualunque, - appena possiede qualche portata, raggiunga le sue fine. Sappiamo ciò, signore. Noi facciamo cilecca, falliamo, e ciò, da sempre, è un’abitudine, un solco forse, un destino, non esageriamo. In ogni caso, è una religione, intraprendere e vedere che quello non conduce dove si credeva. Siamo diventati padroni, signore, nella deriva. Non c’è alcuno scopo che genera il suo opposto. Più si considera l'uguaglianza, più la povertà e la ricchezza estrema guadagnano terreno. Fine delle classe medie presto, signore, allora a che serve la democrazia ? I re prelevavano meno tasse, tra parentesi. Poveri sfruttabili e gente di mondo. È tutto ciò che resterà, tra poco. L'amore di Gesù, molti secoli d'inquisizione, signore. Il distacco di Budda? Ci si affacenda agli affari, signore, in Asia, con un Budda panciuto in porcellana, che sorride come una danzatrice nel negozio per fare rientrare il denaro. E Dio, che l'India adora, non lo ami che se riceve inizialmente qualcosa di lui, e questo povero Ganesh è là da darsi la pena di livellare gli ostacoli. Prima, Dio mi favorisce nella mia leggenda personale, e lo amerò per ricompensarlo. È normale, signore, si amano prima coloro che si occupano di noi. Date uno scopo all'uomo, uno qualunque, quello conduce a parte ed a volte al contrario. Riguardate la felicità e raccogliete la disgrazia, per la giustizia, la diseguaglianza; per la pace, occorre una buona guerra prima. E ce n'è anche che si allenano a non pensare pensando, signore. Prendono la posture, e fanno finta di non pensare. E non si diverte. È una cosa seria signore, di pensare a non pensare, non si scherza con ciò. E ci si prende per Dogen con poche spese, sapete. Un'ora quì, un'ora là, quando non c'è nulla di bene alla televisione ed il giocco è fatto. Ma quale azione può afferrarsi di ciò che non agisce? Ed il pensiero non è già un'azione? Si, è un'azione. Traccia, stabilisce, e muore. Inoltre, capisco che abbiate alcuni sospetti sul valore dell'Azione, e che ne facciate anche la matrigna, la cattiva madre dell'umanità. Le azioni separano, mancano il loro scopo, o vi giungono, ed ecco che l'erosione mina i successi, ammuffisce i risultati, e che occorre già tutto ricominciare. Le azioni strappano, è vero, ma rattoppano anche. S’impongono. Chi vuole il successo dell'altro nello stesso settore? Chi vuole dividere il dolce? Si ha un bello cambiare, i risultati sono deboli. E quindi fondono. Tenete, l'amore ciò non tiene a lungo. La gioventù neppure del resto. L'azione, è giusto un modo di sbattere il campo da qualche parte che non si raggiungerà mai. Ma riconoscersi che ciò non serve a grande cosa, o sempre alla stessa cosa, - affermarsi proprietario sul suo piccolo fazzoletto di terra e prendersi per qualcuno (di altro) che vince, è difficile ed umiliante. Tanto più che si può sempre sostituire un'azione con un'altra. Sono così inesauribili come i pensieri, che danno loro il giorno. Occorre girare in tondo, e ci prendere piacere. Come l'altro, che rotolava la sua pietra al vertice, per nulla, ed andava cercarla quando aveva ruzzolata. Forse teneva con voluttà il numero di giorni dove aveva eseguito il suo compito, chi lo sa? Ancora un giorno di sofferenza, e domani batterò il mio record, a meno che non abbia il coraggio di risalire questa pietruccia al vertice. Sì, l'azione, anche a volte sempre la stessa, ce n'è che non se ne stancano, signore. Si regolava il proprio orologio sul suo passaggio al signor Kant, aveva un orologio nella testa, e che pensava, che dire, che pensava, un orologio che faceva le fusa. Sempre fare la stessa cosa, ce n'è che non se ne stancano. Pensare, fare la guerra, guadagnare denaro, sognare la sua vita, corrersi dietro sé stesso senza recuperarsi mai, in mancanza di mezzi. Sì, l'azione è appassionante. Senza contare tutto ciò che si mette attraverso l'azione, signore. Altre azioni che non la favoriscono, che l’impediscono, o la distruggono. La lotta, il sangue, la minaccia per arrivarvi, l'autorità, mostrare i denti, il combattimento, l'emozione forte, manovre intimidatorie, la possibilità di sottoporre l'avversario, ah quale godimento! Tutto quello ve lo concedo, è interamente collegato, e forse Lao-Zi ha ragione. Non agire a partire da sé, ma lasciare gli atti farsi sotto la direzione del Tao, nella grande coincidenza. Ma per arrivarne là, credo che dobbiamo essere realmente disgustati di fallire, e come si ricomincia senza sosta a costruire ciò che si crolla, con nuove pietre e nuovi piani, domani !


Pazienza! Apprenderemo un giorno l'azione efficace. Quando, non so. Dove, è da vedere. Come, mi state chiedendo un po' troppo su pretesto che mi siete simpatico. Sì, saremo forse morti prima, per disattenzione. Il progresso sempre rinviato al giorno dopo, la società giusta, sempre a portata di mano, ma che si cela all'ultimo momento, sì è il nostro destino, ma restano i piccoli piaceri, signore, la seduzione, il cibo, l'attualità, sempre nuova sempre la stessa. Le vacanze! Non mi assillate. L'azione, nessuno ha mai saputo dove conduce, e ne convengo, ma è insostituibile, ecco, voi siete contento! Insostituibile. Tenete, anche la guerra, che è dell'azione concentrata, quintessenziale, dell'azione stretta, compressa, - dell'azione suprema in un certo qual modo, ebbene, figuratevi che la guerra, il modello più perfetto dell'azione (strategia, stratagemmi, tattiche, diplomazia, arti del combattimento, scelta degli orari delle battaglie!) ebbene, la guerra, nessuno sa dove va, signore. Nessuno sa che la vincerà, la guerra, i futuri vinti pensano che saranno forse i vincitori, e reciprocamente. L'azione è un gioco, signore, perché vorreste dunque che arrivi a qualunque cosa? Si agisce come si gioca ai dadi. Se si ha abbastanza, con assoluta priorità, ci si gira verso la totalità, ci si calma, e si commincia di chiederle conti senza alzare la voce. E si finirà per vivere gli slogan pattinati dei vecchi saggi: la conoscenza è superiore alle opere. Ecco signore. So. Agisce, ma non ti attacca al frutto dell'opera. (Tanto più che non si sa mai realmente dove conduce, lo ripeto, l'opera in questione). Sostituiamo l'azione con la conoscenza. Riceviamo le istruzioni dell'universo anziché fare, dirigere, comandare. Mi avete convinto. Grazie. Non proverò più a salvare la faccia della mia ignoranza con piccoli inganni sciocchi, nuove azioni pericolose investite del potere magico di darmi il controllo su ciò che sfuggirà nonostante, il mio presente personale, attraversato da quello degli altri, attraversato dalla vita, ed anche attraversato dall'Immutabile. Rendo le armi. Che il Tao m’impugni, non posso impadronarmi.

 

7 IL PRINCIPIO



Occorreva stabilire una volta per tutte che il libero arbitro non serva più molto nella via radicale. Non soltanto non fa che accontentarsi di fare giocare gli attriti tra lo yin e lo yang, o tra le sette tendenze psicologiche, ma non è più di messa se si prende alla lettera il termine d'offerta al Divino, poiché questo processo basta a comandare tutte le azioni importanti. Ma lo abbiamo visto, il libero arbitro serve soprattutto a selezionare azioni con scelte, azioni che riempiranno colla loro finalità i comportamenti e gli atti che si esprimono attraverso la durata. Se l'offerta si opera, possiamo supporre che l'amante dell'assoluto, che non si ferma all'aspetto impersonale del Sé, si girerà verso il Divino per attendere ciò che si potrebbe chiamare gli ordini, le ingiunzioni, le ispirazioni, gli orientamenti fondamentali, seguendo una disciplina che prevarrà “sulle scelte„ individuali, cosa che sostituirà il libero arbitro. Se il Divino è in un certo qual modo tenace, o se lo strumento è particolarmente flessibile, cosa che ritorna allo stesso, l’essere evolutivo non deve più scegliere grande cosa, fuori delle piccole procedure contingenti che gli ritornano. Sul fondo dell'affare, il suo spirito deve cessare di preoccuparsi delle paure e dei desideri, e restare girato verso l'alto. Se la vita fa emergere dei movimenti, delle tentazioni, in teoria siccome in pratica il candidato deve rifiutare di cedere. Se ciò è al di sopra dei suoi mezzi, se la sincerità non lo accompagna più nella perfezione, nulla gl’impedisce di ritornare dietro, ma giocando il gioco: accettare la conseguenza di un ritiro momentaneo o prolungato della Forza, a costo di ritornarvi quando le stesse attrazioni, esaurite, non interverranno più.


Se vogliamo semplificare la questione, ci fuorviamo. Non dobbiamo né esagerare le difficoltà della via né sottovalutarla. Se l’amplifichiamo, riserviamo il Divino ad alcuni esseri infallibili, che, dalla partenza fino a termine sarebbero capaci di liberarsi dalla sete dell'esistenza individuale gradualmente, senza che questa ritorni mai al carico chiedere il suo dovuto, o che lo faccia invano essendo schiacciata dalla determinazione dello yogi. In quest'ipotesi, lo yoga sopramentale resterà praticamente inaccessibile. Se sottovalutiamo le difficoltà, presenteremo la disciplina dello yoga con comodo, insistendo troppo sul carattere unico di ogni persona, lasciando intendere che alcune possono permettersi, conservando l'impunità, ciò che farebbe cadere gli altri, o ritarderebbe la loro progressione. Tra queste due possibilità, rendere obbligatoria l'infallibilità o stipulare che i ritorni indietro non sono gravi, è necessario accontentarsi della verità: il cammino sopramentale si fa passo per passo, la sua velocità e la sua “perfezione„ essendo sottoposte a perturbazioni, saturazioni, soglie da superare. L'ordine delle trasformazioni non sarà identico, né il ritmo, né l'espressione dell'esperienza, e forse alcuni spingeranno più lontano il contatto con il Divino, ma tutti i partecipanti potranno raccogliersi tuttavia sotto la denominazione di yogi sopramentali, nella misura in cui si riconoscono in esperienze simili, senza piaggeria, cosa che dovrebbe finire per essere verificabile, con le loro qualità piuttosto che con le loro dichiarazioni.



Ciò che è impossibile un giorno lo diventerà il giorno dopo. Ciò funziona in numerosi sensi, l'orientamento perfetto, che può essere subitaneo e che permette di fare progressi considerevoli sotto l'impatto potente della forza, senza contrattempi, durante molti mesi o anche molti anni, come l'orientamento imperfetto, quando i progressi rapidi non sono più possibili, che una decantazione si imponga con saturazione della forza nei chakra o nel corpo, e che occorre in un certo qual modo lasciare riposare il cantiere. L'orientamento fissato può anche prodursi, non inevitabilmente a lungo, ma dimostra allora un'impossibilità immediata di andare più avanti. L’io può approfittare dei tre periodi in qualunque caso, poiché i cambiamenti sono molto rapidi, e passare da una fase a un'altra costituisce piuttosto un adattamento che un handicap, a meno che ci si attacchi ai frutti dell'opera, che ci si colpevolizzi sulle perdite di tempo, o che ci si voglia vedere più efficiente di ciò che la realtà rivela.


Sono durante le fasi d'orientamento imperfetto e d'orientamento fermato che l'automatismo cosciente si indebolisce, quindi va a rotoli, e la sete dell'esistenza individuale ritorna al carico, che fa nuovamente ritenere di un'esperienza soggettiva e gratificante, ma lo fa in modo bello, senza malizia, benché la bellezza della vita possa allora sorgere con un'insistenza particolare, che viene nuovamente a contrastare, poiché compromettere sarebbe proprio una grande parola, il sacrificio acconsentito. L'obbedienza assoluta diventa allora fastidiosa, o insopportabile, e gli yogi possono preferire rallentare le esperienze divine e sperimentare ciò che gli resta di vita propria, se la spinta è incoercibile. Nel migliore dei casi, il Divino acconsente a rallentare e diminuire la sua pressione, pur restando in ritiro ma vigilante. In altri casi, è l'atteggiamento del sadhak che vuole ritornare ad una fase precedente, e la Forza si ritira di più. Nulla è realmente stupefacente in questo processo. I progressi compiuti fanno emergere di nuove resistenze, più profonde, e la potenza di vita risale da lontano, arroventando i residui della sete d'esistenza individuale. Il soggetto allora reclama varie cose con l'impressione che non può più privarsene, mentre l'affare sembrava inteso, a volte da un bel pezzo. Può essere della compagnia, o una vita spontanea senza il peso delle preoccupazioni urgenti della trasformazione, ed è così possibile cadere su potenze che attraversano, che non appartengono in proprio all’io, ma che perturbano il suo funzionamento. La potenza sessuale, ad esempio, può mostrare un'insistenza sconosciuta prima, e rendere la sublimazione insincera, poiché è a volte impossibile passare da forza dove ci si vorrebbe rendere. La tortura della mancanza non è inevitabilmente la soluzione. Se i chakra inferiori sono stati già trasformati, hanno ricevuto molta energia sopramentale, se sono stati saturati di ananda, un eventuale “ ritorno indietro„, che riconoscerà l’essenza del potere della vita nella sessualità, avverrà su basi nuove molto meno oscure, o naturalmente tantriche, ma rimane coerente di prevedere che si tratta soltanto di un passaggio, che non è destinato ad avere forza di legge.


Tuttavia, ecco un punto tecnico molto importante, è giudiziosi evocare un fantasma quantico, cioè la resistenza di ciò che l’essere sarebbe diventato senza il contatto con la Forza Divina, poiché è questa potenza, questa intelligenza, questa presenza che ritorna a volte delle profondità e preferisce di nuovo il libero arbitro all'obbedienza assoluta, quando le cose si aggravano sotto gli attacchi, ad esempio quelle dei principi dei guna, poiché due di loro possono presentarsi nella loro forza originale e devastare il cantiere in trasformazione, in occasione delle discese più profonde nell'incosciente collettivo. Personalmente, non troviamo un'altra spiegazione ad alcune difficoltà incontrate in corso di strada, tanto erano prégnante pur sembrando appartenerci, mentre allo stesso tempo, venivano da altrove. Sri Aurobindo evoca anche “un fratello d'ombra„, certamente nella stessa linea di evocazioni di resistenze fondamentali. Fratello con la prossimità, ma oscuro con la sua opposizione, tamasica o rajasica, o più di rado sattvica, all'ordine divino. La disciplina pura potrà riprendere il suo corso più tardi, se l’evolutore non si è legato alla fase di risacca che avrà attraversato, durante la quale si sarà autorizzato delle esperienze umane giudicate inevitabili, l'amore ad esempio, o un abbandono alla natura delle cose, semplice ed affidando, durante il quale la fede rimane, mentre l'urgenza divina, perché era diventata troppo schiacciante, per il corpo o l’io, lo sarà messo di parte per un periodo indeterminato. Battere in ritirata, piuttosto che di perdere il suo equilibrio o finire in una postura superiore che manca di sincerità, può rivelarsi una strategia favorevole, nonostante l'impressione di perdere tempo. L’evolutore dotato, l'amante sincero, potrà a volte volersene di rallentare il passo, ma forzarlo non sarebbe forse una migliore soluzione, poiché finirebbe per cadere di più sù.



Se il contatto con il divino è stato conclusivo su un lungo periodo, il suo ritiro durante una durata relativamente breve non compromette il seguito, una memoria attiva mantiene la direzione, ma poiché ciascuno dispone di qualità e di possibilità diverse, è impossibile legiferare, né sulla proporzione delle fasi, né sulla loro durata rispettiva da rispettare. Sarebbe entrare nel settore del ridicolo, dato che a volte il tempo si contratta in modo quasi intollerabile per un cervello umano, che vive in un anno l'equivalente di una dozzina di anni ordinari, con la ricchezza del rinnovo perpetuo delle informazioni, le infiltrazioni del sopramentale, mentre il cervello “gracchia„ a livello infinitesimale. E non è escluso che la vecchia natura, che non può trasformarsi alla velocità della luce, richiede a volte di rallentare il ritmo, a costo di colpevolizzare tanto sia poco il soggetto superato dall'esperienza completamente imprevista, giorno per giorno. Il ritmo sostenuto nello yoga, con una nuova offerta più completa, ritorna spesso con la necessità stessa, - l'evidenza di avere esaurito ciò che faceva ostacolo, o la grazia, senza avere uno sforzo particolare a fornire. Infatti, nel caso di figura contrario, quello di uno sforzo teso piuttosto che accolto volentieri per ritornare alla perfezione, ricadremmo nella carreggiata “di scegliere„, una concorrenza conflittuale, una dualità, che lascerebbe dunque intendere che il vissuto rifiutato o lasciato - la risacca provvisoria che gratificava la sopravvivenza della personalità - richiede a essere sacrificato, e dunque eliminato con violenza. Se risuona ancora molto mentre è respinto, proprio quando è allontanato nei fatti, il bisogno inestinguibile ritornerà forse indefinitemente o attaccherà durante il sonno. Quindi l'idea di esaurire le tendenze è praticabile per quelli e quelle che non ne approfitteranno per coltivarle di nuovo (sessualità, necessità di rinviare l'autorità divina troppo esigente, urgenza di prendersi in esame fuori disponibilità sopramentale) se non possono fare altrimenti. Le mancanze profonde, le veri bisogni insaziati, possono attaccare il psichismo, perché gli yogi avanzati sono a volte alle prese con il Corpo Universale, - le potenze grezze della vita e della morte, e dunque ciecamente fare a meno di sessualità nel momento in cui carica fin dalla sua comparsa su terra, o da contatti con gli altri al momento dove la solitudine è intollerabile, per principio, sono strategie che non funzionano a tutti.



8 IL PERICOLO DELLE RAPPRESENTAZIONI
 


Piuttosto che abbandonare lo yoga per mancanza di conformità ai principi più rigorosi, l'idea di riprenderlo più tardi in migliori disposizioni deve essere conservata. La forza può ritornare senza che vi si aspetti, quando siamo pari con la vita e con noi stessi, indipendentemente della sua volontà, così è necessario essere estremamente prudente su ciò che si fa e e ciò che non si fa nello yoga divino, tanto più che tutto sembra provvisorio, mai fermato, e che certi ritorni s’impongono su tutto ciò che è stato conquistato per coercizione, per violenza, - la sete dell'esistenza individuale apparendo allora sotto il suo giorno più arcaico e più brutale. Se l'amore per il Divino, in compenso, è realmente stabilito, non ci ha ragione perché gli errori di percorso, in un certo qual modo costretti dalla teoria, penalizzino oltre misura la progrezione, mentre è probabile, al contrario, che un rispetto rigoroso dei codici protocollari sia insufficiente a mantenere a scadenza lunghissima un contatto con il Divino, se l'amore per Lui manca. L'obbedienza non può prevalere sull'amore, né la lettera sullo spirito, altrimenti sarebbe il mondo alla rovescia. Ma la perfezione rituale prova a raggirare Dio da quando è stata inventata, e benché continui a trovare nuove forme, il Divino non si lascia sempre prendere. Rimane comunque da prevedere che gli yogi superficiali, che imitano i fachiri, si burlano della conoscenza divina, se la sbrogliano per restare impeccabili rispetto alle scritture, e si immaginano così essere nella perfezione. Nulla dice per altrettanto a dove la shakti sarà scesa da parte del loro intermediario nelle istanze primordiali, e se avrà raggiunto i piani più fondamentali della vita organica, dove il desiderio e la paura declinano nuovi strati vibratori sempre più intensi e profondi, che disarcionano.

 
 
Vediamo così che possiamo elaborare tavole contradittorie della stessa cosa, e, se condizionano l'esperienza futura, si interpongono e spingono all'errore. Sì, la vita divina è splendida normalmente. Ad alcuni momenti, quando l'automatismo cosciente funziona, quando la Forza sceglie un modo d'azione potente interamente acconsentito, e che non solleva opposizioni troppo violente. Alcuni passaggi corrispondono dunque alla luna di miele. Sì, la vita divina è terribile, quando, oltre la sua struttura individuale, il sadhak deve fare fronte a tipi di attacchi della vita stessa, o alle resistenze di base della morte nel corpo, che si manifestano per essere pulite, ridotte, e che portano programmi di coscienza abominevoli (Natarajan 2003/4.) Inoltre, trasformare la vita divina in un'avventura meravigliosa, e niente altro, sarebbe una menzogna, a meno che si sia capace di trovare meravigliosi dei passaggi scuri, interminabili e penosi. A posteriori, è il caso. L'uscita alla superficie dell’io della vecchiaia nel corpo mentale, che ci ha personalmente sottoposti per due anni a tipi di tortura psicologica regolari, ci sembra molti anni più tardi una bella epoca, molto elevata benché penosa. Una soglia è stata superata, ed il prezzo da pagare è stato pagato. Ma dire che sul momento tale discesa agl'inferi poteva trasformarsi in ananda, con la magia di un'evocazione, di uno mantra, o di un metodo qualunque di consenso, ci sembra esagerato. Di conseguenza, se prendiamo ad esempio l'ordine del giorno o ciò che affermo io stesso su una sequenza di 34 anni, la via divina non è nulla di preciso nella forma, fuori di un'alternativa di contrasti rapidi, a volte intollerabili, tra l'estasi ed il dolore, per lunghi periodi, ed un tipo di navigazione tra vari gradi dell’io, che comprende una coscienza del corpo fisico diversa secondo i livelli, e degli accessi imprevisti a rivelazioni così superiori che rovesciano tutta la percezione, prima che il loro impatto considerevole si vedi eroso dalla resistenza dei residui della nascita individuale, la struttura fisiologica del cervello, abituato ad un ordine che dipende dalla materia, dai nervi e dalle zone cervicali in grande parte.


La varietà degli stati di coscienza è favolosa, e dunque, anche se molta sofferenza si infila nell'insieme, la soddisfazione di una conoscenza illimitata si realizza, con anche chiavi di tenerezza della Manifestazione, come la sensazione di essere per identità il sole fisico, ad esempio, quando lo osserviamo tramontarsi, e che “consolle„ del lavoro spesso fastidioso, del guerriero. È una sensazione strana, che simbolizza il cammino percorso, e che prova bene che la conoscenza per identità, e non con identificazione, costituisce il principio di visione sopramentale. C'è dunque un piacere che ritorna a l’essero psichico nello sviluppo di un campo molto più ampio di essere, e ciò è sufficiente, a meno che si sia avaro, per pagare l'aggiunta senza recalcitrare. Le fasi molto penose, ad esempio fisicamente, raggiungono sempre meno lo stato psicologico, così nell'insieme, l'esperienza sopramentale risulta molto ricca, permette la soddisfazione di sentirsi utile, servire il Divino, perfezionare l'amore, mentre l'identità personale continua a crescere, di essere riconoscente, e che si sente coincidere con la totalità, benché ciò sia sottoposto ad alcune variazioni sgradevoli, tanto il cantiere è immenso, ed il giorno imprevisto. Non possiamo sempre affermare che le cose debbano restare così, andare così rapidamente e subire altrettanti contrasti. Come Madre, quello che scrive queste linee ha spinto particolarmente lontano, e prima degli altri, l'esplorazione del corpo col sopramentale. Si deve dunque incoraggiare tutti i candidati che amano abbastanza il Divino per tentare di servirLo, e prevenire allo stesso tempo che si tratta piuttosto di una guerra che di altra cosa, una sfida considerevole, in ogni caso per il momento. Rappresentarsi questa via sconosciuta con compiacenza, su pretesto che l'aggettivo divina la caratterizza, come per la vita dello stesso nome, potrebbe avere soltanto un effetto interamente perverso: permettere a quelli che la toccano di abbandonarla fin dai primi rovesci. È, naturalmente, ciò che attende la sete d'esistenza individuale, - il fallimento o la sospensione del tentativo, per riprendere i suoi diritti. Ecco perché sarebbe stato falsi fare dipendere lo yoga sopramentale da una scelta qualunque. Questa scelta sarebbe rapidamente abbandonata. Il decreto viene dall'alto, ed una decisione personale estremamente ferma deve ratificarlo. Il libero arbitro è la componente più sottile della sete dell'esistenza individuale, ma non la trascende. Si accontenta soltanto di organizzarla, e se mette a volte il dito sulla piega, - mostrando che forze potenti si disputano il territorio dell’io, ciò non risolve niente a fondo, prigioniero di alternative che si valgono o quasi. D'altra parte, se prendiamo il caso di Sri Aurobindo, di Madre, ed il nostro, non abbiamo scelto il contatto con il Supremo. È Lui che è venuto a noi, ci ha imposto le sue direttive, a momenti troppo pesanti da portare, e di cui non è per altrettanto possibile scaricarsi. Ecco perché il termine sottomissione è stato così spesso usato da Sri Aurobindo e Madre (surrender). L'autorità del libero arbitro è insufficiente per sopportare la vita divina, mentre quella del Divino sembra permettere di orientarsi, pur restando passivo, ancora del non-agire, nonostante il fatto che ciò non somiglia a nulla, cambia brutalmente, allontana a volte oltre a misura della percezione ordinaria e degli altri, con un problema recondito “d'integrazione„ dell'esperienza nuova, che fa a volte paura a delle vecchie forze sotterranee.




Una rappresentazione troppo entusiasta o troppo amara di questo yoga potrebbe dunque funzionare in sfavore della persona che si apre a questa possibilità, mentre insistere sulla somma colossale di esperienze nuove che si presentano, permette di scorgere la cosa come una condizione interamente nuova, liberata dal libero arbitro, sostituito da una volontà di coscienza superiore, optando per un automatismo cosciente. Contrariamente a ciò che alcuni potrebbero immaginarsi, la perdita di libertà consecutiva al funzionamento dell'automatismo cosciente, al contrario da porre un minimo problema, risolve i ritardi, limita le tentazioni, indica il cammino senza deliberazione, evita lunghe deviazioni inutili, si burla delle scorciatoie ingannevoli, derivate spesso da un orgoglio larvale, che potrebbe essere imposto dall’io alla strategia divina se esso sta a chiedersi “come fare„. Se dunque il processo è di un'efficacia estrema, è compatibile di conseguenza soltanto con la sottomissione a dire il vero. Ma se questa sfilaccia, se la libertà riprende i suoi diritti, l'automatismo cosciente si ritira, e l’evolutore passa di nuovo per una fase più personale, forse indispensabile per continuare a purgare la sete dell'esistenza individuale, o venire a fine di un karma particolare, o anche per riprendere forze radicandosi, lasciando fare, libero di essere meno disponibile per il Divino qualche tempo, e, in questa misura, il termine di regressione non è inevitabilmente adeguato se la sincerità rimane intera. È meglio considerare, su questa mappa della trasformazione necessaria dell'umanità, che varie velocità alterneranno nel processo globale, che molte circuiti si impongono, ripassare per il stesso luogo interno ‘’vedendolo’’ in modo diverso secondo la progrezione, e che di conseguenza, il rallentamento può imporsi come un tipo di nuova incubazione prima di ritornare alla velocità rapida. Poiché lo scopo dello yoga sopramentale non è di ricostruire una dualità tra l'uomo di prima e la sua personalità da un lato e, dall'altro, l'uomo nuovo che abita, secondo la volontà divina, le sequenze superiori della coscienza secondo fasi irregolari, in momenti rari collegati ai più alti poteri della Coscienza, bensì di armonizzare l'appoggio di base, la vita biologica e l’io di cui abbiamo l'abitudine, con tutte le avenzamenti considerevoli che si producono nella percezione secondo gli accenti momentanei, e che sollevano l'insieme, pur sottoponendo il corpo ad un altro registro vibratorio.


Anche se la percezione permanente ed ordinaria evolve di essa stessa, che dà su una nuova immagine di sé, e un nuovo “mondo„ percepito, cento volte più vasto, non è auspicabile rimanere in un solo tipo di percezione. La Forza agisce secondo il suo buono piacere, e quando insiste su un luogo determinato, la percezione del momento si specializza accentuando della coscienza di questa zona tutto il tempo durante il quale Essa vi lavora. Può essere qualsiasi chakra, qualsiasi organo, qualsiasi zona del cervello, può essere combinazioni, e se l’Io profondo rimane omogeneo, comunque ogni giorno possiede un colore diverso, con un apprendistato dato per il giorno ed una proporzione variabile tra la facoltà di ricevere e quella di esprimere. Questi parametri possono cambiare, da un'ora all'altra, a volte per alcuni giorni o una settimana intera, che può restare sotto l'egida di uno stesso feeling, di una stessa concentrazione o di una stessa apertura assoluta, raramente più.


La mappa dello yoga sopramentale non può dunque essere solidificata in strutture rigide. Le basi ne sono certamente fisse, ma la loro espressione è un po'elastica nel gioco della Manifestazione, e sottoposta al cuore ed all'impegno particolare di ogni evolutore. Il più essenziale dei principi è quello della sottomissione al Divino, che subordina gli altri, e senza la quale la progrezione della Forza non durerà a lungo o sarà abbastanza rapidamente pervertita, se fosse là soltanto all'inizio e quindi che si è ritirata, a causa dell'effervescenza prodotta dalla riunione e lo sconvolgimento consecutivo all'arrivo dello straordinario. Se ad alcuni momenti, la sottomissione non è più possibile, il candidato deve riconoscerlo senza vergogna ed evitare di fingere l'obbedienza assoluta. Vi ritornerà quando avrà regolato i problemi che l’hanno interrotto, a costo di acconsentire dei periodi meno perfetti, dove occorre in un certo qual modo rimettere sul lavoro aspetti della personalità. Anziché precisare questi punti, la visione dello yoga sopramentale non comporterebbe l'itinerario relativamente flessibile che è stato nostro, e che ha funzionato, senza essere lo stesso da quello prescritto da parte di Sri Aurobindo, ideale, e che fa fede in teoria. Ma se la sua conoscenza della concience sopramentale è innegabilmente superiore alla nostra, il lavoro intrapreso con la shakti è stato spinto più lontano nella nostra persona sul piano del corpo fisico, cosa che è conforme “ad una discesa„ sempre più profonda dello stesso Potere, e lo yoga ha continuato per noi anche con successo, dopo avere abbandonato l'imitazione del sistema di Sri Aurobindo per abbracciare la nostra via, più flessibile e più aperta alla vita. Essendo ogni anima sottoposta ad una personalità unica, dovrà dunque fare il suo cammino in modo particolare, e non potrà dunque sempre far combaciare i suoi passi colle tracce di un altro, anche giudicato migliore. Se i principi rimangono gli stessi, le regole non possono essere seguite ciecamente. Del resto, Sri Aurobindo a fatto a pezzi l'imitazione spirituale, che consiste nel affrancarsi della sua responsabilità seguendo un dogma, in uno dei suoi aforisma più violenti. “Penditi piuttosto che appartenere all'orda degli imitatori„.


Il Divino non cerca dunque di ottenere gli stessi risultati con tutti i candidati, poiché collegarsi a Lui non rappresenta sistematicamente la stessa cosa per ciascuno. In compenso, questo consenso della differenza mentre si aspetta dal simile, pone la questione spinosa delle rappresentazioni del lavoro di trasformazione sotto un nuovo angolo, poiché l'accordo tra due o più praticanti autentici non si troverà nella similarità dei loro atti, ma nella loro identità di visione sulla necessità evolutiva dello yoga divino e la sua differenza rispetto a tutti gli altri itinerari spirituali. La supremazia assoluta del Trascendente attivo è difesa come il principio spirituale superiore, con il potere delle quattro shakti, di una potenza sorprendente. Anche se un colore soggettivo ed unico dà una forma particolare ad ogni tentativo, il corpo di ciascuno dovrebbe vivere esperienze inedite. Indipendentemente dalle variazioni individuali, a volte interamente legittimi, che impediscono alle esperienze di essere simili nel loro aspetto esterno, egli si tratterà di cernere le pretese “sopramentale„ trovando i criteri adeguati.


Infatti, riguardo a ciò che rappresenta lo yoga sopramentale, sia il vertice di ciò che un essere incarnato può vivere, è ammissibile immaginare che alcune persone vogliano ad ogni costo pretendere al titolo, porsi la corona imperiale essi stessi, e giocare un ruolo di capo beneficiando di un'immagine eccezionale. Questo genere di individui è completamente in grado di fornire false testimonianze, e non si è escluso che ne esiste già uno o più, aspettando uno scompiglio storico per lanciare le loro operazioni. Gli scopi degli yogi falsi sopramentali sarebbero abbastanza facili a scoprire, trascinare seguaci in una falsificazione di questo yoga, con altri tipi di energie, diaboliche o luciferiane. In compenso, può esistere tre categorie di usurpatori, i malati mentali sapendo piazzarsi verticalmente e vivendo un caos di esperienze, i luciferiani o imparentati coscienti di approfittare, ed i sadhak ambiziosi che potrebbero per disattenzione essere vittime di adombramenti, e ricevere dunque entità potenti che si infiltrano senza rivelarsi nella loro percezione. È per ciò che sembra necessario conoscere perfettamente i principi trasmessi da Sri Aurobindo, e diffidarsi di quelli e quelle che presenteranno variazioni importanti, o che pretenderanno aggiungere punti dimenticati dal fondatore, pur elogiandosi delle loro esperienze “superiori„.
I principi dello yoga sopramentale non possono variare e sono completi, scesi dal Supremo, come dice Madre, ed occorreranno millenni, in ogni caso dei secoli nel caso di una progrezione rapida, prima che si manifesti la scadenza, e che sia necessario stabilire le cose sotto un'altra forma. Ma per tutti coloro che non hanno toccato il sopramentale, o che hanno fatto finta di accedervi, la sua potenza passa inosservata, ed è dunque sottovalutato, anche dai turiferari di Sri Aurobindo. I principi sono stabiliti. Servire il Divino, accettare la Forza e le trasformazioni che implica, scendere nel generico, il subcosciente quindi l'incosciente - pulire l’ashvatta -, pur restando fedele al Divino, ed anche obbedendo, ciò che poche persone comprendono, poiché si immaginano forse che “ciò vada da sé„, mentre nulla al contrario è più difficile, tutte le istanze della vita e della morte giocando a mettere bastoni nelle ruote per conservare il loro potere e recuperare “il lavoratore dei mondi„ a un certo momento o ad un altro. Infine, la personalità umana che subisce questo lavoro è un ponte tra il Divino cosciente ed energetico, Satchitananda e le quattro forze, e l’essere psichico, più profondo dell’io incarnato sottoposto al filtro del cervello, che il mentale sia stato già superato o no. I piani di coscienza da scoprire non devono ornarsi di nuovi nomi, poiché esistono dall'eternità e Sri Aurobindo è andato sufficientemente lontano per stabilirene la nomenclatura. Le rappresentazioni attraverso testimonianze possono dunque essere sospette sotto due forme, prima con l'invenzione di piani superiori che non esistono o non possiedono alcun carattere divino, e che sarebbero chiamati di nomi strombi, e in secondo luogo con l'utilizzo usurpatore di nomi divini, come Agni, Ishwara, Vasudeva, Krishna, Satchitananda, Purushottama ad esempio, o di nomi tecnici come fisica sottile, io cosmico, ecc.… che non possiedono alcun carattere conforme all'esperienza procurata dai loro significati, allo scopo di essere utilizzati come “biglietti da visita„ per pretendere di rappresentare una funzione divina. Individui senza scrupoli o deboli mentalmente sono pronti a battezzare di questi nomi prestigiosi il contenuto di esperienze soggettive eterogenee, per intenzione deliberata o per narcisismo, orgoglio, vanità, o ingenuità per i più fragili psicologicamente, per i quali i significanti sono sufficienti senza rinviare ai significati, e che sarebbero caduti in un oceano di angelismo. Queste considerazioni non possono essere inutili, come precauzioni. Fin d'ora, il termine sopramentale è usato a falso da alcuni, senza vergogne sembra, ma guarda caso, il concetto essenziale del paradigma, quello della sottomissione al Divino, è assente, e sostituito con la sola intuizione di un aumento psicologico verso l'alto incoercibile, e che non deve nulla a nessuno, e questo è pittoresco con la volgarità del proposito.


Mettere in opera i principi dello yoga divino resta molto difficile per il momento, così è più facile per alcuni modificarli, per persuadersi che sono il Divino, mentre questa pretesa sarà naturalmente non fondata. Servire il Divino è il solo punto decisivo, e lo strumento non ha alcun'importanza particolare. Non si può dunque fare “il suo’’ proprio yoga sopramentale. O è autentico, controllato da un’anima capace di trovare la sua via verso il Divino, o è un'immaginazione. Se è autentico, l’io incarnato si sa piccolo, si vede minuscolo, - poiche 'l'universo ha decuplicato nel frattempo, ed è spesso o a volte schiacciato dalla sfida che passa attraverso lui. Si mette al servizio della FORZA SOPRAMENTALE che riceve e che deve essere capace di identificare fra le quattro. Si sente interamente tributario del Divino, gode delle sue manifestazioni superiori ma non può accaparrarsi le esperienze che subisce ed accompagna come far valere personale. Non cerca di essere riconosciuto. Può tacere o evocare la sua esperienza, non essendo la sua testimonianza dell'ordine del proselitismo, a condizione di insistere sul Divino, ciò che esige, e non di attribuirsi un potere qualunque sugli altri, sotto pretesto di illuminarli. Senza volerlo espressamente, lo o la yogi sopramentale puo attirare del mondo attorno a lui o ad essa, il successo o l'oscurità non potendo costituire un criterio. Il sopramentale può delegarsi in varie missioni indipendenti le une dalle altre sul piano evenemenziale. Il sadhak si dimentica lui stesso per lasciare lavorare la o le forze fra le quattro che si presentano, e la sua vita sociale può essere esposta o nascosta, ricca o ridotta alla sua semplice espressione. Ma è sempre al riparo di avvalersi di un risultato qualunque, - indipendentemente dal suo modo di dare o trasmettere, poiché il modello propriamente detto prevede un periodo lunghissimo d'acclimatazione al processo, che dovrà un giorno o l'altro rallentare la senescenza in modo visibile. In compenso, può informare come testimone della cosa e non come istigatore, cosa che denuncerebbe una visione falsa e sprezzante del Divino, e lascerebbe intendere che uno scisma perverso si prepara. Rappresenta un essere in prima linea dell'evoluzione, che ha superato tutte le tradizioni, e si avanza in uno sconosciuto quasi-inimmaginabile, cosa che dispensa di attendere che il mutante svolge un ruolo convenuto. Sappiamo poche cose ancora sulla nuova coscienza, e l'esperienza sopramentale non è forse riservata soltanto alle sole anime. Entità di un altro tipo potranno forse ci si dedicarsi, riconoscendo un'identità diversa dall'identità umana, e soltanto dunque, il contatto energetico con esse confermerà o no la loro autenticità.



9 IL DOMINIO DELL'AZIONE
 


L'azione si accaparra tutto. Anche ciò che la denuncia. La raccolta di falsi non-agire costituisce un museo. La pigrizia, l'ozio, la negligenza, l’irresponsbilità, l'indifferenza, il quietismo, ecco altrettante cose con le quali si circonda (il si della mediocrità e del livellamento che diventa il re del mondo alla poppa di un consumo sventrato) con le quali dunque si circonda senza porsi di questioni, coloro che non credono più all'azione, o che le cernono tanto finché conducono soltanto a quelle strettamente necessarie. Si chiede dunque ma che “fanno„. I dissidenti fanno paura. Già il ragazzino che osserva giocare gli altri senza mescolarsi di partecipare, se ne diffida, ci osserva, forse scherzi di noi, che può avvenire nella sua piccola testa? E tuttavia Budda non ha fatto grande cosa. Sri Aurobindo non è più uscito da una piccola superficie, poco dopo essere arrivato a Pondicherry, la sua camera e l’ingresso, e camminava molto senza andare molto lontano, facendo i cento passi. Tuttavia, ha cambiato il mondo. Ha compiuto la cosa più fondamentale su Terra da molte migliaia di anni. Si può dunque compiere senza agire. Poiché ricevere l'ispirazione divina non è un'azione, è qualcosa di indicibile, dell'intelligenza concentrata, della coscienza immateriale che si versa nello spirito. Si può precisare che è eterna, ma che cosa ciò può bene volere dire quando si è, in qualunque caso, frettoloso?


Se occorresse fare cose, era prima, come cacciare gli inglesi, ma ha trovato meglio a non fare. Ora, si fanno molto sole “le azioni„. Si scrivono molto sole, le pagine della Vita divina, si manifestano molto solo le intenzioni del Divino, attraverso un essere che riceve. Semplicemente. Ha forse cercato il mezzo per ricevere “correttamente„, non ne disconveniamo, non ha trovato immediatamente perché all'inizio precisamente, voleva troppo farne, troppo mescolarsene, e quindi un giorno lo dice, ho trovato il mezzo. Non precisa. C'è molto a scommettere che ha lasciato le cose farsi cancellandosi, cosa che non gli era “facile„. Leone ascendente Leone, con Giove all'ascendente, dove il Sole si alza si trova il grande espansivo, e due grandi trigoni intersecati in terra e fuoco, ciò che non cessa di spingere davanti. Cancellarsi, ciò non ha dovuto essere simplice. Una prodezza per lui, ma le cose erano cominciate così forte nella prigione di Alipore, con questa semplice frase, più “caricata„ di tutta la storia, più efficace su un kalpa intero, “vai a Chandernagore„, che era pronto a provare tutto ciò che lo guiderebbe. Anche fare astrazione di sé, una strana strategia quando si era previsto di liberare, col sudore della fronte, un piccolo continente intero. L'azione, anche più bella dunque, come quella del signor Ghose che voleva liberare il suo popolo, può fare posto a qualcosa di altro, a condizione, naturalmente, che sia, che sia… MIGLIORE!


E come l'azione ci seduce tutto il tempo, per prevedere che c'è migliore di essa, è necessario essere al corrente. Perché non è facile indignarsi dell'azione. Si soffre in amore, si cambia partner, oh sarà sempre bene all'inizio, un nuovo corpo, l'eccitazione condivisa di darsi del piacere, c’è almeno qualcosa di acquisito, basterà abituarsi a cacciare la preda che verrà nel suo letto, e dopo scacciarla del letto, e dimenticare l’avanti per fantasticare sul dopo. Ed è stesso il processo in molti altri settori. Conservare il principio dell'azione difettosa, ma cambiare gli oggetti che vanno con esso, e darsi così il cambio senza comprendere la fonte degli scacchi, come se gli obiettivi fossero responsabili del cattivo tiro, e che bastava cambiarne.




“Deluso da una religione? D’accordo, trovate quella chi vi va meglio, datevi la pena di scegliere alla carta, come al grande ristorante. La mensa della religione dei genitori, no, quello realmente, è di gamma bassa. Un modello senza opzione. Schifoso, e non dovete neppure darvi la pena di contrarre un credito per comprarvelo. No, alla carta, i menù sono per i poveri. Cosa intendo? Siete vegetariano e non sopportate di vedere gli animali soffrire, ciò vi dà dell'eczema ! Ho ciò che vi conviene, vi consiglio certamente un viaggio per mettervi al corrente, ma non vi rammaricherete, vi garantisco. Non c’è problema per il pagamento, avanzo le spese, con la piccola commissione certamente. Sono bene messo sul mercato, vendo da bocca a orecchio. In breve, andate a Palitana, meraviglioso, decine di tempi in marmo al vertice di una collina, La Mecca di questa piccola religione, in materia di religione la mancanza di volume non è un criterio costoso signora, tenete ecco delle Lotus, delle Rolls, delle Lamborghini, delle Aston Martin, sono cattive automobili perché sono rare? Sono le migliori, signora. Le migliori. Ebbene con Palitana, è la stessa cosa. Una religione formidabile, promesso, giurato, sputato. Vi perdete un po'nel Gujarat, prevedete bene di portare una grande bottiglia termica, può fare calore e siccità, ed ecco siete a casa vostra. Ah sì, a casa vostra! Li vedrete spazzare dinanzi a loro pure camminando per non schiacciare le formiche, ed altre bestiole, e la maschera dinanzi alla bocca per non uccidere i microbi! È ciò che vi occorre. Il proprietario della ditta si chiamava Mahavira, credo, c'è molto a lungo, già. Pronto ?


No, trovate ciò ridicolo. Desolato, con il vostro eczema, pensavo che… una religione senza Dio, perché non volete avere conti a rendere a nessuno, ok, vostro zio vi ha stuprata quando eravate piccola, è cosi, infine ciò non mi riguarda. Ma occorreva dirlo immediatamente, cara signora, c'è soltanto questo in Asia, delle religioni senza Dio. Sapete esattamente ciò che dovete fare, ciò struttura gravemente, e nessun giudice, nulla sanzione, niente, la libertà assoluta. Nella gamma alta, purtroppo, occorre andare lontano, infine presto, ve l'ho già detto. Ciò che va bene, non svelate il segreto, poiché è il lato artigianale che è apprezzabile, io vi propone l'iniziazione Sashimi-Fujiyama, un must, soltanto riservato ai miei migliori clienti. Campagna persa su un'isola giapponese, con kaki meravigliosi che pendono dagli alberi, come piccoli calar di sole in un mare di galassie, quindi il miscuglio, il miscuglio eccezionale che fa la reputazione del luogo, zen e shintoismo spogliato. Riempite la vostra testa di vuoto al comando del maestro, quello caccia le preoccupazioni e rafforza il buono sonno, e agite per conservare il folclore, lasciandovi benedire da alcune fate credo, miniature di Dio, questo importa poco, le fate, non sono esse che vanno a chiedervi qualunque cosa. Neppure! Troppi protocolli, vi capisco, riassicuratevi.


Il buddismo, molto stupidamente, rivisto nuovo secolo! Con operazione chrirurgica a Bangkok, come per i siliconi, sono buoni questi Thaïs, sapete, è costoso, ma presto: estrazione della paura, sotto anestesia generale, e di qualsiasi desiderio che non conduce a nulla. L'affare del secolo, cara signora. Per l'elite dei miei clienti. Sì, un po'caro, ma più di frustrazioni dopo ciò. È molto a punto, sapete, altrimenti non mi permetterei. Come fanno, non ne so nulla, ma soltanto degli elogi. Cosa ? Quale rumore corre? Che riescono ad estrarre la paura e l'appendice e che dopo ci si fa schiacciare nella strada perché non si è più consapevole del pericolo? Cattive lingue, o allora, una volta su mille, non si fa una frittata senza rompere le uova. Come sapere se non siete nel gruppo dell' uno per mille? Ma occorreva dirlo immediatamente, signora, amo i clienti esigenti. Esami supplementari, purtroppo fuori di prezzo, ma si tratta della vostra vita e non si lesina su ciò! È vero che non ne recate nessun profitto di non avere più paura di nulla, e di saltare del ventesimo piano per volare, non ci avevo pensato, mi dispiace. Personalmente, non amo la chirurgia, ma devo bene servire la mia clientela, non? Allora non vedo.


Una religione senza dio, e che vi permetterebbe di fare tutto ciò che volete, senza avere conti a rendere a nessuno! Potrete prendervi per una celebrità, trascinare viale Montaigne, esitare tra Dior e Chanel, e se è troppo facile, Saint-Laurent per dare corpo alla scelta, e quindi ancora un altro, un italiano tieni, nessuno razzismo ne vi scongiuro, infine Saint-Laurent… Per ciò che ne resta della talpa, è morto al lavoro il povero, si è arricchito per nulla, fortunatamente che la sinistra ne ha approfittato. In breve, la vita sognata, muoversi soltanto in taxi, lasciare caparra ovunque, riservare, riservare prodotti che non comprerete. Sprecarli le acconti, scegliere all'ultimo momento l'articolo, l'abito unico, l'automobile, il cappotto, che avete deciso, fra i vostri colpi di cuore. Avrete potuto immaginarvi un momento che tutte queste cose vi appartenevano allo stesso tempo. Quale godimento, non! Quindi abbandonare alcuni comandi con disprezzo, certamente, avevate iniziato a pagare, mi sembra il minimo per evitare che le cose vi passano sotto il naso, per avere il potere occorre bloccare per sé liberando della zavorra, ma dopo riflessione, eh, che cosa è lo spreco? È denaro perso, sparita la caparra, ma che fa : potete permettervelo, è ciò che importa. È oltre all'erotismo, è il fior fiore di gettare il denaro con le finestre, di dimenticare un articolo a metà pagato, è la classe, non ne avevate bisogno nel fondo, ma il principio, l'azione, è il shopping. È quello lo scopo! Il shopping, naso al vento e potere lasciarsi sedurre da qualsiasi cosa. Un abito che non si porterà forse mai, che bell’ affare, ma sarà là e si potrà torcere la bocca una buona ora prima di decidersi. È una serata importante. Con o senza scollatura. Senza, finché non avrò i miei nuovi seni. E poiché siete distaccati del frutto dell'opera, lasciate cadere alcuni acquisti in corso di strada, sprecate fortune in lacune. Quale classe, quale nobiltà, quale libertà! Ciò avrebbe potuto appartenermi, ma vi ho rinunciato! Tutti si dannerebbero, che dico, tutti si dannano per questo. Io, chiamo ciò del gran lusso, di sprecare la caparra, dare gli acconti, comprare a metà e quindi di abbandonare la cupidigia, tenete la cima. E infine, delle piccole deviazioni rituali alla Madeleine come ciliegina sulla torta, e svaligiare Fauchon, e offrire una caramella molle al Rumeno cencioso all'uscita. E il piacere dell'ultima transazione del giorno . Delizia pura. Esitare su quale carta di credito si allinerà la fattura, e recitare con questo, non con questa se per caso avrei già uno scoperto, su quella, ciò equilibra, e perché non la piccola ultima che è appena arrivato, sì è il momento: a meno di sei o sette banche, non potete giocare nel cortile dei grandi. E infine, vedere la cassiera impallidire di gelosia, a che avete fatto bene sentire che non è nessuna, soltanto una pianta verde che non esiste per voi.





10 LA MANIPOLAZIONE DEL LIBERO ARBITRO


Iniziate a vedere dove voglio arrivare. La manipolazione del libero arbitro, è lo scopo del potere politico, religioso, settario. Mettervi dinanzi ad una scelta, ma sbrogliarsi perché sceglieste un termine dell'alternativa, - e soprattutto non l'altro. Ciò è andato bene fino ad oggi. Secoli da spaventarsi con la paura dell'inferno, e quindi per alcuni la carota, con un paradiso pieno a zeppo di belle ragazze che chiedono soltanto ciò, anche oggi quello funziona ancora, e ciò permette di uccidere nella metropolitana senza colpo ferire, lontano da casa sua. Per una visione sopramentale, l'ape fa meglio. Ma risalire la pista è difficile. Come questo metodo che doveva permettere di non andare diritto nella parete, di avere l'impressione di andare secondo il suo buon volere, è diventato la preda dei potenti? Fino nelle nostre democrazie, sottolineate da referendum. Occorre ottenere suffragi. Spingere a votare per sé. Nulla più facile, di proporre ciò che attende l'elettore e che non si farà mai. Lo scopo, è il potere. Difficile da inghiottire, ma il nostro libero arbitro non ci appartiene veramente. Altri vogliono mettere le mani sopra. Uomini e donne, e quindi a monte, le forze della natura. A volte si deve esser di buona guerra, è la vita che si diverte, e si sente che occorra dire due o tre grandi menzogne per sedurre una ragazza che ci riempirà di felicità. Se si osserva bene, si vede rajas arrivare nel pensiero e proporre la menzogna adeguata. Si andava a dire la verità, sì sono sposato, ma infine lei mi piace realmente e tutto cambia nella vita, e rajas sostituisce, certamente che sono scapolo e solo da tempo, è così raro che una ragazza mi piaccia, ed anche ne non volevo, ma con lei è diverso. Allo stesso tempo la zona genitale fa cucù sono io. È divertente. Ci si vede con un piccolo diavolo rosso malizioso e grazioso con piccoli corni posto sulla spalla sinistra, si rallegra, e se siamo disturbati, l'angelo custode salta fuori sulla destra, tutto bianco, tutto immacolato, con le sue ali di colibrì, e dice no, non ciò. Hai possibilità senza mentire, non cadi nella rete, o pensi a tua moglie e rinunci.


Ma che il libero arbitro sia trattato dai guna o da qualcuno che ci influenza, poco importa, ci sfugge più spesso di quanto lo si immagina. Riconoscere ciò è la sola uscita: i dadi sono generalmente truccati. Sostenere che si valuta correttamente l'opportunità di due direzioni che vogliono mangiare il momento che si avanza, è a volte vere, a volte falsi. Qualcosa d'incosciente può deviare piuttosto qui che là, e se volete realmente sapere ciò che è, ve lo dirò. Indipendentemente dalla loro validità oggettiva, due itinerari che si strappano i nostri passi possono risuonare facendo muovere le linee, non ancora realmente coscienti, ma appena sotto, delle nostre paure e dei nostri desideri. Se sfondassi usci gia aperti dicendo ciò, questo vorrebbe dire che la cosa sarebbe stata vista e trasformata. Non vivremmo in un mondo di boie e di vittime. Ci sarebbe altra cosa, delle scelte interdipendenti ad esempio, delle divisioni, delle strategie comuni su grande scala. Le soluzioni oggettive prevarrebbero, coloro che conducono da qualche parte, e che sacrificano al passaggio interessi personali nauseabondi e privilegi.


Ma ciò non funziona di questo modo.


Pensa come me e questo mi riassicura, sono pronto a fargli prendere lucciole per lanterne. La tua libertà, liberiamo i cani ora, la tua libertà, mi va bene che ci credi mentre la possiedo, che ti devio, che ti ho masticato il lavoro, che ti impongo il tuo cammino. E ciò proviene dunque di ovunque. Dai genitori, a volte dagli amanti, dai consulenti finanziari che rifilano alcuni piani tossici, e infarcire una gestione sana di piccoli prodotti sporchi, né visto né conosciuto. Ciò può anche venire “da una via„ male compresa. Non mancare l'ora di meditazione quotidiana, altrimenti, i progressi cadono all'acqua. Non dimenticare l'esistenza di Dio oltre trentatre minuti, altrimenti non si otterrà il samadhi. Pensarci senza sosta, di ridurre il tempo durante il quale se Lo dimentica. Se ciò non supera mai i trentatre secondi, allora sì, ci si sgombererà della reincarnazione. Per una visione sopramentale, la purezza sovrana della tigre è superiore. Quando il Divino è automatico, non si fuorvia. Altrettanto dire la verità a costo di farsi linciare: l'uomo è l'errore di Dio. Il libero arbitro aveva permesso, prima dell'inizio di questo secolo, di distruggere diciassette volte la Terra con le armi atomiche. Non è un animale che ne sarebbe capace, hein, resta coerente con il Tutto lui. Diciassette volte. È come le pene di prigione negli Stati Uniti, se durano molti secoli, siamo realmente riassicurati. Altrimenti abbiamo dubbi. Se uscisse compiere i suoi crimini una volta morto, eh, due precauzioni valgono meglio d'una. Diciassette volte! Bene, diciamo che il calcolo era stato esagerato, sei volte. Sei volte è già troppo: una sola volta basta. E la battaglia cessò in mancanza di combattenti.


Cosa diventerà quest'errore di Dio? Si distruggerà, l'uomo, coscienziosamente, superato dagli eventi, come di solito? O comprenderà infine la sua fuga davanti? Che lungi di essere libero, è collegato alla scelta, dalla mattina fino alla sera, ed in tutti i settori dell'esistenza. Una tartina imburrata o confettura, del tè al caffè, fino alla posizione metafisica, scherzarsi o no del senso oggettivo della coscienza. Bloccato della mattina alla sera, con le tentazioni e dunque le frustrazioni, con i passaggi all'atto e dunque i rimorsi, se la sessualità diventa ingombrante. Ed anche con i sentimenti, stessa cosa. Queste donne superiori che amano completamente, e che sono alla mercé di un nuovo colpo di fulmine che le taglierà in due. Questi bambini più intelligenti dei loro genitori, divisi tra obbedire ad un ordine stupido o affrancarsi, e subire conseguenze sproporzionate. Questi soldati a i quali si chiede di uccidere un prigioniero, mentre la guerra è finita, e che si tratta soltanto di vendetta!


Antigone è ciascuno di noi. Obbedire disubbidiscendo, disubbidire obbedendo ad altra cosa.


Non c'è un'altra tragedia che di non potere abbracciare tutti i cammini allo stesso tempo. Poiché l'infinito ci chiama, e questo squartamento tra i punti cardinali, è la sofferenza di Dio che paga il suo errore. Ciò si trova, espresso molto chiaramente, nel disegno delle energie natali, l'oroscopo, che l'Occidente disprezza come tutto ciò che è profondo e supera la ragione del registratore di cassa. Una croce, come quella dell'altro al nome del quale le peggiori atrocità sono state commesse durante molti secoli. Una croce dunque, è noi, è io, è voi, è quello che non vuole riconoscerlo. Radici in fondo, un'antenna in cima, la sensazione dell’io e quella dell’alterità all'orizzontale. Quattro. Quattro rami. Uno trasformato in tempo e in spazio è quattro, e con il cinque, esploderà nel libero arbitro, cioè tutto e qualsiasi cosa, - preferibilmente qualsiasi cosa per provarmi che sono unico. Tutto questo a causa della distesa, nord sud est ovest, e della durata, il grande orologio dei cicli, nuoce giorno, infanzia vecchiaia. Anche se oggi e domani sono identici da un punto di vista fisico, strettamente equivalenti in pixel in un certo qual modo, - uno precede l'altro e l'altro gli succede. Inevitabile… l'ordine della successione, che faceva sorridere René Guénon, per la buona ragione che aveva scoperto i principi eterni. Validi fuori del campo, fuori del tempo, fuori del che ne farò poiché non li conosco, io-me-personalmente


Alcuni ne hanno abbastanza. Mirano con i mezzi del bordo per attraversare il grande vuoto, non reincarnarsi più, guadagnare il paradiso eterno, come questi bravi baciapili, questi errori di Dio particolarmente commoventi, poiché ciò è pieno di buona volontà che non conduce a nulla e di malenvolenza sacra che rende malati i vicini. Non sappiamo perché, ma che occorra fare altrettante scelte nella vita, cioè che sia così complicata: qualcosa non va. Ma se vivere può diventare altra cosa, non seppelliamo immediatamente la Manifestazione. Forse l'uomo finirà per capire che fallisce senza il Divino, e che si sgombererà sia della sua arroganza atea che delle sue credenze religiose che lo manipolano. Poiché il Divino è diventato disponibile per la nostra specie. Non si sa dove esattamente, né da quando, ma ciò non va. Gli gnostici dicono che la specie è stata adulterata. In ogni caso, sì, ciò non va. Poiché il libero arbitro non ha mai condotto alla libertà, ma all'alienazione. Ed è ciò il problema da risolvere. Di essere meno sotto influenza, dell'altro, della natura, o anche “di Dio„ quando è soltanto un fantasma puro, o peggiore un manipolatore… Il problema, è di essere meno “diviso„. Allora certamente, c'è una soluzione. È la sostituzione. Ma è della meccanica di alta precisione. Occorre conoscere tutte le parti del motore, e ne metterne un altro al posto. Sì, il libero arbitro è “un funzionamento„. È qualcosa che si afferra del movimento incoercibile della vita, e lo dirige tanto sia poco. Dirigere, diciamo che è una troppo grande parola, diciamo piuttosto che “la orienta„, poiché nulla lascia intendere che quest'orientamento sia ogni volta una direzione, cioè che ciò conduce da qualche parte… Perdere il libero arbitro, è fare qualsiasi cosa, tutti lo sanno. “Il povero non ha tutta la sua testa. Finirà all'asilo.„ È dunque un modo di fare surf col grande Yang, lo svolgimento puro della vita, tenere testa a quest'onda nella quale siamo presi, in equilibrio, e se non abbiamo la presenza di spirito di tenerci verticalmente, sarà forse peggiore. Annegato nel cavallone di cui non si risale. Non occorre cadere . E il libero arbitro non è nulla di diverso che ciò, un sistema d'equilibrio, un'omeostasi, per gli scienziati e dilettanti illuminati del Mistero, un protocollo, per sapere fino dove non andare troppo lontano, in ciò che ci si proibisce e in ciò che ci si permette. È un fenomeno di censura da un lato, molte scelte sono cammini d'evitabilità, attenzione agli scogli, ed un fenomeno di motivazioni d'altra parte: molte scelte aderiscono, sposano, riconoscono, si imbarcano con entusiasmo verso un'isola - uno scopo.


Se occorre dunque sostituire questo software originale, fondamentale per la specie, poiché la distingue da tutte le altre, la sostituzione dovrà essere così performante o più, e permettere anche all’io di funzionare. O si preleva il libero arbitro e, se nulla lo sostituisce, è peggiore, come la lobotomia, o è sostituito da qualcosa di più coerente ancora, cosa che garantirà che gli atti e gesti continuano, pur mantenendo la coscienza delle direzioni dello spazio e del tempo. Ed è vero che trovare “meglio„ del libero arbitro non è cosi facile. Tuttavia c'è meglio. Più caro certamente, e nessuno è obbligato a pagare tale prezzo. Molto amano fare gli sbruffoni, e per quest'ultimi, è ovvio che la conteria sarà sempre preferibile alle pietre preziose, e che contraffazioni possono fare altrettanto effetto che veri gioielli, senza dovere rovinarsi. Ma quelli di cui la coscienza non si ferma alla loro propria storia, e che sentono dunque che condividano un segreto mostruosamente profondo e nascosto, con gli altri, per loro soltanto, la soluzione impensabile, cioè la sottomissione al Divino, verrà sostituire il libero arbitro. Stancato di dovere scegliere tra la peste ed il colera, stancato delle tentazioni, stancato di vedere il presente passare senza che si possa trattenerlo come la sabbia della clessidra, e senza sapere neppure ciò che dà e ciò che occorre conservarne, l'individuo libero può abdicare questa cosiddetta libertà ingannevole ed aprirsi ad una strategia sconosciuta. Sì, per stancezza, alcuni se ne rimettono al Divino, e se ne portano molto meglio. Nell'insieme. Su punti particolari è discutibile all'inizio. La transizione è difficile. Ci sono meno soddisfazioni sensibili, sempre ai sensi dello stesso principio, fare prevalere la coscienza sulla natura, ma questa perdita non è necessariamente penosa. È piuttosto rajas che si lagna, che torna al carico, che si rammarica della confusione con il grande movimento, queste scelte personali e pericolosi che andavano rimpizarsi di piacere prendendo il rischio della dipendenza. E se la dipendenza non avvenisse a livello sessuale, rajas poteva consigliarla su un altro campo, la droga, l'alcol, il potere, ed anche l'erudizione. L’Eros si afferra a volte della testa, e si crede superiore. E anche il lavoro. Ci sono degli intossicati del lavoro, cosa che permette di prendere due piccioni con una fava, e drogarsi con denaro allo stesso tempo. Tutte quest'analisi sarebbero gratificanti, - come richiami per fondare una base didattica, se non trascinassero dietro esse la miseria del mondo, lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, la manipolazione del libero arbitro del debole da parte del potente, che gli fa credere all'inferno il tempo che ciò vada, e che si ricicla… Oggi il potente fa credere all'eden del consumo, sono perché compro, e se non ho di che comprare del vestimento di marca, non sono nessuno. Dunque venderò droga per essere qualcuno. No, non è una parodia, ma una scorciatoia per esprimere la legge della menzogna. La manipolazione. Orientare il desiderio, ed utilizzare il desiderio dell'altro per servire il suo. È efficace, ed è la morte assicurata per la specie.

 

11 IL POTENZIALE EVOLUTIVO

 

Se fossi andato a vedere il direttore dell’ istituto scolastico dove ero interno nel 1968, per confessargli che saltavo il muro una volta per settimana, non avrei servito la mia propria causa. Lo vedo male rispondermi : poiché siete voi vado a darvi le chiavi, ciò vi eviterà di prendere il rischio di rompervi la caviglia, ma non lo dite a nessuno.



Sto facendo un lavoro di macellaio, e ciò puzza. Disosso l'uomo, come Sri Aurobindo lo ha fatto in modo più indiretto in Savitri. Per uno e l'altro, non facciamo alcuno sforzo per fare vedere le cose così, e se lo sopportiamo, è perché sappiamo che il Sopramentale cambierà la distribuzione, che il miglioramento si prepara. Altrimenti, sarebbe intollerabile. E ciò ha un cattivo odore, poiché, nonostante un giubilo che affiggo spontaneamente, ad esempio nei passaggi ironici tra virgolette, tutto ciò che sono non dimentica mai la dimensione nera, che ho deciso di combattere, che è sempre là e che minaccia. Ho allo spirito milioni d'ingiustizia perpetrate in nome della giustizia e milioni di crimini commessi in nome del bene, e le torture inflitte in nome della verità, e poiché non ce l’ho con nessuno, e che non cerco neppure “di trascinare nel fango„ questa povera razza umana, di un'incompetenza notevole e mai smentita, io mi accontento di designare il colpevole. Ed è il libero arbitro. Poiché immaginarsi che questo semplice software destinato a misurare opzioni virtuali (poiché non si sono ancora prodotte) per valutare la migliore, è indipendente dalle forze della vita, è forse la più grande truffa di tutta la Storia. Saremmo da un lato una bestia che fa pipi cacca, e dell'altra, uno spirito responsabile e che parla, perspicace, sempre alle prese con la questione della migliore soluzione, disponendo di un'obiettività irreprensibile. Come il libero arbitro potrebbe essere separato dalle emozioni, o come potrebbe metterli di lato per prendere decisioni “oggettive„ che non terrebbero conto del nostro corpo, delle sue paure, dei suoi desideri e delle sue bisogni ? La questione non è stata risolta. E per varie ragioni. La peggiore di tutte, è certamente questa voce che si prende per bella intelligenza, e che vorrebbe che l'uomo non cambiasse affatto. Rivettato al suo territorio, difende le sue frontiere personali l'arma al pugno e la bava alla bocca. Al rigore, potremmo ammetterlo per la specie pur riconoscendo che le costrizioni materiali l’impediscono di cambiare: occorre lavorare, perdere il suo tempo da guadagnare la sua vita, il Divino, è un lusso per studente di carriera, ecc… “Non vi ha nulla da risolvere, non vi tormentate, che vuole fare l'angelo fa la bestia, non lottate contro l'entropia, e non immaginate soprattutto che l'uomo evolva.„.


Ma mentre che fare con l’esempio dei dissidenti?


Sono cambiati, essi. Ed oltre a rarissime originali che si credono superiori, i dissidenti si mettono nella stessa barca degli altri. Sono uomini. Sono venuti con la nascita biologica, perfettamente animale: un piccolo corpo esce da un altro, è anche poco appetitoso a volte quando ci si vola molto lontano, con questo lato empirico, la madre che la prima volta non sa troppo dove è, con molta paura, del sangue, del dolore, un cordone da tagliare, il bambino tutto sgualcito, che metterà a lungo a comprendere dove è caduto, e che si chiederà anche, alcuni anni dopo, se quello valesse realmente la pena di venire. Ha bottoni, le ragazze non lo osservano, i suoi genitori lo disprezzano o quasi, e il suo sesso si erge a ogni pié sospento, la notte, il giorno a volte, e la bella libertà dell'infanzia si è sfuggita. Il corpo è là. Pieno di vigore, ma la vigore non l’interessa, amerebbe condividerla, e tutto gli dice che non c'è nulla di meglio a prevedere, nulla di meglio a fare. Questa spina del sesso darà il migliore ed il peggiore per tutti, e per molto tempo, l'amore e l'estasi, il disperazione per dispetto e l'omicidio per gelosia, la prostituzione e la famiglia, la frustrazione e l'identità fusionale, le cerimonie nuziali e l'adulterio, la violazione e l'orgia. Ma è ciò che garantisce, senza saltare di palo in frasca ma prendendo il cammino più breve, che i principi eterni perdurano nella Manifestazione, che si è sbrogliata per perpetuare la vita forzandoci a farlo: a diciotto anni, si pensa soltanto a ciò, appena lo spirito non è più rivettato a qualcosa, e ciò non è pronto di finire, e se quello si conclude molto più tardi, le piccole pillole blu prolungano. Vi siamo gettati, noi, gli esseri umani nella dualità, nel desiderio della specie da un lato e nell'enigma del suo prprio io da l'altro. Con l'amore come cemento, per il più interessati di fare di tutto per andare insieme, e che montano e quindi cadono dall’alto. A i nostri rischi ed i pericoli, siamo a metà strada tra la sete dell'esistenza individuale, ereditata della memoria evolutiva con l'esigenza sessuale che la caratterizza, e l'infinito sopra, - che possiede uno essere puramente immateriale, declinato in decine di piani trasformatori, accessibili a che si dà.


Benché ammirevolmente concepito, il corpo chiude la sete dell'esistenza individuale e vi è sottoposto. Il feto maschile possiede già, a volte, erezioni, o il film che lo stabilisce è stato truccato. Senza la vitalità, il corpo muore, e non ci sono parecchi vitalità neppure. Tra l'energia fisica più materiale, e dunque più incosciente, ed il bello pensiero cucù sono io, penso dunque sono, una sequenza interminabile è gestita dalla sola potenza di vita, che declina una gamma conseguente di desideri, in realtà inesauribile, di cui il centro è la necessità di riproduzione. E se il libero arbitro permette in parte “di pensare ad altra cosa„ che il bisogno vitale, l'animale resta sotto tutto il tempo, mangiare, bere, dormire, e ciò che sapete per fabbricare bambini.


Il libero arbitro non dà il Divino le chiavi in mani. Lo fa brillare nel lontano. Questo è tutto. Da qui alla trasformazione compiuta, il samsâra veglia. Si nutrisce di illusioni, che domani la vita sarà migliore, che il desiderio alimenta l'amore, che la morte è un abisso o una semplice formalità, e se Budda dice che quest'illusioni sono mantenute dal desiderio e la paura, Lao Zi dice che esse lo sono dalla sensazione di séparatività, e Gesù con la mancanza d'attenzione all'altro e l’aggrapparsi all’apparenza: la ricchezza, la lettera delle leggi religiose, la buona figura ipocrita della morale. Quanto a Sri Aurobindo, chiude il dibattito. Tutto ciò è terribilmente normale: l'uomo è in gestazione, una bozza mancata, ma se vi mette del suo - là è tutta la questione - la bozza mancata diventa un individuo notevole, cosciente, compiuto, riempito di una conoscenza senza ostacoli, di un amore profondo, di un grande riconoscimento per ogni momento dato da vivere. Ed apprende a diventare cosciente senza che quest'apprendistato possa raggiungere il suo limite massimo.

 

È dunque la corteccia del divino, l'uomo, ma ne possiede il seme, bisogna anche che si sappia farlo crescere. Rompere la corteccia, la sete dell'esistenza individuale, e passare ad altra cosa: l'essere che non è più dell’io, o che si è appena appoggiato sopra, e che ha assorbito l'universo pur essendo anche assorbito da lui. Ciò che fa esplodere il territorio personale o lo estende fino alle galassie, ma ciò ritorna allo stesso. Frontiere fondono, pareti crollano, il mentale vede, e non pensa più a partire da griglie di lettura biologiche, né territoriali. Sviluppare il centro di coscienza. Ma non nel rosso della passione e dell'aderenza instintuale alla durata magica. No, in tutti i colori armonizzati, in un sistema di specchi infinito. Mi dò alla totalità e si riflette in me. Di cerchio in cerchio. Il ki, il Tao, quindi il sopramentale. Occorre fendere in due il libero arbitro, riprendere al suo conto, ma non comunque sarebbe ancora una fuga, la formula famosa: Signore, che la tua volontà sia fatta. Ma ciò è possibile soltanto se non si truffa. Se si sente che una sovranità della Coscienza sia veramente là, presente e nascosta, una presenza schiacciante, nel turbinio dell'atomo, in intelligenza concentrata, in amore vibratorio… “Idioti„, dicono i piccoli padroni, convinti di essere andato al termine dell'uomo, e che non pensano più. Banda di idioti, mirate al divenire: è un errore. Ma si fuorviano i risvegliati addormentati nel grande silenzio. L’eterno che inizia a penetrare la materia del tempo, non è del divenire. È diverso cosa. Una mutazione. Una nuova respirazione per la Terra. Il fallimento, in un lasso di tempo che è ancora dubbioso, della coscienza del territorio. Sono ciò che vedo con i miei occhi fisici, sono la mia nascita e il suo prolungamento, ebbene, questa visione delle cose, il Divino ha deciso di abolirla. È tempo di vedere con l'occhio interno o scomparire. E l'occhio interno rompe le leggi dell'ignoranza. Le regole del ripetitivo.


Trova il passaggio.


Il libero arbitro, che è in realtà un tipo di banderuola autoprogrammato, dovrebbe rispondere a ciò, la predazione tutelare e l'idealismo impotente? La guerra e i desideri pii? La violenza e la carezza? È troppo chiedergli a questo piccolo ragioniere puntiglioso. Trattare delle costrizioni innumerevoli e trarsene con una selezione? Si sceglie soltanto il proprio padrone ed il proprio modo di schiavitù. Trovare le soluzioni per principio, no, non vi giunge il piccolo ragioniere, con le sue due piccole colonne, occorre contro non occorre. Una colonna rossa, attenzione pericolo ma c’è molto movimento, ed una colonna blu, coprirsi le spalle ma non avviene grande cosa. Il sangue ed il cielo. Soddisfare il desiderio o no, evitare o prendere, girare a sinistra è buono, ma a destra anche, che fare? Da tempo, gli individui più esigenti sanno che “scegliere„ è insufficiente e che i criteri sono più elastici delle migliori gomme, trattati per un'estensione massima. Se non si sta in guardia, si possono anche sviluppare due argomenti contradittori, e ciascuno difenderà l'itinerario inverso dell'altro. Molto al modo, quando una cultura è in perdita di velocità. Tutto si vale, va, a ciascuno la sua verità. Tutti gli orientamenti diventano legittimi, mentre le direzioni si perdono, e che i capi svaniscono. La deriva prevale, non c'è più di meglio o di peggiore, tutto si difende secondo il punto di vista da cui ci si mette. L'obiettività è diventata soggettiva, la menzogna la verità. Siamo esattamente là, oggi. La deontologia dell'Atto muore. Leviatano spinge il mondo davanti, con tipi che sanno calciare un pallone e che guadagnano una fortuna ogni mese, mentre gli infermieri sovraccaricati di lavoro penano a sbarcare il lunario. Normale, di che ti indigni, mio fratello? Samsâra è una grande mistificazione, la menzogna vi prende arie di verità, e la verità, che esiste o no, è a quattro mille anni luce. Non cerca nella vita altra cosa che ciò che è: una concorrenza nell'appropriazione. Oltre, il vostro biglietto non è più valido. Il meglio si fugge a rotta di collo dinanzi un timor panico o un desiderio vulcanico. Il meglio, è ciò che resta quando la natura è sazia, stancata, che si dimette, e non resta a lungo in erba trastulla. Ritorna rapidamente al carico. Desiderare, ottenere, combinarsi, calcolare, godere, accaparrarsi, mangiare, inghiottire, prendere, dominare… ed anche, in trionfare c'è spesso un retrogusto minuscolo di sangue come la memoria della guerra. Una piccola emozione della sovranità sangue di bue, una strana soddisfazione. Bisogna anche andare vedere in sotterraneo la sostanza della percezione.


12 LO STRAPPO DEL TEMPO


Allora, certamente il pensiero superiore se ne è immischiato, del fallimento della scelta, poiché appena si raschia dietro il smacco delle strategie storiche, si ritorna ai criteri decisionali. E la filosofia ha risposto di comune accordo. Siamo liberi ? E se lo siamo quale ne è il migliore impiego, di questo libero arbitro, il grande differenziatore di ego? Non compromettere il lungo termine per del breve termine. Ecco, il giro è giocato. Allontana ciò ch’è buono, se lo è soltanto sul momento pur lasciando una cattiva scia. Sbrogliati affinché il presente non lasci tracce che compromettono il tuo avvenire. Del resto, si nascondono molte cose. Un collegamento adultero, le bustarelle, non si dice al suo medico che ci si è ripreso la tavoletta di cioccolato al giorno che aveva formalmente proibito, non si dice ai propri genitori che ha saltato il muro. Di che si avrebbe l'aria, e si potrebbe ricominciare? “Mia cara, vuoi incontrare la mia amanta sono sicuro che ti piacerebbe, voi avete cose in comune?„ No, non si fa. Ciò non potrebbe durare più. Si può dunque, già, truffare su tutta la linea, e dissimulare le sequenze del presente che non sono conformi a ciò che si desidera mantenere. È una delle carte della menzogna. La vedo bene in asso di picche. Ed è là ovunque. I segreti puzzolenti dei partiti politici, le perizie di medicine che rendono malate, che si dimenticano per continuare a vendere, gli appuntamenti morbidi di molti guru, che non osano, semplicemente, riconoscere che, ogni tanto, prendere una donna nella loro bracci, non li impedisce, secondo loro, di essere risvegliati. No. Nascondere, dissimulare il presente non conforme alla linea “convenuta„. Gulag, menzogne, sondaggi truccati, statistiche all'emmenthal, piene di buchi, tutti questi vuoti necessari per imbrogliare le carte. Un presente dunque per il libero arbitro onorato, quello che preserva il lungo termine, che fa le cose bene come occorre, che sa si comportare, che entra al club con una cravatta (purché abbia la cravatta non importa che sia ubriaco), ed un altro presente, per il libero arbitro che non è all’altezza, quello che la natura sottopone, quello di cui si ha un po'vergogna, ma cosa volete : non ho potuto fare altrimenti.


Quello, lo si nasconde. È quello, naturalmente dell'omicidio. In generale, gli assassini preferiscono che un altro sia riconosciuto colpevole, e tanto peggio se quello moltiplica il numero di vittime. Gli uffici dove si tortura sono piuttosto nella cantina, e non necessariamente dichiarati alle autorità militari, che lasciano fare, ma non vogliono compromettersi ratificando. Non siamo presunti proteggervi. Si ignora ciò che avete fatto. Gli a parte innamorati sono piuttosto all'hotel se lo legittima arrivasse all'improvviso a casa, le bustarelle sono piuttosto in Svizzera o in un paradiso, sì ne resta! Ma sono soltanto “fiscali„ i paradisi, gli altri hanno una netta tendenza a fallire, o a essere soltanto esche per intrappolare alcune prede. Immaginarsi che ci sono molti principi in questa mascherata organizzata, che dura dall'invenzione dell'uomo, e che CONDUCE la STORIA, è essere fuori strada. Ce n'è soltanto uno, di principio. La natura contro ciò che vuole, non lasciarla, ma oltrepassarla. E non ama essere oltrepassata. Ciò gli fa perdere del terreno, perde la mano, ed ha orrore di quello. Tra parentesi, è un po per ciò che la psicanalisi è così bene andata mentre la borghesia era ricca: grattava un po lo strato del libero arbitro, e trovava sotto un trauma che distorceva il decisionale, o il desiderio di vivere, o la stima di sé, con vergogne nascoste inconfessabili per il libero arbitro del di sopra, delle vergogne subite per le ragazze violate ad esempio, ma anche con rimorsi, che come ratti, venivano a volte a rodere un povero spirito, spesso maschile, che era andato troppo lontano, per disattenzione. Battere sua moglie quasi a morte, carezzare la nipote, umiliare sistematicamente il subalterno per liberare un'energia di vita sotto pressione, tutto chiedendosi se ciò non venisse da un grand'incidente psicologico respinto nella memoria. Alcune culture ne sanno qualcosa del libero arbitro del sopra, e della rivalsa di quello del sotto, - frustrazione ed oppressione vi formano una coppia maledetta. Ma ciò non ci riguarda, benché sia provocatorio che l'umiliazione sia decretata d'utilità pubblica e che bambini arrivano a suicidarsi sotto l’ignominia benpensante dei loro piccoli compagni.

 
In breve, il libero arbitro è libero, a volte, quando sceglie tra oggetti equivalenti, il whisky o il gin, il surf o l'immersione, Proust o Celine. Gustoso. Là, non è molto difficile, e se ne richiede. Si migliorano anche le ricette quelle dell'amore, quelle della cucina, quelle del ottenimento dello scopo facile, e ci si vanta, di sapere fare l'amore, di sapere salire di grado, di avere la migliore tavola della città, possedere la più bella biblioteca del cantone. È gratificante la scelta che va, ciò dà la boria, non vale la pena di richiederla allo sportello degli oggetti smarriti, arriva interamente da sé. Ci si sente sopra, si può chiamare il proprio sgobbone “mio bravo„, senza arrossire, ciascuno è al proprio posto in un mondo truccato. Ci si perfeziona, ovviamente anche, e si potrebbe dire che è ciò finalmente che giustifica l'Azione. Il perfezionamento, fare meglio la prossima volta, in ogni cosa che si intraprenda, a cavallo sul proprio libero arbitro personale, di cui si fa una bestia di corsa. Con piste che motivano. Ma altre “scelte„ da fare sono più litigiosi questo o quello, ma nei due casi, ciò non va,

se si sceglie per sé, quello contrasta tutti,

e se è ciò che occorre fare per corrispondere “alle attese„, ci si rinnega sé stesso.

Come evitare di strappare il tempo?

Non c’è di terza soluzione. “Antigone, lascia cadere la sepoltura del tuo padre io ti prego„, “Ah ma, Creonte, perché, che cosa vi fa ora che è morto?„.

Oppure,

due io che non vogliono la stessa cosa,

uno che vuole perseverare,

l'altro che vuole “lasciarsi andare„

Il libero arbitro di paccottiglia ne viene fuori, tra l'aragosta ed il caviale. È quello del supermercato e del kamasutra. Il libero arbitro del conflitto, cosa che risulta quando il tempo si strappa come un tessuto volgare di cui si fanno stracci, se ne cava molto male. La natura gli fa un sgambino, e cade. Non si tengono le proprie risoluzioni, si arretra, anche se si sa quale itinerario è il migliore, è l’altro che è preso. Forse si ha bisogno “di essere portato via„, di annasparsi in modo delizioso, di accecarsi con una dose enorme di altra cosa. Forse si ha voglia di giocare a sputare il fuoco al rischio di bruciarsi la bocca, di regredire negli stati infantili in cui non c'è traccia di una sola questione, ogni cosa arrivando da sé. Forse si ha voglia di sottoporsi al destino, al fatum, e farsi la commedia con tutti i drammi che pioveranno, facendo qualunque cosa, ma almeno si conduce una vita intensa, il discernimento, quale parola difficile da comprendere, la ho già dimenticata. Si è la sua propria star, il regista delle sue proprie debolezze, delle sue proprie immaginazioni, dei suoi propri colpi di cuore, che si coltivano con narcisismo. O forse ancora che se ne ha abbastanza di essere onesto, e che si inizia a truffare un po', con l'amore, con il denaro, con ciò che si dice, su pretesto che tutti lo fanno, e che quello arrotonda gli angoli.


E certamente che il libero arbitro non fa che nascondere i due abbandoni, l'abbandono al desiderio e l'abbandono al Divino.


Li proibisce tutti e due.


Impedisce tanto realmente di montare che realmente di scendere, e gioca con irregolarità convenute.
Le migliori vie stancano, atteso che la vertigine attira, che il precipizio permette di giocare ad avere paura. O coltivare alcune cupidigie e mettersi ai loro oggetti, materiali o sensibili, riassicura e consolle. È pratico per imbrogliare il mistero di correre dietro delle cose, scientificamente, economicamente, religiosamente, appassionatamente. Si vedrà più tardi come trovarsi scuse, il pensiero è là per ciò, o la colpevolezza farà l'affare fino a che gli affari riprendono. Non è tutti i giorni che il libero arbitro scivola su una buccia di banana e si rompe il naso. Ma ciò conta, la direzione cambia, e ci si è sottoposti - sotto il peso di un tipo di ricatto, piuttosto che deliberatamente. Si fa ciò che non avrebbe dovuto farsi per godere dalla sua propria libertà (la frase è a doppio-senso, e dunque vuole dire due cose contrarie, libertà volendo dire sia disponibilità, sia piacere della responsabilità, uno significando due significati). Si fa ciò che non avrebbe dovuto farsi… per godere della sua libertà!


Quale libertà? Trovare il suo cammino o errare? Diventa facilmente altra cosa, licenza, dipendenza, menzogna organizzata, immaginazione pura, erranza, inversioni permanenti o sclerosi patologica, ipocrisia, doppia vita, doppio gioco, dualità, conflitti tra la carne e lo spirito, tra me e l'altro, tra l'autorità e la spontaneità. Scegliere, è generalmente fuggire. Scegliere, la ferita semplicemente, appena le cose non vanno più da sé.

 
13 L’IO UNIVERSALE


L'idea si fa dunque giorno, abdicare l'azione. Continuare i gesti necessari, naturalmente, ma rinunciare a perseguire obiettivi. Nonostante le loro differenze, a volte considerevoli, gli scopi sono identici. Proseguono oggetti che mancano. Ma lo abbiamo già stabilito, noi i dissidenti, il tempo non si recupera, e la sola cosa che manca realmente, è il Divino. Tutta l'energia spesa da perseguire un obiettivo qualunque, non potrà essere dedicata altrove, ascoltare il Sé, studiare i principi, ruminare la sua esistenza con un pensiero più spontaneo, che cessa di sempre dettare legge. Disporsi a ricevere la conoscenza può avere la meglio sulla fuga davanti, appena l'intelligenza si gira verso l'alto, anziché precipitarsi all'orizzontale “per combinare„ e cercare di ottenere. Poiché si tratta di digerire la nostra condizione, e lasciare montare i principi. Pipicaca e volontà di coscienza. Se non si ritorna su ciò, se il soggetto si inghiotte nelle finalità del bisogno sarà soltanto un bambino che avrà cresciuto. Ammettendo nessun divario tra l'oggetto e lui, si sottoporrà alla ricerca instintuale del benessere, adattata con un impiego convenuto del mentale, ciò che si sarà appreso a fare per lavorare e prolungare il clan. Punto finale. Mentre l'infinito, come una spada di Damocle, si tiene sopra per trapassare la corteccia. Se il seme non la fa scoppiare dell'interiore, spingendo, la corteccia, anyway, in ogni caso, sarà fenduto dagli scacchi, le sofferenze, le malattie, le grandi delusioni, tutto ciò che resiste alle nostre azioni di predatori.


È un dato nuovo, e certamente, tutti non sono al corrente. È un nuovo decreto, e siamo ad una svolta. Si tratta di fare biforcare il mentale umano. L'universo finirà per rifiutare di garantire i moventi puramente soggettivi, e mostrerà al povero animale che pensa, - ma ancora recinto nella memoria evolutiva, che non è il padrone, che la sua fuga davanti non è sovrana. Che non è al suo posto nel mondo finché non fa che sviluppare l'appropriazione, finché si dedica soltanto a trattenere la sete dell'esistenza individuale. In mancanza di essere rimesso in questione dall'interno, coll'abbandono acconsentito alla via, è la realtà personalmente, in altre parole i fatti, che la attaccheranno questa corteccia, questo ego, ma questo termine svilito costituisce ancora una decorazione mentale. È la corteccia, l'armatura, la carapace che deve cedere, il me-io-personalmente che impedisce di essere tutti gli altri, mentre è precisamente una caratteristica dell’io universale, di permettere a ciascuno di essere tutti gli altri, con la conoscenza per identità. Bello progetto in verità, e che inizierà a lavare la Storia, ed a riacquistare i mari di sangue. E che confermerà che Gesù non ha mai avuto nulla da vedere con la Chiesa, che Budda non ha mai favorito il commercio, e che Lao Zi non ha ispirato Confucio. Un giorno o l'altro, la corteccia cede. A volte, i contraccolpi delle azioni non conformi al principio, - coloro che vanno dunque contro il Tao të, si manifestano in massa. Non sono gli individui che uno ad uno si svegliano dopo lunghe sofferenze, esausti dalla testardaggine di fare valere soltanto essi stessi, contro il sette, il tre ed il due che li manipolano.



No, è una cultura intera, a volte anche una civilizzazione, che non può fare un passo di più nella stessa direzione, e, se non si biforca, si distrugge, semplicemente. Perché andare cercare cinque piedi al montone! Perché passare da un capro espiatorio all'altro, dal processo di un colpevole a quello di un altro? Qualunque siano le cause, è troppo tardi per rimediarvi, perché si vuole rimediare con i principi stessi che hanno causato il disastro. Si cambia forma, ma si conserva il principio. Ciò non può funzionare. Se lo spirito umano si è perso nella conquista dell'oggetto, si è perso. Un punto e basta. E finché crederà che la sua salvezza provenga dalla produzione di oggetti, dell'aspiratore medio alla filosofia New Age, del sexe-toy all'illuminazione in dodici lezioni, resterà nella stessa illusione, quella di proseguire. Infischiarsene delle parole di verità universali, tanto di quelle dei shamani, nelle tribù senza scrittura, che quelle dei padroni, dei dissidenti, dei precursori, nelle culture che avranno installato il progresso. Se la predazione è indispensabile, limita la. Ringrazia la selvaggina che uccidi nel freddo per sopravvivere, non dimentica che tutto è legato. Non sega il ramo sul quale sei seduto. E nelle culture sofisticate, la risposta è la stessa, non intende ricevere prima di dare. Osserva il mondo, l'umano, non riporta le cose a te, ciascuno è confrontato allo stesso mistero dell’io, riempito fino all'orlo di cose che si mescolano, che si combinano in questo piccolo spirito che si lancia davanti per catturare oggetti a casaccio Sogni e desideri mescolati. Desideri e bisogni accoppiati selvaggiamente, mangiare troppo, la tara della società industriale, “amare con il suo corpo„, frutto della facilità degli scambi, e delle lettere che arrivano all'altro, scelto su catalogo, nel momento in cui sono scritte. Agire e compiersi, in una confusione totale, con licenze catastrofiche, come l'abuso di potere gerarchico, l'intimidazione, il ricatto all'impiego, la minaccia e l'umiliazione, in nome del dio Rendimento, il ganesha del vitello d'oro. Tutto, tutto il tempo che si mescola, degli scopi a volte anche propri ma che l'azione stessa corromperà, offuscherà, poiché l'azione vuole riuscire, ottenere, e ciascuno sa che, molto spesso, mezzi tossici sono usati per fini superiori. Un tipo di legge incorreggibile. L'uomo di chiesa che mentisce, e protegge pedofili, poiché l'immagine deve essere conservata pura e netta, quella della salvezza dell'uomo, e che lascia le ignominie continuare a prodursi, la coscienza calma. Il demagogo che si crede superiore, più vicino al popolo che i suoi avversari, e che ne concludera che occorre truccare le elezioni perché la democrazia prevalga. Sempre la stessa cosa, il vecchio serpente della menzogna, dell'inganno, dell'efficacia per essa stessa, che stringe nei suoi anelli l'impulso verso il migliore, e la rode fino ad eliminarlo. Le democrazie molli. I socialismi per garantire la buona coscienza dei più ricchi. Le feste dei rotariani, e le loro briciole per i poveri. Le ricerche del risveglio - la non dualità, che si sostengono su procedure multiple, a testa bassa, riuscire dove le altre falliscono è allettante, non indietreggiamo mai, e ci si tira una palla nel piede. Un risveglio non controllato della kundalini, che perturba i quindici anni consecutivi con mucchi d'irruzione intempestive di forze imparabili e rosse, o un accesso inopportuno ad energie contraffatte, che, per così sottili come siano, non hanno nulla di spirituale, senza contare il peggiore, la caduta nel sé del desiderio, una grande nassa d'impunità immediata e incantevole che si nutrisce di esperienze per principio, ma di cui l’io non tira mai la minima lezione, il minimo allargamento intellettuale, la minima pista profond e allegra, oltre ai piccoli bisogni di essere bene nutrito e di ‘’volare„. E che ne vuole sempre più.


Allora come perdonare al Divino, o alla Realtà, ciò che finisce per ritornare allo stesso, di sottoporreci all'intuizione dell'unità, mentre siamo composti? E se occorre districare l'inestricabile, secondo l'espressione di Lao Zi, sarà necessario innanzitutto avere visto i nodi, di avere acconsentito al loro potere incoercibile, quindi di averlo trovato insufficiente, fino a decidere di fare la parte delle cose. O separare il puro dell'impuro, come si dice quando abbiamo lettere. Certamente, si può sostenere che alcune cose sono al riparo dalla materia. Le Idee ad esempio. Sono belle, slanciate, riguardano l'azzurro. Ma la materia vi incolla poiché incolla alla vita. La materia è un vischio. Agglutina, attira ad essa, si sa da Newton. La materia non ha mai aiutato persona a venirne a capo, dal labirinto. Lo rafforza. Ah le idee! Sì, sembrano sfuggire alla gravitazione. Ma una volta che si è decretato la perfezione migliore di tutto il resto, si trova il cammino? Una volta che il Dvino è decretato l'unica realtà, viene al nostro incontro correndo? Basta dichiarare che lo prana o il ki si nascondono nel vento, per beneficiare rapidamente di un qualunque avanzamento, o anche per sapere utilizzare correttamente le energie sottili, senza chiudersi di nuovo in uno yoga o un chi Kong? Le Idee, anche messe in pratica, restano Idee. Tipi di ami eterni per intrappolare molto grandi pesci, il futuro di un'umanità liberata, il consorzio dei saggi, l'elaborazione di un nuovo sogno di grandezza che si otterrebbe con strategie, nuove forse, ma strategie comunque. O il fantasma di una politica della solidarietà, imposta a colpi di legislazione, di decreti e di sanzioni. Come la libertà obbligatoria, il sogno di Gesù si urtava ad una difficoltà iniziale. Coloro che non ne voglierebbero si opporrebbero accanitamente. Sarebbe dunque inutile, a sostegno dell'esperienza del passato, di prolungarla disegnando gli aspetti di una vita migliore, o semplicemente divina, secondo Sri Aurobindo portato via da un'ispirazione eterna ed inaccessibile. Quale immagine del futuro possiamo fabbricarci perché giustifichi il nostro presente? Non abbiamo già abbastanza dato a fare scelte che si basano su un anticipo astratto, che non saranno mai i fatti stessi, ma il loro semplice fantasma nello spirito? Quante volte non ci siamo rammaricati queste scelte, poiché gli elementi per seguirle erano insufficienti? Si è creduto a volte di prendere cammini solari, che si rivelarono rapidamente diversa cosa, una frode o una impasse, o un facsimile smussato dell'originale che avevamo in vista, quando ci siamo lanciati nell'avventura di questa scelta. E per contro, le vie le migliori ci sono stati a volte rifiutate, perché vi abbiamo aggiunto del me-io-personalmente inutile, della paura, della cupidigia, del dramma, del fare il schifiltoso, ed abbiamo allora abbandonato la chiave su pretesto che la serratura non apriva con sufficientemente di certezze sul mondo che ci chiamava.


È dunque una profonda rimessa in questione che è necessaria. Quella di tutta l'azione, quella della legittimità di tutti gli scopi che sono soltanto decorazioni del tempo che passa, delle danze erotizzate dal dubbio e dalla sanzione, il successo o il fallimento. E questo dubbio sulla concordanza tra il bersaglio e l'arciere crea una tensione. Il braccio si muove riguardando l'obiettivo, ci “mentalisiamo„ spesso nella via spirituale, e fallisce. I nervi si s’impigliano, la natura fa finta di piegare, ma conserva il controllo. I principi direttivi saranno stati dimenticati: il risultato dipende soltanto in parte di noi, della nostra fede, della nostra aspirazione, della nostra abilità forse, e non funge da nulla di costruire senza sosta delle ipotesi, escogitare degli stratagemmi. La mancanza deve bastare a rettificare il tiro. Non ci sono mezzi per migliorare l'ignoranza. Ancora una frase a doppio senso! Migliorare l'ignoranza significa tanto diminuirla, in una prospettiva di conoscenza, che aumentarla, se restiamo vicino al testo. È allora l'ignoranza che può crescere, mentre tentiamo di sventarla senza principi sufficienti. Un po’come un meccanico che non conosce l’insieme del motore, e che si accanirebbe a trovare il guasto che gli sta bene, poiché sa soltanto cambiare le candele, e che si libera dalla disfunzione, ridorando il blasone per alcuni giorni. Nuove candele! E se fosse altra cosa? Ne è così delle nostre piccole luci spirituali sulle quali contiamo incessantemente, ma che non funzionano ovunque. Siamo l’Uno soltanto al termine di un lungo processo d'assorbimento omogeneo dei Numeri. Riportare i desideri al Desiderio, osservare legami nascosti nell'albero del movimento verso, sia che tenda verso il sessuale, il denaro, o il potere, ridurre il mentale ad un potere immenso che giocola senza sforzi con l'immaginario, la ragione, la logica e l'intuizione diretta. Sapere che il corpo possiede la sua giurisdizione, e che non cerca né di essere riempito incessantemente di piaceri né di provarne nessuno.




Ciò è arrivato, arriva ed arriverà ancora, l'ignoranza che sopravvive ad un progetto di conoscenza. È la fondazione dell'integrismo, sia un idealismo particolare che si ostina, quello della nazione, della religione, o di una via settaria. Solo dunque l'idealismo che sfugge alla legge del territorio può sfuggire all'integrismo, e non si fonda più allora sulla necessità di cambiare il mondo, ma sulla sola necessità di trasformarsi sé stesso. È questa scommessa che sembra ridicola ad alcuni, altri trattano anche di vigilacci i dissidenti, come se ci fosse ancora medio di sperare di un'azione qualunque un vero miglioramento della società e delle relazioni che la disciplinano. Se l'umanità va verso l'unità, lo farà a partire fin da dissidenti che mostreranno l'esempio, per non imporre nulla a nessuno, ma che sapranno a volte non influenzare, ma infondere trasformazioni alle altre, trasmettere con il potere divino, un contro-corrente. Disporranno di un darshan, cioè dell'autorizzazione divina di attuare la negantropia contro il mondo dell'entropia, l'universo materiale e gravitazionale. Se il progetto di un universo migliore li tenta, è anzitutto riguardo a noi stessi che è pratico di militare. Oltre tutto nel mondo, perché apparteniamo ad un certo spazio, ad un certo cerchio. Ma oltre tutto soltanto, e se è tanto necessario quanto opportuno.


Il vero cantiere è sui numeri. Ridurre fino a sette nostri movimenti, quindi osservare il Tre, i guna che Sri Aurobindo ha ripreso al suo conto, che prova con ciò la loro universalità operante, e quindi la dualità complementare, sulla quale i cinesi hanno lavorato da Fo-Hi. Ciò che si apre pur attirando, contro ciò che chiude pur agendo. Lo zoom yang, che esamina nei dettagli, o il grandangolo, anzi l’eye fishe, il yin, che assorbe la dimensione e se ne impregna, ma vedendo le cose di gran lunga, a volte di troppo lontano. E prima del risveglio, che permette di alternare correttamente le ottiche, l'essere umano si fuorvia. Egli fa uno zoom sulle le piccole cose di cui non riesce a stancarsi, e l'essenziale, preso al grandangolo, non appaia soltanto come un magma indistinto, sul quale nessuna presa è possibile. Una realtà indivisibile, anche se se ne sogna, appare a pezzi, cosa che potrebbe al rigore essere accettata, ma appare così in brandelli, appena le nostre sofferenze sono conseguenti. Abbandoniamole, le sofferenze, ed apprendiamo a soffrire intelligentemente, per il Divino, cosa che le trasfigura.


È precisamente che il problema di avere una presa non si pone. Non c'è nulla a prendere, ma a essere. Il movimento non ha nulla da vedere con ciò, e così a volte troviamo tuttavia leve, sarà perché la conoscenza ci mostrerà come sollevare il tempo stesso, e farlo roversciarsi verso il non temporale, l'impersonale, e quindi più lontano ancora verso il Divino dinamico. Alcune leve infallibili sono dunque da trovare, ma sono loro che si manifestano, non si appropriano. Sri Aurobindo esita nello yoga, e ad un momento è fatto, l'ispirazione divina promessa nella prigione di Alipore si riversa. Ha calcolato il suo colpo? No. Concentrato, fermamente dedicato, certamente ancora stupito dalle sue esperienze precedenti che lo hanno deviato dalla missione che si era fissato, liberare l'India, si gira instancabilmente verso il Divino, fino a trovare il mezzo per farLo venire. E “non ha mai precisato„ come. Cosa avrebbe potuto seguire di altro che la sua fede dunque, ora che aveva abbandonato la sua vita personale? E ciò ha bastato ad innescare un altro cammino. Ecco perché Lao Zi insiste anche lui.


È disimparare che libera dall'azione. Disingarbugliare anziché mettere a punto migliori nodi, per legare l'ambizione, lo scopo ed il mezzo in una sola treccia presunta incatenare l'illusione. Arretrare con umiltà e non per codardia, indica egli, anziché affrontare l'ostacolo con sempre lo stesso entusiasmo sciocco, come se si potesse confondere fede ed arroganza, determinazione e desiderio, potere di vedere e placebo che si vedrà perché lo si desidera. Insane strategia sciocca idolatra di una sola tattica, che si immagina che scoprire, sia soltanto una conquista migliore condotta con altre armi. Scoprire, in verità, è anche essere scoperto dal Divino, poiché riconosce infallibilmente quello che si dà a Lui. E lo denuda. Oh! Non immediatamente, lo abbiamo già stabilito in altri luoghi. Il tempo deve essere terrazzato prima che il Divino si dia. L'avversario è bene là, la durata che porta tutto via e detta la sua legge, la stessa che quella del desiderio, e il mezzo per arrivare a fine fa difetto, poiché siamo in pieno dentro. Sposare l’Uno dipende dal suo volere a lui, e poiché l’Uno si manifesta anche in quanto persona, il Signore, Ishwara, o anche Agni, finché non gli saremo conformi con la nostra unità, ci eviterà. È duro, ma è la legge, ed è l'unica ragione per la quale l'umanità, una molto grande parola per una banda di scimmie pensando con capelli, stenta tanto in cammino. Andare verso l’Uno essendo parecchi chiede un sacro coraggio. I contratti che vogliamo infliggere all'Uno, al Tutto, o al Divino, tanto di immagini legittime della stessa realtà suprema, a partire da un essere diviso, non lo interessano. L’Uno non esiste per soltanto permetterci di guadagnarLo, non Lo produciamo, e più Lo immagineremo più Egli si celerà. Esige tutto perché è tutto. Certamente, quando ci rendiamo conto che siamo in pezzi di ricambio, ciò è umiliando. Il desiderio col tempo, contro il non-agire con l'eterno, ed in mezzo delle tensioni. Potere ma a quale scopo, conoscere ma quale utilità?



Se il non-agire diventa soltanto la strategia inversa dell'azione, non conduce da nessuna parte. Non basta credere nell'inutilità degli scopi dell'azione, bisogna anche sostituire ciò, poiché si tratta di sostituire un orario ad un altro, con un ascolto, una ricettività, uno sguardo senza artigli, un dono di sé, e infine un abbandono, che darà poco a poco i suoi frutti, senza che si debba cogliereli. Cadranno dal vasto, Brihat, questi momenti in cui tutta la nostra esistenza si sente rivettata al Divino, e tanto peggio se il filo è ancora tenuto e che nessuno segue, qualcosa che non è soltanto dello Stesso sotto una forma nuova, che non è dunque che del cambiamento che conserva gli stessi scopi, si manifesta . È dunque che la sovranità è possibile, ma non è quella della vittoria, è quella del consenso.




14 LA FINE DELLA STORIA ?
 


A lasciare le piste già fatte non soltanto del bene e del male, ma del peggiore e del migliore, il pensiero si allarga e abbandona poco a poco le sue griglie d'interpretazione. Cosa ne sappiamo del frutto dell'esperienza, prima di averl provata? E che sappiamo del frutto della rinuncia prima di averla praticata? Se le idee sono soltanto cervi-volenti altrettanto bruciarli immediatamente. Se permettono di disegnare tavole che permettono di vedere gli ingranaggi degli ingranaggi, altrettanto utilizzarli. Altrettanto diventare un orologiaio, e vedere che i cicli governano la vita, il giorno e la notte, lo slancio ed il riposo, altrettanto diventare uno psicologo, che enumera gli inganni dell'incosciente, alle prese con ogni essere umano, nel suo sonno, ma così a volte nella sua vita meccanica e insensibile, come per ritornare alla quiete strane di alcuni animali che sembrano comprendere i sogni delle pietre. Altrettanto diventare un viaggiatore filosofico ed entrare in comunione con Socrate, Gautama, Gesù, e sentire come gli esseri verticali prevedono passaggi imprevisti per i membri della specie orizzontale. Poiché i dissidenti non fanno nulla di altro che superare la specie. E etichettano delle verità, l'amore dell'altro o la separazione, il non agire o la consacrazione, soltanto per mostrare il cammino di questo superamento. Non c'è spiritualità gregaria, non una gregge di risvegliati, non un bestiame di verità trascendentali. Soltanto cammini che si sono realizzati altrove, e di cui alcuni riferimenti sono stati gettati in pasto agli uomini che ne non volevano. Coloro che si sono sempre accontentati di raggirare Dio, con conteria. Come primi Colombo e coloni (divertente di homonymie in francese Colomb e colons) rabbonivano gli indigeni con gingilli, mentre venivano a celare il loro oro, ed a volte la vita per fare buona misura.


Il dissidente ne non vuole più del crimine banalizzato, del genocidio al modo che fa crescere l'indignazione, del povero intirizzito, e delle celebrità complici dei suoi paparazzi per completare i suoi fini di mese, già molto conseguenti, con danni e interessi acconsentiti dalla stampa come un diritto d'impiego del scoop difeso. Il dissidente non ne vuole più di spedizioni scientifiche che mascherano scopi commerciali e massacri di mammiferi, di cetacei, signori calmi del mare, mentre non ci siamo mai stati capaci di diventare i signori della Terra. Stiamo uccidendola. Il dissidente non ne vuole più pubblicità ed organizzazioni benefiche dove quasi nulla arriva al termine della catena, “agli infelici„, cosa che tuttavia motiva l'azione e la sbianca. C'è ormai una grande stanchezza che si installa un po'ovunque, perché il principio dell'Azione non va più, e trucca sempre più male il suo motore, l'egoismo. Non più territori da scoprire e svaligiare, non più di utopie all’ultimo grido a lanciare sul mercato per ancora una volta afferrarsi di un futuro impercettibile, mentre la verità è già là nell'estensione di ciò che è e fu, un futuro sordido ed imperituro, del già visto e già inteso, - l'unica conseguenza di una Menzogna perfetta contro la quale l'ultimo rifugio è semplicemente una consacrazione spirituale/materiale. Per sfuggire ai tsunami calmi della Menzogna sociale. Qualcosa che non fugge in nessuna direzione, la cima potendo mascherare il fondo e reciprocamente, poiché occorrerà un giorno salvare la materia di essa stessa, ed infonderle lo spirito, come Madre e Sri Aurobindo hanno iniziato a farlo . Se nessuno trae la lezione dai gulag, altri verranno, presunte essere conclusioni di qualcosa di migliore, forse anche dei gulag soggettivi, ciascuno creandosi il suo, per ammuffire nella sua meschinità trionfale, con l'avallo di una società che darà a ciascuno la dipendenza che egli preferisce secondo i suoi vizi particolari




15 IL SURRENDER EVOLUTIVO




 
Pertanto, lo yoga divino non può riportarsi ad un tentativo di miglioramento terrestre. Si abbindolerebbe allora in ciò che non cessiamo di denunciare, il progetto di uno scopo, che rinchiude. No, se le cose si migliorano, ciò sarà la conseguenza di un'altro metodo, mai scritto in anticipo, sarà l'effetto di una stratagia divina sul quale nullo non può anticipare. Poiché l'oggetto dello yoga, cioè il suo campo, è precisamente la conoscenza del Divino. E se il Divino è tutto, solo i gradi cambiano dal immanente al trascendente il più puro. Il campo è per definizione immenso, nello spazio e nel tempo, che è a volte perforato dall'eternità nelle percezioni sopramentali. Amarlo, esplorarlo, comprendere ciò che il Divino può portare alla Materia e alla vita, come al mentale quando ne prende perfettamente possesso, costituisce la condizione necessaria e sufficiente per stabilire la trasformazione, se la sottomissione persevera. Ci sarà nulla a cercare di altro che la conoscenza del campo, e mentre gli oggetti si attenuano, mostrano l'energia che li sostiene. Allora il samsâra vacilla, poiché dietro tutte le sue scappate, tutte le sue assurdità, tutte le sue dualità, tutto la sua illusione, appare un principio direttivo ed unico, chit-tapas, un aumento incredibile dell'inanimato verso la coscienza, aumento che non si spiega, ma che si osserva e si sente. La pianta freme molto e ama il giorno, quindi tutta la gamma degli animali manifesta lo stesso mistero, una presenza dentro, fragile, ma organizzata alla perfezione per esaurire alcuni minuti del tempo eterno. La bellezza indicibile degli api, della tigre, il patchwork morfologico del ornitorinco, a cavallo su molte specie, della sensazione di prossimità che proviamo per i lemuri, la cui eleganza nel movimento è a volte una provocazione di fronte agli uomini goffi, il piacere incredibile del volo dell'aquila o del gabbiano, che ci sara sempre vietato, eccetto falsificazioni sportive deludenti. E l'identità del delfino e dell'oceano. E lo yoga naturale dei gatti, padroni in distensioni e sonno profondo. Ed il cane, enigma simplicetemente. Già, la varietà delle forme della natura ci previene del pericolo mortale della riduzione, quella di immaginarsi che occorre riportare l'eccesso delle cose a semplici categorie che le uccidono. Poiché lo sguardo divino vede lo spirito all'opera in qualsiasi cosa, del minerale all'umano, e si preoccupa soltanto di rinforzare questo sguardo senza alcuno artificio, che libera dalle interpretazioni. Lo stupore e l'empatia prendono il passo sul resto. Lo scandalo del male perdura ma è condannato. Il mentale, al contrario dell'occhio divino, s’innamora della forma e del numero, e adora ciò: intendere anziché vedere, classificare anziché amare, spiegare anziché comprendere. Al termine delle nomenclatura, il mistero resta identico. Ammucchiare non ha mai condotto da nessuna parte.


Una spinta non quantificabile, con questi rettili al sangue freddo che sembrano incarnare il sogno delle pietre e che gli somigliano ancora, e quindi scalando verso l'uomo, la sensibilità si afferra delle specie, che sia calma o imperturbabile come alla mucca, o vivace ed agitata come nella maggior parte delle scimmie, poco importa. Uno sguardo assorbe il tempo, un corpo si adatta, regole precise mantengono l'organismo nel suo ambiente. Deve tenersi, e se vi deroga, crede ancora di applicare la sua legge. Come queste femmine che inavvertitamente si occupano di piccoli di specie diverse. Ne ritorniamo dunque all'omeostasi, di cui il concetto si avvicina generalmente attraverso il principio d'equilibrio del corpo umano, che “si riordina„ perché la temperatura oscilli poco, e che le sue variazioni servano a qualcosa. Ciò funziona molto solo, senza la nostra volontà e senza la nostra approvazione. + o - 37°, quindi ritorno al normale. E se decliniamo questo principio d'omeostasi in tutti i campi che ci appaiono, sembra all'opera in un modo o nell'altro. Una forza, un principio tende ad organizzare verso l'equilibrio varie funzioni, e questo principio, che rispetta la singolarità di ogni funzione e di ogni organo legato all'insieme, possiede un margine d'elasticità sconcertante, d'origine sconosciuta in un certo qual modo. E se amiamo la teoria delle corrispondenze, nulla ci impedisce di vedere che l'omeostasi è la legge fondamentale della Manifestazione. Anche la gravità risponde al principio e le orbite dei pianeti sono a volte sconcertanti, ma nell'insieme, l'equilibrio è mantenuto da una flessibilità aleatoria.


La febbre non deve ucciderci immediatamente, non resterebbe più nessuno sulla terra, dunque il mio corpo può superare i quarantuno gradi. Se ne rimetterà. Forse anche che ne approfitta per difendersi, con il calore, ma possiede un limite quando monta verso il fuoco. Il minimo freddo non deve ucciderci immediatamente neppure, possiamo sopportarlo un certo tempo mentre la temperatura del nostro corpo si abbassa pericolosamente fino ad una soglia impossibile a superare. Ma c'è del margine. Quest'elasticità che circonda regole estremamente rigorose e precise, quasi rigide, possiamo trovarla se pratichiamo la teoria dei sistemi, in numerose organizzazioni, biologici, relazionali, sociali e politici. Un margine di manovra. L'oscillazione è permessa, in modo che niente rompe. E ricadiamo così sul libero arbitro, l'equilibrista, che ci interpella sommamente poiché impedisce l'abbandono al Divino, un movimento troppo dubbioso per lui ed il suo sistema di alternative truccate. L'oscillazione del libero arbitro tollera soltanto alcune divergenze. Oltre, rifiuta la realtà. Darsi al Divino, ovviamente, equivale a gettare i suoi bilancieri ed andare comunque sul filo, l'equilibrio verrà da altra parte.


Basta decidere.


Un margine di manovra, il libero arbitro, di cui ciascuno crede di essere padrone e responsabile, ma che ne prende già un maledetto colpo dietro la testa, un colpo di mazza, se pratichiamo un'astrologia illuminata dalla coscienza divina o quella del risveglio. Difficile manifestare altra cosa che il suo tema natale quando si è un animale in piedi e pensando. È un sistema di lettura, con i suoi campi di predilezione particolari per ciascuno, ed anche se possiamo là dentro spingere piuttosto questo che quello, cosa che è ovvia e fonda la nostra “libertà„, alcune determinazioni rimangono fisse dalla partenza. In altre parole, se la Coscienza non se ne mescola molto più vicino, avremo sempre scelta tra la pizza e l'hamburger, ma saremo incapaci di immaginare che esistano diversi cibi, dunque la questione di gustare non si porrà neppure. Rimaneranno sconosciuti, poiché il nostro campo di alternative resterà chiuso. La scelta non è dunque mai tra tutti i possibili, ma soltanto tra quelli che si presentano. Ce ne sono altri di possibili, ma non si ottengono con una concorrenza tra vari potenziali. Sono diversi parte, in un ordine nascosto. La traccia materiale del momento della nostra nascita corre nelle nostre cellule e la nostra psicologia. L'universo è molto organizzato e fractale. Ciascuno di noi costituisce il punto d'applicazione microscopico di un campo infinito di forze, disciplinate, per quanto riguarda il mondo materiale, dalla gravitazione. Ecco perché l'astrologia era una scienza reale, prima che la Chiesa e la sua democrazia la Ragione, sua figlia tardiva ed adulterina, se ne diffidino. Riflettiamo un certo aspetto dell'universo, una certa combinazione, - un certo “groviglio„ dunque come direbbe Lao Zi, che ci da alla percezione del mondo esterno attraverso prismi ecologici. Ciascuno di questi prismi possiede una funzione, e l'omeostasi del mentale si riordina per tirare un risultante dei loro approcci.


Ecco l'enigma del libero arbitro risolto. Agisce per una conformità sottostante, che possiede varie tattiche, ma una sola strategia, restare nella sfera delle energie natali, pur cambiando l'ordine della loro preponderanza, per apprendere ed adattarsi. Se rispettiamo la legge delle corrispondenze, il groviglio, e dunque la comparsa delle nostre dualità psicologiche proviene dalle tensioni tra sette prismi, che abbiamo già esposto nei dettagli in numerosi lavori. L'unità dell’io dovrà dunque essere realizzata con loro, e no contro loro, libero di comprendere come fare montare o scendere il potere di ciascuno, aumentarlo o diminuirlo, sotto l'impulso del insight. Sono soltanto forze, ma finché non sono state assorbite dall’io, sembrano molto potenti e manifestano tipi di identità che le manipolano… E ciò è più difficile, acconsentire al settenario e ai suoi conflitti, ed optare per la sua risoluzione nell'unità solare. Una decisione trascendentale, che demistificherà il libero arbitro. Se vi si prende male, è peggiore che di non ci toccare. Non si tratta di entrare nel segreto del suo funzionamento, come un filibustiere si getta all'abbordaggio, e di volere trionfare. Trovare il posto rispettivo di ciascuno dei sette poteri, che ci sono dati da un lato ma che ci catturano nel Molteplice dell'altro, costituisce una ascesi. Ben condotti, i poteri planetari/psicologici perdono della loro insistenza, e riportano meno oggetti (sensazioni gratificanti, azioni, sviluppi, ed anche “certezze„ per Saturno, il grande calibratore di criteri). Questa nuova economia nell'appropriazione delle cose e del tempo, questo rilassamento dei modi nervosi del pensiero e dell'Azione, lascia allora manifestarsi i poteri superiori, indipendenti della vita, il Sé o Brahman, il Signore, quindi il Divino sotto le sue forme prime, che trasparino appena il discernimento oltrepassa il libero arbitro. I nodi dell'attività psicologica, tendere verso molti, sono sciolti dall'abbandono al Divino, con il quale l’Io “non desidera„ più di una cosa: tendere verso l’Uno. E per tendere verso l’Uno, si tratta di sapere osservare e ricevere, non è dunque un'azione né uno scopo, ma un'apertura esaustiva, innocente, che si libera dai modelli del pensiero, dalle urgenze false, dalle priorità convenute, dalle avversioni obbligatorie, e che si tuffa nell'oceano del Mistero, - tutto ciò che È, prima che il pensiero etichetti quest'efflorescenza per vi applicare i suoi calcoli meschini.


 
La topografia astrologica presenta l'apparecchio dello spirito, con “un motore„ individuale facoltativo, il Sole, incaricato di unificare le altre tendenze. Se non vi giunge, la natura conduce l'energia del tema, e l’Io è lasciato a maggese. Ogni essere umano dedicato vedrà dunque prodursi in lui l’attività del Sette, ed anche se non si sa nominare ognuno dei prisma, egli abborderà intuitivamente i suoi dissensi interiori, le concorrenze di itinerari, la rivalità delle funzioni, e le esaminerà. Il suo lavoro consisterà nel afferrare perché tutte quest'opposizioni manifestano possibili che si escludono reciprocamente, perché dunque occorre scegliere un potenziale da riempire piuttosto che un altro.


La linea dell'automatismo naturale è stata veramente abbandonata quando il movimento ascendente divino ha prodotto la razza umana. O il mentale lo tagliuzzava e lo sostituiva, o non poteva installarsi. Ed appena il pensiero si è installato, è diventato questo potere unico, una potenza straordinaria, ma non controllabile. Una potenza perfettamente autonoma che sovrasta tutto il resto, ma non è pari con il corpo. Il pensiero si accontenta di virtualisare la durata, è non temporale. Per lui, il passato ed il futuro sono così conseguenti come il presente. Il pensiero è là, nel momento puro, soltanto se lo decide fermamente. Altrimenti, è ovunque e da nessuna parte, davanti e dietro, si evapora, passa di palo in frasca, dall'orario del giorno dopo alla memoria, dalla valutazione della distanza tra un desiderio ed il suo conseguimento alla creazione di temi di preoccupazioni. Naviga, nell'organizzazione del giorno, in una addizione o una sottrazione, un sogno progettato o un risentimento qualunque, una cupidigia o un calcolo. Nel migliore dei casi, persegue la Verità, e finché non riconoscerà soltanto che egli è troppo debole per giungervi, il Divino si celerà.


È necessario usare un altra leva, il non-agire, senza scopo.


E non cessa dunque di fare autoreferimento rispetto ai dati scorsi che estrapola, che spinge davanti per adattarsi un futuro conforme. Come un giocoliere, il pensiero fa passare le cose da sinistra a destra, a grande velocità, del passato verso il futuro, approfittando della neutralità assolutamente perfetta del presente. Ecco perché la meditazione è stata inventata: per impedire il pensiero di cucire il futuro sul passato. Tutta quest'attività ordinaria è modulata da calibri d’urgenza e di priorità diversi secondo l'ora di nascita, - indipendentemente da qualsiasi “karma„ o da ogni influenza genetica ed ereditaria. Non ci può essere nel funzionamento di questo modello una minima rottura. La bussola individuale che costituisce il libero arbitro non si sregola facilmente, grazie alla flessibilità, al margine di manovra, che permette al pensiero di essere relativamente sciolto e giocare con le necessità ed i desideri. Si può bruciare ciò che si è adorato e adorare ciò che si è bruciato. Ma tutte queste combinazioni, l'abbondanza di itinerari possibili non cambiano la destinazione finale. Una morte appena consentita, eccetto se il corpo, senza fiato, vuole andarsene. Nulla di straordinario dunque, mentre fatti notevoli sono stati registrati, come il risveglio, l'accesso divino, un vero progetto evolutivo che sta spingendo verso l'uscita “il vecchio uomo„, fiero del suo territorio e dei suoi valori, ma incapace di riconoscere quelle delle altre, altrettanto pertinenti.


Il libero arbitro non è dunque nulla di altro che il sistema d'omeostasi del pensiero.


Ed avergli conceduto tanto meriti nella nostra società proviene naturalmente, come lo direbbe ancora René Guénon, della perdita dei principi tradizionali. Sia la sovranità del Non Io sull’io, secondo che si l'immagine come realtà esauriente o come Divino. L'apparecchio psicologico vive in circuito chiuso, in collegamento incosciente con i residui dell'automatismo animale, le sopravvivenze dinamiche come la collera e la paura, e proietta la struttura dell’io nel suo ambiente. Le attese sono numerose, con Venere e Giove, le rimessi in ordine, con l'azione e la struttura, Marzo e Saturno, sono inesauribili. La navigazione è dunque panoramica, la sbarra va a sinistra quindi a destra per mantenere il capo nelle onde potenti del samsâra, troppo di non abbastanza da un lato e non abbastanza di troppo dell'altro, ed è ciò che si chiama la libertà variando l'orientamento, che offre tuttavia poche prospettive. Scaldato a bianco quando si riesce, il libero arbitro ha il vento in poppa e fila senza colpo ferire, e ci si autorizza allora sempre più di cose poiché il campo sembra sottoporsi alla dittatura di una piccola volontà immediata; schiacciata nella sua manifestazione, quando le delusioni e gli scacchi si succedono, e che tutto ciò non conduce a nulla, fino a che il termine “di scegliere„ perda ogni significato in un seguito di eventi subiti, il libero arbitro si fallisce allora incessantemente su scogli o banchi di sabbia semoventi.


Ma è un potere primordiale, che basta al membro della razza umana che la coscienza non tormenti, e che non prevede ragione di cambiare oltre misura il modo in cui si percepisce lui stesso ed in cui percepisce il campo. In realtà anche, il potere coercitivo del libero arbitro appare soltanto al termine di un lungo apprendistato della vita. Prima, dà della libertà, dopo la presa di coscienza radicale, divina, ci rende schiavo. Cammini da comparare. Atti in concorrenza. Scopi che si calpestano l'un l'altro, momenti doppi, nei quali ci vediamo tanto su un itinerario che su un altro, o anche, per i più immaginativi, che su una folla di altri. Il libero arbitro così vissuto si gira su sé stesso, si morde la coda, e diventa una prigione. Perché l'Unità è stata intervista, un momento fugace forse, ma dotata di una memoria eterna, come alcune passeggiate al sole di tramonto quando tutta la vostra vita avanza come un'onda calma, senza che nulla si opponga alla felicità. Ma il resto del tempo! Dove le promesse solari del Veda, quando lo Spirito si versa a fiotti ramificando l’io al Verbo? Dove le immersioni nell'oasi illimitato dello Brahman, dove giocare con Krishna sull’ eterna onda allegra del presente? Le cose da fare ci agglutinano al passato, l’involo dell'aquila è rinviato. Ci si pensa nel proprio ambiente, nell proprio ambiente, nella propria vita, e nulla di altra rientra là dentro. Come se occorresse restare un animale ecologico, rivettato ai suoi bisogni, rispettoso dei suoi timori, e idolatro dei suoi desideri. E se il bisogno di essere fosse precisamente quello, e il solo, capace di assumere i punti cardinali, lo squartamento delle radici e dell'antenna, l’antinomia dell’ io e del Non Io?


È ciò che i dissidenti pretendono. Lasciate cadere il futuro, straripa di promesse non avvenute e di timori non fondati, e vivete ora. C'è un altro cammino verso l'unità, e giungervi senza districare i numeri, è simplicemente impossibile, o ci si crede più astuto degli altri, si tuffa nel mistero senza alcuno punto di riferimento, senza la deontologia del ricercatore di fuoco attento, e ci si annega, come un pesce che salta fuori del suo vaso. Liberarsi, sì. Comunque, no. Sette è potente. Non si attraversa Saturno come un campo di fiori, non più di quanto si guadagna il proprio vero Sole senza pulire le ferite narcisiste, offese e umiliazioni, che finalmente appartenevano ancora alla corteccia, al piccolo io contingente dibattendosi fra gli altri. E il sette solare può dimenticarsi anche in un'unità controllata, o condurre al tre dei guna, che il mutante sopramentale vedrà saltare fuori in lui, nella loro natura originale, non mescolata, e di una potenza incomparabile. Là, l’io soggettivo non è più grande cosa. Resta soltanto il testimone di un'avventura cosmica, in un corpo, che ha lasciato lontano dietro lui le soddisfazioni umane, e le belle illuminazioni. “Oltre le cime„ diceva la Madre di Pondicherry. Subisce l'attacco di tamas, in cento modi diversi, altrettanto sornioni le une che le altre, e quelli di rajas, splendidi, che danno al momento un abbagliamento senza simile, dove tutto ciò che è desiderio è sacro ed insostituibile. Anche questo piacevole sattva sembra a volte fuggire la realtà fisica, ma almeno, tende verso il superiore, l'armonia, l'intelligenza e la separazione. Tamas servo fedele della morte, dall'oscurità, l'inerzia e il torpore, rajas, amante fedele della vita e della morte intrecciate, il padrone dello slancio, ma anche del desiderio. Sattva più immateriale, più facile da vivere, ma che precisamente fa difetto all’ essere ordinario. Sattva ama i valori e le coltiva. È un giardiniere del bene, ma che ama soltanto i fiori. La terra, la trascura. È la giurisdizione degli altri due.


Quindi l'unità si abborda nella complementarità dei due. Le declinazioni innumerevoli dello yin e dello yang, che non soltanto alternano, ma si mescolano. Poiché una porta può essere aperta o chiusa, ma anche essere socchiusa, colla divertente questione ad accertare se è a metà aperta, o a metà chiusa. Un godimento per il mentale, mentre la vera questione è semplicemente di aprirla maggiormente per passare, o di chiuderla correttamente poiché ha appena servito. Ma là anche il pensiero ha penato. Ama le correnti di aria, e aggiornare. Diviso tra lo yin che attira l'influenza dell'altro, ed lo yang che lo allontana per principio, il pensiero esita tra seguire o affrancarsi, imitare o rischiare. Sogna gli itinerari perfetti della libertà e dell'indipendenza, senza dubitarsi che è sottoposta ai fattori multipli dell'incarnazione, la memoria dinamica e strutturando dell'ora di nascita, le influenze ereditarie e genetiche, le tracce evenemenziali deleterie iscritte nella cera della prima infanzia, e infine, forse, una resistenza karmica, un nodo di un genere particolare da scoprire, che gioca a volte, come il resto, sul risultante momentaneo del libero arbitro senza dirlo.


Resta soltanto una soluzione per sposare il cuore, lo spirito ed il corpo.


L'esplorazione esauriente.


Tuffarsi nella realtà, senza nulla aspettarne di altro che capirla in extenso e così amarla più perché è omogenea ed una, cosa che si verifica soltanto dopo essersi compreso sé stesso, per cessare le proiezioni. Allora sposiamo tutto con lo sguardo d'amore, ed esplorare la natura ed i suoi sortilegi diventa un gioco divino. Le ferite fanno spaccare la corteccia e l'aspirazione la fa scoppiare dell'interno. Quindi le due pressioni si accordano, e la liberazione si produce, la corteccia scoppia e la sete dell'esistenza individuale con essa. Il seme eterno cresce. Quando non c’è più una storia personale a difendere, che resta soltanto il mistero della nostra presenza inchiodata al Cielo ed alla Terra, l'abbondanza dei segreti che si rivelano dà un raccolto sconosciuto, un altro essere, una coscienza diversa. Il Divino non è più una parola, né anche una promessa. Non è più uno scopo né soltanto un'autorità. È la fonte di Tutto, ed il cammino è preso per andare bagnarsivi.