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www.sopramentale.it - Il sito di Natarajan
Giornale del Risveglio
2010
 


Questo "giornale di ricerca" sostituirà il giornale blog spontaneo che aveva dato la parola al mio bambino interiore. Ho rinunciato all'indifferenza assoluta del maestro dell'estinzione, ed io non sottoscrivo alla non-dualità, (talvolta beata) che permette l'impersonale, perché non è il Sè eterno che occorre salvare, si basta a se stesso, ma la vita. Questo "giornale del risveglio" vi permetterà di sincronizzarvi con le mie scoperte, i miei "colpi di cuore", i miei " insights"... Ho l’àgio di studiare ciò che mi passa sottomano dunque, sempre nella stessa ed unica ottica: comprendere. Mi dispiace che questa base del risveglio sia relegata al profitto di numerose strategie talvolta, ed io non so perché ciò accade adesso, ma veramente, mi appare chiaramente oggi osceno di essere sulla Via e di aspettarne qualche cosa. Certamente, l'aspirazione può essere considerata come l'augurio della conoscenza di Dio, ed è dunque legittimamente "girata verso", sì, ma questo movimento di essere girato verso non aspetta niente, e si basta al giorno il giorno di alcune pepite quotidiane.


Il primo flash che vi trasmetto proviene da una lettura nella rivista Lire, che prendo in prestito alla biblioteca magnifica da Santo-Germanico in Laye. Cado su un concetto che cercavo da molto, ed egli mi salta agli occhi. Si tratta della lettura sintomatica. Questa espressione designa la facoltà di prendere in un corpus o un testo ciò di cui si ha bisogno e di ignorare il resto. Ho visto sfilare allora senza il minimo sforzo alcuni visi di Aurobindiani che, senza saperlo, avevano fatto della lettura sintomatica col rivoluzionario di Pondichéry. Non oso valutare il loro numero. Considerando tutto ciò che copre l’opera di Sri Aurobindo, ciascuno può attingere un pezzo che l'interessa, e dimenticare il resto, che gli chiede troppi sforzi, o disturba uno dei suoi guna (vedere Wikipedia). Immagina subliminale del viso di una donna abbastanza persa che aspettava da molto una dimensione nuova sbarcata da nessuna parte, ma che era incapace di fare una minima sadhana, sotto pretesto, di fondersi nel tutto. Caduta nella trappola "solare" del suo segno dei Pesci. Non di notizie fin dalla conferenza. Mi ricordo degli indù che cercano solamente una cosa: adorare Sri Aurobindo come un dio ultimo, burlandosi perdutamente di attaccarsi alla loro propria natura, e che si immaginano che un giorno il sopramentale va a caderloro sopra, credenza che mi feriva quando ero ad Auroville in 78, perché quelli che si appoggiavano sopra ne approfittavano per essere odiosi. Questi esseri umani si districano per confondere vigliaccheria ed umiltà: solo il Divino può fare qualche cosa per me, non domando di implicarmi in un cambiamento radicale di cui l'orientamento sarebbe aleatorio. Povero spirito dell'India, troppo spesso "saturnisato" a morte. Senza contare i cenerentoli, invasati dall’angélismo, e che si sono attaccati al carattere storico della manifestazione del Sopramentale, e che non si rimettono, né della morte di Madre, né di quella di Satprem di cui certi hanno creduto anche che bisognava diventare come lui uno misantropo per fare questo yoga. Che rileggono gli aforisme di Sri Aurobindo.

"Sono saturato di questa impazienza infantile che grida e bestemmia e nega l'ideale sotto pretesto che le montagne dorate non possono raggiungersi nella nostra piccola giornata né in alcuni secoli momentanei." (Aforisma315) "


Potrei citare anche i turiferari di Madre che sottovalutano Sri Aurobindo, perché l'Agenda li ha stregati, e che considerano che è lei che "ha cominciato" veramente; e naturalmente denunciare l'inverso, gli addicted al bengalese rifugiato in possedimento francese, e che cercano il pelo nell'uovo a Madre che dovrebbe tutto all'autore della Vita divina. Per anticipo, mi vedo già tagliato in pezzi in dieci, vent' o trenta anni, appropriato dei differenti modi, è la legge ed è divertente, ciò che conta è ciò che si ritira della mia testimonianza, ed io so essere già utile, ciò che mi rallegra. Certi resteranno fan del sessantottino sbocciato del giornale, e si fermeranno là, sottovalutando probabilmente ciò che ho compiuto nello yoga, pure prendendo il loro passo con troppa disinvoltura, credendo riferirsi ad un'autorità per attardarsi in cammino. Lo sforzo non è sempre appropriato, ma la vigilanza, essa, ha il dovere di essere permanente. Di altri mi considereranno come un geniale detentore del pensiero cinese, capace di trasmettere la via del tao se hanno seguito il seminario, ed essi vedranno solamente un tipo di Dottor vivente, squartato dalla dualità taoismo/sopramentale, mentre l’uno conduco all'altro, (resterà a separare fra i cliché che rivestono il Sé, dalle esigenze sopramentale che smentiscono in parte la non implicazione cara ai piccoli maestri). Altri apprezzeranno che crei molto belle rappresentazioni, delle mappe insomma, alle quali si fideranno, probabilmente oltremodo, ed essi mi vedranno come un tipo di magio se si attaccano ai "Inconoscibili" ed a "Cosmofilosofia" per esempio, destinata agli astrologi. Altri resteranno nello spirito del Sé, considerando che la radice del risveglio è finalmente sufficiente a spiegare tutto, e che sono un maestro della non-dualità che ha tradito la tradizione per compromettersi e finire nella difesa della visione sopramentale che contraddice certi cannoni certificati conformi e rinomati imprescrittibili… Altri si burleranno di tutto ciò, considerando che certi dei miei quadri numerici sono ispirati, o che hanno bisogno della mia musica per innalzarsi, a costo di immaginarsi che l'arte può condurre al Sopramentale. Ce ne sono anche che mi ammirano già come romanziere, e si burlano disperatamente del resto. Certi rileggeranno infine, certamente, "I principi della manifestazione" e si diranno che questo individuo, ugualmente, non è niente altro che un filosofo di un nuovo tipo, un semplice profeta, un volgarizzatore intellettuale della "teoria" aurobindiana, e la lettura li incanterà e li disturberà a turno, poiché non fornisce il Divino chiavi in mano. Ma tutto ciò è previsto, tutto avanza e tutto resiste allo stesso tempo. Siete già tutti il Sé, e resta ad accorgersene, rompere le barriere tra l’io ed il non io.


Devo dire che in ciò che mi riguarda, non mi disturba affatto di essere ricuperato. Essere ricuperato o tacere. Del resto, veniamo al fatto del giornale di ricerca. Debord è stato ricuperato, ciascuno lo sa. La domanda che si pone oggi stesso, visto che questo signore passa dell'anonimato riservato ai geni alla mediatizazzione ad oltranza: si va a potere ricuperare Philippe Muray? Se è cosi, siamo veramente alla fine del rotolo. Nel feticismo dell'insuccesso, e la sua celebrazione benpensante. Perché Muray non lascia niente passare, niente. Egli fa a pezzi lo spirito del nostro tempo, vede ciò che qualsiasi "ricercatore" vede, tranne che con lui tutto è sistematico e professionale, costruisce, potremmo dirci. Si potrebbe affermare che ci "mastica il lavoro." Ma non è un santo, ed egli non propone niente. Egli "Vede" in qualche modo tutto ciò che non va, senza lamentarsi come Cioran, e senza bastone ideologico come Debord che aveva ugualmente bisogno di Marx. Ciò che volevo dire, è che era bisogna che muoia nel 2006, e probabilmente che ci sia la crisi di ottobre 2008 affinché si confessa che aveva ragione, grosso-modo, ed in lungo in larga e anche di traverso. Non vado a scortecciarlo per estrarre degli errori o delle esagerazioni. Nell'insieme Muray ha visto il problema, la speranza molle che acceca l'orrore del presente, queste speranze molli che possiedono tanti alibi quanti colori, sette, e benpensanti di ogni bordo. E la verità è che nessuno l'ha seguito. Sarebbe sopravvissuto scrivendo romanzi gialli, senza compromettersi mai in una scuola di speranza a nascondere la polvere sotto il tappeto. Una volta di più, ricevo una pugnalata alla schiena. Non è che la verità manca, se si sente per là la scoperta di ciò che migliora la nostra condizione, o le cause di ciò che c'aliena. No, non manca, ma la si fa tacere, o la si evita, perché disturba proprio troppo. Bisognava celebrarlo subito, tenere immediatamente conto delle sue analisi, e che ciò cresca a valanga. Non ne sarebbe là. Ma ignorandolo molto tempo possibile, le sue scoperte sono di tanto più amare che non possiamo più utilizzarle per "cambiare il mondo". È troppo tardi. Che non si abbia ascoltato questo pensatore subito, firma il fallimento della nostra società, e prova per A+B che aveva ragione, su quasi tutta la linea. Ha resistito ad ogni politicamente coretto di sinistra o di destra, si lo hanno lasciato da parte, ma è egli il vedente, no gli opportunisti che vivono sul cadavere della verità marxista, o sull'agonia impossibile del Capitalismo.


Ed è la stessa rivista che muove in me una vecchia piaga, la stupidità dell'intelligenza quando fa cavallerizzo solo, si taglia dei fatti, dimentica il buonsenso, gira in cerchio nella sua sedicente ragione, dove i significanti perfettamente ordinati finiscono per mascherare i significati. Il povero Althusser, considerato come un semidio dagli studenti della Scuola Normale Superiore durante tutta la sua carriera, strangola la sua donna mentre gli ammassa il collo. Internato durante tre anni, è liberato, finisce la sua vita in un appartamento del nord di Parigi. Apostrofa il passanti "Io sono il grande Althusser." Vorrei che si mediti un poco là sopra come sulla fine di Nietzsche, che si comprenda definitivamente che il genio filosofico, in Occidente, non è, la metà del tempo, che un'apoteosi della menzogna, una costruzione edificante che ricupera delle attese collettive, che gioca su delle frustrazioni, che sfrutta la parte del bambino che sopravvive, repressa, in ciascuno di noi. Con scandali terrorizzanti, se Onfray ha ragione, Kant avrebbe detto che sopprimere un bambino senza stato-civile non era un infanticidio. A verificare. Un'architettura di turbini di vento, e che si smarrisce in un tipo di Meraviglioso meccanico, se si mi perdona questo oxymore, un Meraviglioso meccanico, precursore dello scambio virtuale sul web, dove degli ignoti si immaginano conoscersi, perché scambiano semplicemente alcune frasi codificate dalle loro illusioni condivise. (A credere che Muray si tiene sulla mia spalla e mi detti questa ultima considerazione). Derivando il principio, che si diffida delle strategie che hanno risposta a tutto dunque. Non vedere in Sri Aurobindo l'Alfa e l'Omega, liberarsi del buddismo invadente, il grande Paternalista, che ingozza il bisogno di risposta fino a sazietà e finisce nel torpore e la buona coscienza di avere tutto compreso, (il flagello che colpisce questa immensa setta dispersa e libera), ma subodorare il passaggio difficile al di là di ogni dualità, non nello statico, ciò che è la non-dualità impersonale, ma nella dinamica della vita, ciò che è un altro paio di maniche paragonato all'assoluto di Nisaggardhatta o al sé creativo di Andrew, il caro piccolo, più vanesio di tutt’i risvegliatori di oggi. Infine, la conoscenza esige di noi la comprensione, ed inversamente. Ho concluso personalmente di tutti gli abusi di potere e di tutti i recuperi laici o santi che ciascuno fa ciò che può, e che ciascuno esagera e si sopravvaluta, è la legge della "lenticchia individuale", la regola dell'io che si differenzia e che ha bisogno di credere in ciò che fa. È profondo, e non tanto cattivo.


Comprendere oltre, cioè assorbire il reale conformemente a ciò che è. Mi applico a 800 pagine sui nuovi psicologi americani, e tutto ciò non stappa proprio lontano. Il solo che abbia detto la stessa cosa che Krishnamurti, ma in termini professionali di psicologo, non è stato mai tradotto in francese. Si chiama Ellis, e fa del verbo "accettare" la chiave di ogni guarigione. Accettare al senso olistico, naturalmente, ciò che non ha niente da vedère con approvare, lo ripeto. Certamente alcuni chiarori, ma così poco. Siccome la Coscienza era abbordata sempre dai lati, oserei dire anche in modo sornione, senza osare chiamarla per il suo nome, per manipolarla, vederla come una meccanica complessa di cui si gargarizza di trovare alcuni pistoni, degli errori di funzionamento obbligati, delle piste esterne, delle piste ecologiche, con praticamente l'impossibilità di stabilire la Coscienza fuori da un contesto, e sempre questa pendenza riduttrice: lo spirito, un potere quasi caotico che spingerebbe differentemente secondo la famiglia e l'educazione, e si permetterebbe delle enormi anomalie. Nessuna intuizione dell'intelligenza che demistifica, o allora solamente dai più ricettivi. Dagli altri, è sempre lo stesso "adattamento" al mondo contingente che è mirato. È abbastanza sbalorditivo che nessuno nota il lato "sovversivo" della coscienza superiore, ma è vero che è un studio che riguarda la psicologia americano, e che questo popolo è appiccicato di un modo emozionale al non io, dalla sua origine. Il circostanziale è santificato, l'avvénimento fa la legge oltre che dovunque altrove, e fin dalla scomparsa di Alan Watt, e salvo la scuola di Palo Alto, ciò resta prammatico senza cercare troppo lontano, la psicologia americana, ciò che è voluto probabilmente dalle circostanze, una tradizione di violenza insane nelle famiglie che sopravvive ancora, una preoccupazione maggiore che prevale sulla domanda di lusso dell'ego spirituale. Congratulazioni ugualmente a Steven Hayes che ricupera una parte della "sensibilità buddista" e la lega agli assi concreti di dialogo che permettono delle prese di coscienza evolutive, a partire da sei valutazioni differenti. Tutto è detto con accettare, scegliere, agire. Egli neanche tradutto per il momento,. Sull'insieme, i professionisti che riconoscono un'evoluzione non governata da un bisogno di riuscita non mi sembrano più numerosi. Essere e riuscire, non è la stessa cosa. Una guarigione che serve il Sé e non il ricupero dell'ego, tale è lo scopo della sofferenza. Questa verità comincia un po' a diffondersi. È stata molto tempo il segno distintivo del buddismo, antagonista su questo punto del cristianesimo in che la sofferenza è sempre stata valorizzata, nella scia della crocifissione redentrice, sceneggiatura che sono pronto a demolire davanti a Gesù lui stesso, se avevo la felicità di incontrarlo e che venga a finire la sua missione, chi lo sa. Sembra che l'abbia cercata questa fine… problema insolubile. Come quello dei "settari cristiani" che ricomprano in qualche modo i loro martiri impossessandosi del potere ad Alessandria, ed osteggiando gli ebraici ed i filosofi. E la misoginia di santo Paulo ! A noi di uscire di parecchie migliaia di anni di dittatura dello yang. In questo momento devo pulire ancora, delle memorie transgenerazionali del sovrano disprezzo della donna, quattro generazioni del lato a monte di mio padre. Dove tutto ciò è ospitato per giocare in "resistenza", io ne non sa niente, ma soffro ancora fisicamente di queste cose; come se dovevo deprogrammare i miei corpi sottili in extenso. Il Divino dovrebbe infine, ci si ritrovare, è tanto presente nei miei dolori quanto nelle mie estasi, ho la fortuna estrema di saperlo e di sopportare delle cose difficili grazie a questa visione che non è del metodo Coué, ma dell'esperienza pura.


Sempre nello stesso quadro "ricerca", soddisfazione di vedere che Renato Guénon è uno dei soli occidentali ad avere compreso la profondità del taoismo. Molti altri, avidi di chiosa, rassicurati per le considerazioni, le collezioni di principi, le architetture di rappresentazioni, e le coreografie di posizioni, si immaginano l'India lontano davanti... Guénon non cade nel cartello, tanto dire che comprende il pensiero cinese, un pensiero sistemico, olistico prima della lettera, questo di cui ho abbeverato i molti rari seminaristi del laboratorio di Lyon confessando loro i differenti sensi dell'ideogramma tao, e di numerosi fratalli dello yin e dello yang, chi si applicano alla nostra vita psicologica. A trasmettere oralmente, per verificare che questo è compreso molto. Guénon mi sembra in compenso, sempre indispensabile per passare di tre volte niente a Sri Aurobindo che li schiaccia tutti con la sua supremazia. Secondo il principio “natarajaniano” molto conosciuto che è meglio salire una scala quattro a quattro che otto ad otto, non forzate l’andatura. Quattro a quattro senza fiato non è già così male, oltre, non dimenticate che rischiate la storta, di stortarvi la caviglia mancando la quinta, sesta, settima, o anche ottava marcia se siete un atleta, che potete ricadere tutto giù della scala mentre credete che il salto è acquistato, ma che il vostro corpo, il traditore, si stanca al tre-quarto, col pericolo di rompersi il collo, che rischiate di schiacciarvi il ginocchio sullo spigolo di una marcia intermedia, l'attacco cardiaco se giungete comunque in cima senza cadere, abbattuto dallo sforzo. All’ "impôt-cibleGioco di parole intraducibile che raviccina impôt (tassa) e cible (bersaglio o scopo) per farne un omonimo umoristico di impos-sibile. (nota del tradutore)" nessuno è tenuto, non dimenticate questa verità primaIdee sull'esoterismo islamico, ed il Taoismo, tradizione, NRF, Gallimard (quattro a quattro, esagero forse per il divertimento, saltare una marcia è in ogni caso, spesso meno faticoso che un'ad una se sono corte e poco elevati, il cavillo rallenta.)


Contento di avervi insegnato che eravate spiati forse, inavvertitamente, per la lettura sintomatica. Si ritorna di ciò alle preferenze ed alle avversioni. La preferenza sceglie ciò che vi entusiasma, l'avversione volta il suo sguardo di ciò che preferite non vedere. E tuttavia, è l'insieme che conta, perché l'insieme è insécable in una visione trascendentale. Sri Aurobindo senza le Lettere sullo yoga, è del incanto. Fortunatamente le lettere ripetono le condizioni necessarie, giustificano le difficoltà, spiegano le soglie, rendono conto degli accanimenti delle resistenze, breve, lo yoga di Sri Aurobindo non è Meravigliosi, né meraviglioso meccanico, non si troverà mai la formula che appiccica al Sopramentale, né meraviglioso onirico: nessuno angelismo, nessuno idealismo, nessuna buona coscienza, e stessa nessuna santità giunge al Sopramental, poiché la santità plafona nella sua connivenza con Dio… Allora forse l'amore, sì, l'amore della Terra che non sarà possibile senza l'amore del Cielo che lo purifica.


Mentre scrivo queste linee, in sfondo, la voce bassa della televisione, ed io odo distintamente Jerphagnon, Professore emerito delle Università, rispondere ad El Kabbach, "ogni persona che si prende troppo sul serio dipende della psichiatria pesante." Sono completamente di accordo, più difficile essendo di trasmettere che la via più profonda è leggera ed attenta, volatile e permanenta, spontanea e distante. Ritorniamo dunque al matrimonio dai contrarii, e non alla loro confusione, e non al loro amalgama. L'equanimità non è il livellamento della gioia e della sofferenza, ciò che risulterebbe dal loro combattimento che finisce con la morte di l’uno e dell'altro in una media riempita di neutralità, ma piuttosto la capacità di ricevere nel sensibile, senza essere affettato, il piacere ed il dolore. È questo livellamento ideologico che un mentale poco evoluto, poco stivato all'io profondo, ricerca nelle mitologie insane come quelle della felicità, della riuscita, e derivando, dell'illuminazione e del rilascio, come apoteosi che mette un termine a tutti i problemi. Tutte queste proiezioni provengono dallo stato di ignoranza, che si mette a tavola con i suoi mancati guadagni. La felicità non può essere stabile senza mortificarsi nella routine e crollare nella sua propria ossessione di mantenersi, la riuscita chiama sempre oltre di riuscite e dunque di minacce, e l'illuminazione, a meno che si voglia arroventarla, conservarla per spingerla fino all'estinzione, non risolve rigorosamente niente nella Manifestazione, e propone ogni giorno una nuova giornata. Che l'io godessi di un sguardo nove, e che si non abbia più bisogno di distinguersi se stesso, tanto il flusso è continuo tra se stesso ed il non io, non lo nego, ma se il Sé deve fare cessare l'evoluzione spirituale, si presenta nei suoi vestiti arcaici. Spero che gli "risvegliati" del resto poco numerosi, finiranno per capitare su Sri Aurobindo senza deviare dalla loro propria strada, senza aspettare niente, salvo di vedere forse che è Egli che propone il cambiamento più naturale della Storia, anche se è più difficile. Accanto ai profeti galattici, delle minacce e dei promesse extraterrestri, propone una visione sana, feconda, assoluta, una liberazione completa di fronte a tutte le autorità, a patto di sottomettersi all'autorità suprema, la Coscienza Suprema. È qualche cosa di meraviglioso. E stesso di semplice se si comprende profondamente la complementarità della shakti e del purusha, cioè del movimento che organizza, l'energia, e della coscienza che non ha bisogno di muoversi, che gode del suo essere, ma che si spiega ugualmente, mistero che sfugge al Mentale, e che non può giustificarsi, ma mistero che si può abbracciare comunque. Il Sé, Il Tao, ed in una certa misura il sopramentale, possono fare parte di noi perché facciamo parte di essi, ciò che è l'oggetto della conoscenza, poiché la "separazione" ha proprio avuto luogo e che si manifesta per il libero arbitro. Il fatto di avere la scelta mostra che parecchi cammini sono possibili, mentre ne esiste che uno solo, quello che riunisce il camminatore ed il suo itinerario. Ecco perché Sri Aurobindo ha parlato di un "automatismo cosciente". Sapere sempre naturalmente, ciò che si ha da fare, essendo ispirato, mentre la ragione, l'intuizione, l'empatia funzionano di concerto. Si tratterà là di un risultato decisivo. Per me, l'automatismo cosciente funziona a certe epoche, ad altre no. Si trova di ciò naturalmente il germe nel Taoismo, poiché questo sistema non si separa mai dagli avvenimenti, sotto pretesto che appartengono al Samsara. I taoisti vivono rilegati alla Terra dunque, ciò che il maestro del Sé impersonale indù trova in generale volgare. L'ho detto in "Il vero Tao", i popoli fondamentali, (poiché esiste solamente una sola razza), possiedono un tipo di anima che è loro proprio. Lo stesso risveglio, lo stesso "livello" sarà vissuto differentemente da un cinese, un indù, un occidentale. Il cervello gioca un ruolo considerevole nella percezione, e quello di cui ereditiamo non è innocente. Ma tutti gli risvegliati, di ovunque provengano, sono oggi i primi "terrestri." Ecco. I primi ed i soli, se intendo per terrestre l'io che sbocca sulla trascendenza del patrimonio culturale nello stato non condizionato del Sé.


Diventate terrestri, o risvegliati, è la stessa cosa.


Ma il terrestro non abolisce le frontiere, non desidera una mondializzazione anonima, né la fine dei particolarismi. Li gradisce, nella misura in cui trattiene da ciascuno soltanto la sua luce, quella che precisamente manca forse al vicino. Come lo ho già abbordato nei “Principi della manifestazione " opera destinata ai secoli futuri, e che il web salverà forse, lo sviluppo della coscienza si presenta anche come uno sviluppo dell'intelligenza, fino a queste zone impenetrabili per il comune dei mortali, dove l’eterogeneo appare confermare l'omogeneo, anziché combatterlo o anche attenuarlo. Ne consegue che lo spirito abbandona completamente la tecnica del raffronto, e si accontenta di assorbire la verità di ogni oggetto che percepisce, senza sforzo, spontaneamente. Non c'è più nulla ad opporre, cosa che è già stupefacente nel Sé, dopo l'illuminazione, dove il “tutto" si rivela interamente, e questo principio si sviluppa ancora con il sopramentale. Tutta la cultura umana cola di fonte, il rito del Papua non è migliore o peggiore che una consegna della legione d'onore, la preghiera del cristiano vale l'integrità del buddista ateo ecc.… i fatti rivelano l'unico spirito che si perde e compiace in migliaia di forme, fino al ritorno al suo stato originale… Guénon anche riconosce un Intelletto, sgrassato delle percezioni soggettive, una comprensione universale ed informale degli eventi, che sono soltanto forme… io non cesserò di insistere sulla complementarità dell'intelletto e del cuore, avendo troppo visto credendi stupidi e adepti superiori secchi.

Essere terrestro non è dunque affrancarsi della sua cultura, ma aprirla a tutte le altre, accettare un miscuglio che non procura alcun'amalgama, ma arricchisce e completa, mentre è ammissibile continuare ad agire con il cuore del suo "terreno di gioco". I destati occidentali oggi sono meno chiusi nelle tradizioni che gli indù, ad esempio, a meno che precisamente li imitino, ciò che è differente che di trasmettere una tradizione, che deve restare pura, e resistere alla sua esportazione. Ecco perché da parte mia, benché nel mio corpo "io" rappresenti simultaneamente la via di Laozi ed i balbettamenti della via sopramentale, come pure la via dell'astrologia trasformatrice, accetto che tutto destato testimonia del risveglio al suo modo, senza riferimento altro che la sua dichiarazione personale, il suo tragitto, a meno che si immagini, cosa che sembra essere il caso a volte, che "occorre fare come lui". Alcuni "leaders" sostengono che è inutile passare per l'oriente col pretesto che la loro esperienza li ne ha dispensati. Altri giurano soltanto con il risveglio selvaggio, come se impregnarsi dalle verità tradizionali potesse ritorcersi contro l’adepto! Si vedono proprio qui i limiti del risveglio, o in ogni caso i suoi gradi, poiché alcuni generalizzano la loro esperienza, e vogliono dunque imporre lo stesso stretto itinerario agli altri. Che alcuni seguono e di altri no, è ovvio. Ma se il risvegliato vuole diventare un maestro, con un'aspirazione che finalmente s’impone e lo supera, e “non gli appartiene" neanche più, deve mettersi a fare comprendere soltanto che il risveglio è possibile. Pretendere di indicarne il cammino, è in gran parte a valle. Ed mettere avanti dei cliché per giustificarsi, è ridicolo, ma alcuni non se ne privano, “non c'è più nessuno attualmente per rispondervi, parlo di un altro luogo", ciò fa comunque piccola suora dei poveri distribuando caramelle nelle baraccopoli, quando la sopravvivenza della specie è in discussione. Ciò che conta, è di trasmettere che la cosa è possibile, e che lo risvegliato diventa uno strumento cosmico, un riparatore. E più ciò sarà trasmesso, meno sarà necessario di insistere sulla forma, e di utilizzare accessori per sostenere il fatto stesso. E se si teme di essere stato soggiogato da uno risvegliato neofita, rimane da ritornare alle fonti più sublimi, Sri Ramakrishna, Sri Aurobindo, e Mâ Ananda Moyi, di cui la chiarezza mentale illumina il mondo delle donne e fonda definitivamente l'uguaglianza spirituale tra i due sessi, che sembra contestata se si conta il numero esagerato di Maestri del Sé impersonale maschili. E ripetere che il Sé impersonale non è neppure la metà di dio, ma la sua anticamera. L'amore da il cambio quando il discernimento si è realizzato, ed è il segreto supremo. Gloria alle donne!


Fatte l'impossibile per non soccombere mai all'influenza di qualcuno. Per diventare fermo, calmo, profondamente serio, pieno d'eroismo, se si vuole con la sua propria forza conservare la sua personalità perfettamente intatta pura e santa, occorre centrarsi su Dio.

Mâ, coll Spiritualités vivantes. Albin Michel.


Chiudersi nell'erranza per non cadere sotto un'autorità ritorna allo stesso che imprigionarsi in una via tracciata in anticipo, che vorrebbe comandare agli eventi. Poiché occorrono alcuni principi per avanzare verso l'immutabile, ridurre il movimento e la sua coercizione naturale, che ci impediscono di afferrare ciò che è fuori dell'imballaggio transitorio degli aspetti. Ma coloro che vogliono restare “nel movimento ", per così intelligenti che siano, come Philippe Muray ad esempio, non possono portare nessuna soluzione alla deriva societale. La loro chiarezza è eccezionale, il loro occhio vede al laser, squarcia tutte le illusioni sociali, smembra le relazioni fondate sui vizi collettivi, l'opportunismo, yin, e l'abuso di potere, yang, ma ciò non avanza a nulla. Nessun'uscita, perché il riposo, l'immutabile, il non movimento, non è stato osservato come l'occhio del ciclone, il solo luogo di sopravvivenza possibile, il solo bene, bene paradossale finalmente, poiché per acquisirlo, è necessario rinunciare a qualsiasi “possesso".


Ci manca forse il filosofo che mostrerebbe con facilità che sono le peggiori tare umane che conducono il mondo, e che nulla può sostituirle, cosa che costringerebbe al ritorno su sé radicale. Ma fino ad oggi, si è sempre creduto che un nuovo sistema verrebbe a fine dei vizi. Si è creduto che senza l'orgoglio dei re una volta questi abbattuti, il popolo governerebbe, ma è la vanità dei politici che ha condotto il mondo, in combutta con i finanzieri. Quindi si è creduto che la vanità delle elite scomparirebbe e che il proletariato vivrebbe nella giustizia, ma i paesi comunisti hanno accumulato al contrario i privilegi per i potenti, e eccoci oggi alle prese con il paracaduto d’oro e la dittatura delle multinazionali. Quale nuovo movimento storico ci darà fiducia nel future per i nostri bambini ? Quale cambiamento di scena ci permetterà di rinnovare le stesse illusioni ? Una mondializzazione onesta forse? Non c'è mai stato futuro, è ciò che vive il risvegliato: il presente non si è mai dato una mossa. È certamente attraversato da forme, sì, c'è successione degli eventi, ma il presente, esso, resta immobile. E finché non ci siamo, si punta sul futuro, ma è un cavallo molto cattivo. Ed ora, non ce n'è neppure più, ed è forse ciò che ciascuno sa, che costruire, non è soltanto provvisorio, ma sempre minato dal vizio umano, le rivalità, l'ego, gli interessi materiali. Allora si approfitta, si tira la copertura verso di sé, si batte per strappare alcune molliche di cielo blu ad un soffitto smorto, inquinato, ad un clima recalcitrante, e si lo fa comunque, si innaffia dei scenette di comici, è un fatto di società, la decompressione ilare, si mette in scena falsi incontri d'amore, s’inventa ogni specie di spettacoli per fare parlare di sé, si lancia di false ribellioni, si gioca alle vittime di categorie, si lagna in grande pompa, del passato, del futuro condannato, e si urla al presente come i cani abbaiano alla luna, ipnotizzati dall’ assenza di senso della vita, e l'ebbrezza perversa che questa sensazione ai confini dell'incosciente autorizza, celebrando sotto miliardi di forme il “itutto è permesso" delle culture agonizzanti, solo ricorso alla fuga di tutte le speranze. L'ultimo modo: non essere gentile, di paura di passare per "un coglione"…

Interessante di vedere che alcune persone non sono stupide. Ma quale "potere" hanno ? Si potrebbe anche dire che una lettura depressiva di Muray, anziché di essere utile, scoraggia definitivamente di partecipare a questo mondo che si perde. Rivela la passazione dei poteri. Non avevo ancora completamente afferrato che dopo l'orgoglio dei re, la vanità delle elite, la corruzione dei dirigenti del popolo, lo stesso principio finirebbe atomizzato, diffuso ed a disposizione di tutti, ciò che mi insegna Muray. Oggi è la compiacenza che conduce il mondo. Non è più l'orgoglio del vertice, ma la codardia di tutti. L’homo festivus ha vinto. Balla sul cadavere dell’"homo criticus" che credeva ancora, l'ingenuo, ad alcuni valori non temporali. (Francia cultura, Répliques, Finkielkraut/Muray). Muray è morto nel 2006, lascia molti scritti, e le sue prove decapanti sono incensate. Ha tagliato il cadavere dell'ideologia borghese, mentre il fior fiore dei matti continua a fargli bocca a bocca.

Questa necessità di collegarsi alla totalità, sono nato con essa, ed è ciò che mi ha portato sul tracciato degli "stati di coscienza" e molti esseri umani sono chiamati oggi dalla stessa necessità… Io sono passato là prima, e semino pietre come il Pollicino… nulla più. Mi richiamo dalla via del Tao perché me ha parlato per sette anni (90 ad 97), perché i suoi principi sono applicabili per tutti e con tutti del modo di cui lo presento, e che è una via che, perché non trascura mai la percezione ed il corpo fisico, prepara al Sopramentale così come la sviluppo. Sì, comprendere, senza ricerca del risultato, è ciò fa che le vie si biforcano verso il Senso (che contiene il nostro proprio itinerario, il nostro proprio tao), a meno che si attende per ciò i danni collaterali che, loro anche, spingono a cambiare l'itinerario, grazie Plutone. Seguire intelligentemente una via non ha strettamente nulla d'intellettuale, perché c'è nulla a costruire, è semplicemente che la rimessa in discussione di se stesso si utilizza siccome un sistema di prevenzione per evitare alcuni comportamenti, poiché siamo attirati sempre dall'identificazione (viscosa) agli oggetti che il non-io ci presenta… Occorre verificare con la pratica tutto ciò che c'è dietro le attrazioni sessuali, la promessa dell'amore, evanescente e fragile ? Occorre sistematicamente traslocare per un migliore salario, se di un altro parte si perdono numerosi vantaggi ? Occorre contare su delle procedure per raggiungere ciò che c'è oltre di esse, la questione per eccellenza che divide i risvegliati?

Che cosa è un criterio decisionale? Per quale parte di noi agiamo? È possibile agire per tutte le istanze senza sacrificarne una al passaggio? Tutta la condizione umana riposa su ciò, fare o non fare, credere o non credere, scegliere o no, implicarsi o passare il suo cammino. Nessun progresso decisivo si è compiuto storicamente. Sia il futuro disturba il passato, sia il passato disturba il futuro, battaglioni di rappresentazioni impediscono l’afferramento del è ciò, che è tutto e nulla, indistinto, non nato, non rappresentabile, e che libera tanto dal mentale che di appesantirsi sulla sua persona. Le scelte sono truccate dalla paura e del desiderio dentro, e dai modi sociali fuori. I condizionamenti scelgono al nostro posto, e la tensione di volere liberarsi può anche impedire la liberazione, ciò che dicono i tantrici attirando così i fulmini di quelli e quelle che vogliono dissecare il reale in bene ed in male, e cercare la posizione della buona condotta, per scegliere con il loro ego ciò che sarebbe il bene e “il buono cammino". Il condizionamento è là fino all'illuminazione. Nel settore spirituale antiquato, è l'obbedienza al maestro che prevale sul risentire, un condizionamento superiore (il maestro non ingiunge non importa che) superando la spontaneità, che non è mai stata l'avversario dello studio di sé, e che anche ne è la condizione. Nel tantrismo, il taoismo e il tch'an, come pure nelle vie esoteriche del buddismo, l'osservazione vera deve installarsi conservando la spontaneità rivelatrice, se non lo scopo del risveglio impone una censura, una tensione, e tiene a distanza lo spirito naturale. Opporre la spontaneità alla ricerca della liberazione, è dunque il nonsenso assoluto, l’accanimento del saturniano a piegare la realtà, poiché sono i movimenti naturali che indicano tanto la necessità di ramificarsi correttamente, con l'apertura, e i meccanismi costruiti di difesa, di cupidigia e d'appropriazione, che, perché si manifestano, riveleranno la loro natura stretta per essere superata, da aspirazione e non da costrizione.


La strumentalizzazione ad eccesso del tempo, nella meditazione, nella preghiera, nella pratica, è soltanto la confessione di una mancanza di fiducia, altrettanto nel Divino che in se stesso, un modo empio, con il suo opportunismo, di provarsi - perché non se ne convince nel fondo, che si dedica alla verità. Ma se la consacrazione è perfetta, anche la necessità di realizzarsi finisce per presentarsi come un'ambizione personale e si attenua allora nel mistero - ciò che chiude i dibattiti sull'accesso all'impersonale. La sincerità decide, l'universo omologa o no il movimento del ritorno. Ingannare il Sé è impossibile. Una pletora di pratica, una cultura ossessiva dell'impegno, maschera l’insincerita come ogni assenza di ritorno su sé. Poiché è stupido di denigrare lo stato proprio dello spirito, il fatto che sia aperto al momento, per definizione, ed è inutile di dubitarne per il fatto che possa passare da una riflessione profonda ad una semplice emozione quindi ad un'attenzione dedicata ad un lavore manuale, tutto ciò è omogeneo ed olistico, ed egli fa dunque il suo compito, che è di informare. L'idea di elaborare il funzionamento dello spirito consiste a negarlo con veemenza, ma dove si può mettersi per fare il suo avversario, mentre è l'organo percettivo per eccellenza? Lo spirito non è cattivo, benché non sia buono per tanto. È, e spetta a lui scoprirsi a fondo, ma imporregli scopi, come il risveglio, è pena persa, poiché è stato sempre destato. È l’io che è persuaso di dormire, perché prevede maldestramente uno stato superiore che gli sfugge, il Sé, e gli corre dietro mentre è già là… L'amore della conoscenza accetta l'osservazione di sé, che umilia all'inizio, la necessità d'integrità accetta la navetta tra la spontaneità ed il ritorno su sé, l'amore accetta ciò che il cammino impone di ritardo, di sofferenze, e di scorciatoie ingannevoli.


La via del risveglio è dunque quella del decondizionamento sempre minacciata da semplici sostituzioni di influenze, “le vie" potendo condurre a molto, eccetto alla liberazione. Ecco perché il cammino è così lungo: per molto tempo non si fa che migliorare la mappa topografica che si utilizza, gettando una per un'altra, fino a che, cosa che era tradizionale precedentemente, l’incontro con il maestro vivo avvenga. Il suo ruolo è precisamente di permettere al suo discepolo un'autonomia paradossale, pur arbitrando la sua condotta. È “un mestiere" che si perde, e non posso affermare che tutto “risvegliato" sia capace di essere “un padrone", al contrario, anche occorro sapere a che attenersi quando “si frequenta" uno risvegliato ed anche se non si aspetta grande cosa, comprendere in quale ottica si situa lui. La moda è al risveglio senza via, non si può caratterizzare nulla di preciso che potrebbe essere seguito e garantire il risveglio. Allora a che pro parlarne? Ed è vero che alcuni turiferari di quest'ottica si accontentano di essere là, nel silenzio, tenuto conto che possono a volte iniziare un contagio non mentale in alcuni, con lunghi momenti immobili, punteggiati di certii aforisma lucidati da millenni. Al contrario, alcuni vogliono fare credere che “possiedano il cammino" e che occorre passare per loro, adottare ciò che raccomandano, ma ciò è insufficiente, a meno precisamente che trattano anche “le resistenze" incontrate dai discepoli nell'applicazione degli esercizi, o degli orientamenti nuovi prescritti. È là in un certo modo che si può stabilire un parallelo tra il ruolo del padrone e quello del terapeuta o psichiatri, il seguito rivelandosi la chiave di una trasformazione spontanea e sinuosa, che tiene conto della dialettica imprescrittibile tra il favorevole e l’avverso, che scaturiscono spontaneamente uno e l'altro del quotidiano stesso, e che del resto si trasformano molte volte l’uno nell’altro. L'ostacolo è spesso l'ancora di salvezza del cuore, poiché un eccesso di possibilità installa orgoglio, piaggeria e sufficienza. Non è il quadro qui per sviluppare oltre misura quest'allegazioni. Diciamo che la chimica del cervello è molto operante, e che è pericoloso installarsi in una soddisfazione esauriente, che produrrà una certa ebbrezza esistenziale, che si penerà di perdere tanto più che sembrava la nostra proprietà.


Anche l’ananda sopramentale si inverte a volte nell'esplorazione, o semplicemente si attenua dinanzi a nuove prese di coscienza impreviste che mettono in gioco l'empatia, e forniscono la visione più profonda dell'idra della forza oscura. Poiché non si tratta più di pavesare nella non dualità, l'assoluto, ma di trasformare tutta questa natura umana con la shakti, lo yogi si trova alle prese con le minacce dello spazio-tempo e la memoria dell'evoluzione.


Qualunque siano le verifiche ad effettuare sul cammino, il dolore e la soddisfazione non ne sono i criteri. Dei periodi molto difficili possono essere conformi al principio, ed iscriversi in un passo particolarmente omogeneo che viene a sottolineare forse gli ultimi attaccamenti, le rotture di soglia che sono necessarie, mentre dei periodi facili possono seguire in qualche modo una strada parallela a quella che sarebbe la migliore. La "sensazione del Divino", il sentimento profondo di appartenergli non dipende dagli stati emozionali, ma è evidente che la gioia è il segreto, siccome lo dice Sri Aurobindo. È l'alternanza dei contenuti psicologici che è un problema dunque. Se bastasse soffrire regolarmente per evolversi, gli accaniti troverebbero dei metodi di mortificazione per perfezionarsi, innovando senza tregua. Se bastava vivere in una grande disinvoltura che si innamora della negligenza, per godere di una buona apertura al non io, senza nessuna scoria, sicuramente, con un tipo di innocenza intrattenuta, ciò si saprebbe anche, e si potrebbe lasciarsi scivolare "nello yoga che si fa da solo", evitare con arte la sofferenza, coltivare con garbo i buoni sentimenti e la gratitudine. Ma non piu il + che il - hanno un valore in essi stessi nella realtà che li impasta e li trasforma uno nell'altro. È il mentale, il signore finto dell'atemporale che si immagina che la sofferenza è il contrario del piacere, che la delusione è l'inverso della soddisfazione, che l'insuccesso contrasta la riuscita. Nei fatti, sono indissociabili, è il soggetto che percepisce e è lui il sovrano: e deve a se stesso di acquistare l'unità nell'ambivalenza, accettare la soddisfazione quanto la sofferenza, è lo stesso motore che li utilizza. Allenarsi senza calcolo alla loro alternanza, sapere anche che il basso segue l'altezza che tutto ciò è retto dal sistema di omeostasia che esige che non possiamo separarci dalla nostra sensibilità, né dalla nostra percezione. Siamo penetrati dunque continuamente dalle frecce del non io, le sue seduzioni e le sue aggressioni, siccome siamo chiusi nelle bolle omogenee in che esso c'attira talvolta, e troppi parametri entrano in gioco affinché possiamo aspettarci di controllare il presente, le bolle esplodono sotto le frecce, i fattori negentropici ricadono un giorno o l'altro su un coefficiente entropico, la distruzione e la costruzione si intrecciano e sono rigorosamente lo stesso procedimento sul piano fisico.


Fare è un modo di disfare, le donne tra due amori conoscono bene il problema, disfare è un modo di fare, ciò che sentiamo tutti quando il nostro discernimento discrimina, disgiunge i materiali di un amalgama e rende a Cesare ciò che appartiene a Cesare.


Adattarsi sì, poiché ciò autorizza l'eterogeneo a manifestarsi, e c'apprende a non più avere paura. Controllare, no, sarebbe vietare alla realtà di essere ciò che è, esigere che si conformi alle nostre attese. È dunque proprio il principio di piacere che bisogna abbandonare nella via, pure conservando la spontaneità, il solo medio di fare fronte ad ogni avvenimento, per tollerare l'inatteso, accettare l'inammissibile, ed allargarsi fino ad assorbire l'eterogeneo nella sua propria ampiezza. Ma le pulsioni di controllo si manifesteranno ancora, molto dopo avere compreso che erano nefaste, fedeli alla coscienza del territorio e della sicurezza. È detto dei veri saggi cinesi che possono assorbire del veleno senza ammalarsi. La guarigione dell'emozionale è una dei lavori necessari. Che sia ogni volta sempre meno grave di soffrire, di fallire, di mancare, di essere malato, di essere ingannato, di essere impedito, ritardato, eccetera. Il seguito di un padrone arbitra l'impatto degli avvenimenti dunque, aiuta alla loro dedrammatizzazione, sottolinea forse ciò che manca ancora nello sguardo affinché sia fissato senza attesa al presente, e senza postura neanche, e solamente allora la durata può apparire come l'avversario che merita di essere amato, perché è proprio l'attrezzo della trasformazione. E questo padrone un giorno o l'altro può formarsi all'interno di sé, se certe condizioni sono rispettate. Una sincerità assoluta, una riconoscenza del senso cosmico della sua propria esistenza, la sensazione di appartenere, al di là della Storia, al Mistero infinito indicibile.


Certamente, ameremmo meglio contornare gli impatti degli avvenimenti sull'io, e fin dove è importuno di imporre alla realtà le nostre proprie prerogative, ma questo problema è insolubile per differenti ragioni. In primo luogo, anche se ciò ripugna in principio, scopriamo che una parte della nostra esistenza interiore risponde ai cicli esterni. Come la corda di un violoncello che vibra può produrre un suono corrispondente su uno strumento analogo nello stesso locale, riflettiamo talvolta, e molto prima di rendercine conto, dei contratti tra le frequenze prodotte da parecchi fattori, nel mondo gravitazionale, e noi subiamo dunque dei cicli. Questo procedimento assicura che non possiamo sclerotizzarci nel recupero del non io alle fini personali. Alcuni amori si finiscono, delle competenze si esauriscono e chiamano dei nuovi apprendistati, delle immagini di sé variabili si succedeno, conseguenza a potenti prese di coscienza, tali degli shock o delle guarigioni, dei successi meritori o degli scacchi male accettati. Alcuni corsi di astrologia intelligente bastano a comprendere il principio, una dozzina di fattori molto definiti, antagonisti e complementari, distribuiscono fatti cosi come umori, soddisfazioni come pure delusioni. Certo, la sensibilità differisce per ciascuno, degli spiriti particolarmente radicati nella consapevolezza di sé fluttuano probabilmente meno degli puri ricettivi, sempre identificati alle loro sensazioni, ma il fatto è che siamo sufficientemente numerosi, noi gli astrologi, e questo da duemila anni, per giocare con un'interfaccia nascosta della realtà che c'informa su alcune molle segrete della grande Meccanica. "Risuoniamo" dunque talvolta e ciò produce delle variabili nell'evenemenziale ed il psicologiche. Ma non è tutto, e più ci affondiamo nella conoscenza, più appare anche che attiriamo noi stessi gli avvenimenti, come se erano oltre nostro prolungamento, (si raccoglie ciò che sì semina), piuttosto che fatti cadendo al caso, fortunati se ci favoriscono, avversi se ci penalizzano. Certamente, rimane un margine fatale, l'incidente di cui non siamo assolutamente responsabili, e che può colpire, sebbene questa predisposizione sia pure variabile per ciascuno, certe persone che attirano gli ostacoli qualunque sia la loro posizione, in ogni caso fino ad un ristabilimento di ordine karmico che libera della fatalità ereditata.


In altre parole, la parte di "responsabilità" in ciò che c'arriva è molto difficilmente misurabile, possiamo farci complice della fatalità, per esempio vivendo una relazione tossica che non siamo andati a cercare ma che si presenta e che non lasciamo passare, siccome possiamo premunirci delle cattive coincidenze, rifiutando le tentazioni deleterie, ma è difficile stabilire la parte del caso, poiché è assorbito in qualche modo dall'opportunità, se la seguiamo, e negato se passiamo il nostro cammino. Di dove la formula, era scritto, per le esperienze che s’impongono con una tale forza che non possiamo evitarle anche se in seguito "ci mordiamo le dita’’. Mettiamo spesso in causa "Plutone" per simboleggiare questo processo, ed è vero che dalla sua scoperta in 1930, la Terra accelera la sua evoluzione. Si osa "vivere", l'inibizione non è più alla moda, la repressione neanche, esploriamo anche talvolta troppo lontano, per sentirci vivere… Tutto un ventaglio di possibilità sfila in questo campo, accettare l'autorità di una persona di cui non siamo sicuri, sotto pretesto che bisogna aspettare per vedere, iniziare una relazione di cui la natura è discutibile, rimanere troppo molto tempo dipendente di un'altra persona, perché è più facile, o al contrario, al momento di una ferita narcisistica, rifugiarsi in una solitudine altera che va a limitare proprio l'occorrenza dei possibile, diminuire il bisogno di identificarsi agli oggetti esterni e culturali, pure facendo il vuoto intorno a sé. Ma che si trattasse di sfrondare o di disperdersi, il procedimento è sempre lo stesso, troppo chiudersi o troppo aprirsi, utilizzare "il caso" per sbarazzaresene, o al contrario per ricuperarlo. Ciò che mostra a che punto, dopo avere "risposto" noi stessi alle sollecitazioni del mondo esterno, siamo capaci di esigere che sia esso che "risponda" a ciò che sommiamo. (Ah ma! Si va a vedere ciò che si va a vedere!). È delicato scegliere le sue attese dunque, e questo per due ragioni distinte. Vietare al reale di sottometterci ai fatti eterogenei costituisce una scommessa orgogliosa che dà un carattere striminzito alla nostra ricettività, in quanto a fare in modo che la realtà, sotto pretesto che sappiamo meglio che cosa aspettarne, si incastra nelle nostre esigenze, c'è anche là una scommessa difficile. Molte vie "spirituali" sono solamente degli imbuti che creano una personalità parallela e finta. Ecco perché l'abbandono delle strategie mentali si opera necessariamente ad un certo momento, e che resta solamente degli auguri nell'apertura, e che un'aspirazione all'interno. (Non rievoco qui le costrizioni professionali che meritano degli anticipi precisi, parlo della Via).


L'idea di flettere il non io, la strategia del controllo sparisce, e, secondo i taoisti, sono delle coincidenze (taomolti sensi secondo il contesto, è un concetto frattale, ramificazione, coincidenza, e di altri che derivano di programmazione.) che si metteno in posto. I movimenti conformi dell'io chiamano una risposta conforme dell'universo. Se l'incidente si produsce, rivela qualche mancanza, se il successo appare, sancisce qualche progresso, poi si scioglie per chiamare un nuovo movimento passivo, un ascolto superiore che va a consegnare gli indizi di un nuovo inserimento in un ordine più largo. Il fatto di mancare i taoi (movimenti conformi) proviene da due sorgenti principali, più correnti è di immaginarli piuttosto che di scoprirli, in altre parole di aspettarsi che prendono esattamente la forma che prevediamo, al quale caso il nostro adattamento non è abbastanza plastico, mentre nell'altro caso, rifiutiamo la nostra propria parte per "inserirci", nella speranza di essere addirittura catturati, inghiottiti in un mondo superiore, con dunque l'impossibilità di sbagliarsi, poiché la coincidenza dovrebbe operarsi senza nessuna partecipazione del nostro lato. Questo pericolo è molto corrente nelle vie spirituali. Finalmente, sotto pretesto che tutto ritorna a Dio, o che il karma si libera alla sua ora, ogni interferenza personale è considerata come superflua per certi, e stesso talvolta come una traccia di orgoglio, a volere fare il suo saluto per sé stesso. Se questa variante superiore del tamas si installa, è chiaro che l'attenzione spontanea non può mantenersi, e che numerose qualità si smorzano, l'amore del discernimento, il bisogno di vivere ogni giorno in un tipo di offerta che capterà, come un fiore, il sole, dei sapori differenti di un'ora all'altra, mentre l'immagine di sé si sbiadisce anche, poiché non ci ha più niente da aspettare di sé stesso, in un tipo di amalgama pratico dove questo sé stesso, per un gioco di prestigio, diventa l'ego di cui bisognerà aspettare il giudizio di Dio per vederlo abolito.


Ma il pericolo inverso non è inferiore. Perché lo spirito è tutto potente, e come l'effetto placebo funziona, è facile immaginarsi "rilegato", semplicemente perché l'epoca in corso è facile, che si pratica il pensiero positivo, e che, sì, si considera che ciò che arriva è un buon inserimento in una realtà superiore, mentre non potrà trattarsi, beninteso, che di un processo gratificante che mescolerà l'autoipnosi con alcuni ingredienti favorevoli, tirati del mondo esterno, e che produrranno una contraffazione di risveglio. Inserarsi nel tao costituisce un'operazione speciale, di grand’apertura certo, ma domanda una profonda umiltà, e l'idea al contrario che si può attirare il Tao a sé seducendolo in qualche modo, condusce a numerose finzioni, a universi finti, dove le mezzo-misure superano, come per esempio nel caso di Confucio. Questo letterato avventuriero ammette non potere essere radicale, e decide di rappresentare per il più grande numero un tipo di tao inferiore, di ordine sociale e morale che non puo produrre naturalmente che piccoli inserimenti di conformità nell'ordine supremo, senza permettere la grande immersione che rappresentava Laozi e che si ritrova descritta in India e nel Tibet con altri termini. L'idea medesima che si trovarà da sé stesso come corrispondere all'attesa dell'universo, produce soltanto imperativi morali, condotte, valori, altrettanto di movimenti che strutturano l'identità contingente, ma che si urtano al mistero supremo: la grande riunione al Principio. Tutto dipende dai limiti che imponiamo alla nostra identità dunque, e, se li ricusiamo tutti, bisognerà passare al non-agire, l'abbandono delle prerogative personali, e sentire per dove nostro io si svasa in questo processo, superando ogni tipo di identificazioni, tanto a sé stesso quanto all'altro, che all'oggetto, fino ad augurare (e pazienza se il cammino non appare continuo), un'identità dell'soggetto e dell'oggetto, necessariamente indistinta, poiché si ebbe dovuto superare le cristallizzazioni progettate sugli altri, progettati su sé, progettate su delle "visioni del mondo", come le mappe che impediscono ancora di vivere integralmente il territorio.


Occorrerà forse alcuni parapetti per evitare una via così larga che si perderebbe nella facilita, ed alcuni punti di riferimento, per rettificare il capo talvolta, il caso comportando almeno etimologicamente sei facce, poiché è il nome del dado in arabo. Ed è vero che l'imprevisto, che vale meglio accogliere piuttosto che accusare, può essere riportato a sei direzioni, l'altezza ed il basso, la destra e la sinistra, davanti ad e dietro. Potrebbe seguire un tipo di feng shui dell'avversità, in funzione dell'orientamento degli ostacoli, ed un'ontologia della fortuna ugualmente… Si siamo al centro dell'infinito, niente impedisce di inserirsi, il tao ci riporta a lui soltanto se siamo interi, con un cuore puro, un corpo fisico accettato, una ricettività evoluta, un'intelligenza che si appoggia su essa stessa, cortocircuitando il riferimento dell'ego, il grande "preservatore" del passato, il padrone del territorio, il ricuperatore del senso a delle fini strette e soggettive. Le sei direzioni ci manipolano, poi li addomestichiamo, finché dei casi siano così rivelatori che ci fondano nel cielo/terra infine riconciliati. Allora lo yoga sopramentale appare come ciò che mancava al regno spirituale per abbracciare tutto senza angoli morti.



1 Novembre 2010


Mi appare sempre più che ci sono fondamentalmente due cose a cambiare per avvicinarsi del Tao. Ma non hanno ad essere cambiate simultaneamente, e ciò può cominciare in qualsiasi ordine. Cambiare l'immagine di sé è necessario, cambiare l'immagine del mondo, o del reale, è necessario. Molti candidati al risveglio mancano il compimento perché si accontentano di agire su loro stessi, non sono abbastanza curiosi di ciò che si nasconde dietro la vita, e è dunque la capacità di dipendere dal cosmo, del Divino che non è stata abbastanza approfondita. Il "ritorno" non si effettua dunque facilmente, o si ferma in cammino, perché il ricercatore non afferra sufficientemente che fa integralmente parte della totalità, e che coltiva ancora delle barriere tra essa e lui. Perché non tocca a noi imporre al Tao il modo per il quale vogliamo appartenergli. Sebbene possiamo sviluppare correttamente di numerosi approcci verso lui, sono in generale insufficienti, ed è dunque possibile di praticare un nuovo atteggiamento, un tipo di ascolto che ci farebbe provarene come il Tutto è già in noi, ma sotto una forma sconosciuta accanto alla quale passiamo, perché "corriamo" dopo il senso delle cose, al posto di lasciarlo formarsi solo. Se siamo coscienti di questa piccola frizione pemanente tra noi e l’esterno, al posto di farla sempre parlare, si può osservare come si smorza, come si rinforza, e se partecipiamo consapevolmente al suo aumento ed alla sua attenuazione. Di numerosi fenomeni di "contrazione" si effettuano senza il nostro consenso, come i loro contrarii, i rilassamenti che producono all’ improvviso degli stati di osmosi senza amalgama con il non io.


Molti sono pronti dell'illuminazione, perché la loro riconoscenza della totalità è profonda, la loro conoscenza vera, il loro rispetto per la realtà, impeccabile, ma in dispetto di queste trasformazioni, il risveglio si sottrae indefinitamente. Non avranno portato su loro stessi un sguardo sufficientemente appoggiato. Non avranno saputo esigere della loro persona alcuni sacrifici necessari talvolta, o essi non avranno accettato bene la sofferenza, o non avranno sradicato certi veleni come quello di sentirsi vittima o superiore, sfasato o incompreso, o l'amore di sé si sarà sottratto ancora sempre al profitto di un amore riportato su degli oggetti, sulla natura e gli animali, sulla cultura o l'arte, sulla durata promettente, sul guru o stesso su "Dio", ma tutto ciò può essere tuttavia insufficiente se il bisogno di essere si è seppellito sotto quello di corrispondere alle norme celesti. Ciò mi ricorda l'aforisma 338 "Impiccati piuttosto che di appartenere all'orda degli imitatori trionfanti." Sebbene l’oblio di sé sia il mezzo più veloce per raggiungere il risveglio, non può effettuarsi in qualsiasi condizioni, il suo processo genera di numerosi confronti interiori, e è di nuovo il modo di cui sono accettati che determinerà il seguito. Perciò l’oblio di sé che non è seguito di una riconoscenza di sé, più profonda, conduce a ciò che ho battezzato un "ego passivo" che si nasconde facilmente, e che sopravvive spesso allo sradicamento dell'ego attivo, quello che voleva piegare la realtà ed il tempo ai desideri dell'io. Quando l'ego è considerato come un fardello, può accanirsi di tanto più, volere sbarazzarne può rincarare la dualità che resta a superare.


Adesso possiamo ricollocare queste considerazioni in un contesto più generale, e stendere la nozione di rinquadramento, cara alla scuola di Palo Alto (Wikipedia), a queste due trasformazioni. Forse che l'apertura spirituale, e la rimessa in discussione di sé stesso piena ed intera, costituiscono i due rinquadramenti più naturali nella nostra specie, assai prima che questo termine abbia servito a certi psicoterapisti. "Rinquadrare" significa grosso-modo non più prendersi dello stesso modo per regolare un problema sia che si trovi una manovra paradossale per estrarrsene (utilizzare l'ostacolo esso stesso) sia che si trovi verso l'esterno un'uscita dell'allineamento problema-soluzione. Ed è proprio ciò che accade quando la chiamata del risveglio si fa sentire, si sente che non si può più procedere come prima, si accetta di essere attirato dalla realtà, al posto di costruirla secondo i suoi propri schemi, o gli schemi ereditati (o il loro contrario) che fabbricano solamente una falsa autonomia. Tutta la vita cosciente si accompagna di rinquadramenti al senso largo, ed essi s’impogono più naturalmente nell'avvenire, per differenti ragioni. In primo luogo, le democrazie avanzate danno a ciascuno la possibilità di cambiare di valori "se gli gira", vale a dire che i concetti di trasformazione, di innovazione, di rinnovo, sono diventati attivi nella psicologia stessa delle masse. Ciascuno è invitato a cambiare di partner, di mestiere, di medico, di luoghi di vacanze, il cambiamento portando in sé un tipo di valore aggiunto, come lo si vede per esempio con l'industria automobile che ha imposto la moda di cambiare automobile molto prima che ciò s’impoga, per simboleggiare la riuscita sociale. Il cambiamento è diventato un meme, un'idea-forza contagiosa, condivisa per tutti che valorizza "ciò che non dura", dunque. Ciò è naturalmente a doppio taglio, poiché la novità per la novità non ha valore spirituale in sé. Ciò che è nuovo è migliore nel campo industriale e tecnologico, ma in molti altri registri, la novità non ha carattere superiore da essa stessa. Sri Aurobindo è stato molto ispirato di dedicare una parte dei suoi lavori ad un'esplorazione della tradizione spirituale dell'India, per giustificarla, affinché la sua propria visione non si opponga ad essa, ma piuttosto che la completi e la superi.


Ma il cambiamento s’impone anche in tutti i campi perché l'atmosfera terrestre è stata « zancolata » e che numerose nuove frequenze entrano in gioco, permettendo continuamente dei nuovi scambi psicologici. È dunque oramai augurabile che il bisogno di risveglio si operi sempre meno contro il mondo sociale, e si sviluppa, anche timidamente, ma senza incontrare gli immensi ostacoli che caratterizzano ancora oggi la riconoscenza profonda della realtà, del tao, del Divino, e che riservano la Via ad un tipo di elite. Forse che gli sconvolgimenti saranno necessari, che bisogna aspettarsi a dei conflitti violenti, a dei tumulti tanto si è accumulato il contenzioso tra l'uomo e l’uomo, tra l'uomo e la Terra.


Non possiamo abbordare tutte le ragioni per cui la chiamata del risveglio è tanto rara, né pretendere che basta trasformare l'immagine di sé e quella della realtà per sboccare in questa via, ma il nostro proposito rimane di facilitare il passaggio fino al Tao. Ciò dipende in parte da noi, e dalla totalità dell'altro, poiché l'illuminazione costituisce un tipo di omologazione dell'umano dai principi superiori, e non si ottiene mai senza l'accordo implicito della totalità. L'illuminazione permette di entrare in un'altra dimensione, fino là velata, ed è dunque sempre un errore di riportarla solamente ad un tipo di esperienza soggettiva superiora. È già la totalità che utilizza un essere umano per godere di essa stessa, ciò che spiega che certi risvegliati perdono totalmente la nozione di essere degli individui. Possono perdere anche il sentimento della corporalità, e non c'è niente a ridire a ciò, tranne che nell'avvenire la realizzazione potrà talvolta condurre al Sopramentale, che egli, imporrà automaticamente che il corpo resti tanto avanti quanto lo spirito nell'economia generale, poiché riceverà la shakti, e durante certi periodi, il corpo sarà anche più ricettivo al sopramentale dall'io, grazie a questa interfaccia misteriosa, citata per Gurdjieff, e di cui si comprende oggi che era il ricordo o la premonizione di una "coscienza atomica", ciò che ricupera in parte il sopramentale.


La totalità può riconoscersi nell'uomo, è il senso fondamentale delle tradizioni che cantano il godimento della coscienza, e non il sorpasso del male dal bene che costituisce solamente un approccio infantile, ma già simbolico, dei materiali della Manifestazione. Il grande passo spirituale si avvera quando l'io è pronto a trovare l'origine del male in lui piuttosto che all'esterno, stesso ad applicarsi ad identificarlo poi a liberarsene. Ignoranza, peccato, male, egoismo, sonno, indifferenza, sono altrettanti significanti che provengono dallo stesso significato: una natura oscura che si augura o decide di lasciare, per differenti ragioni, bisogno di conformità cosmica per i cinese, amore della verità per l'India, bisogno di migliorare la vita per i monoteismi dell'occidente, desiderio di scoprire il senso delle cose, senza fermarsi mai in cammino, per i Greci dell'antichità, ed in certe culture che sembrano primitive, si trova anche il bisogno di dignità di fronte ai dei, o una prefigurazione della coscienza sistemica, col bisogno di vivere in armonia, di evitare ogni conflitto, salvo minacce subite. C'è dunque nell'uomo un'intuizione dell'unità dell'insieme delle cose, ossia un fremito fragile dell'intelligenza per assorbire l'eterogeneo, dargli il suo posto in un cerchio più grande, ma lo sviluppo di questa intelligenza olistica cozza contro innumerevoli ostacoli nell'io. La preservazione dell'io nel suo contesto, la preservazione del carattere sono dei processi psicologici che cacciano l'eterogeneo come un nemico mortale, ed è dunque il proprio del passo spirituale di smettere di vedere dovunque degli avversari, degli attacchi permanenti, degli ostacoli nei freni, dei nemici negli errori, degli raggiri nelle incertezze, dei sotterfugi negli impedimenti, che possono essere in ogni modo solamente esterni. L'io non puo subire nessuna pressione, è dunque proprio l'identificazione al non io che è sempre troppo ampia, o male diretta, poiché solo lo sfondo è sovrano, col Sé ed il Divino.


Più la coscienza si alza, più l'eterogeneo sparisce, o diventa giusto un accento particolare, un accordo particolare, come il tredicesimo o il quindicesimo in musica che non spaventano più il dilettante di unità, il musicista spirituale. Perché non possiamo richiederci da un lato per principio, per rispetto delle tradizioni, della ricerca, passiva, dell'unità, e passare il nostro tempo ad essere affettati dai dispiaceri, dei ritardi, degli scacchi, delle trappole, delle rotture, delle malattie, breve, di tutto ciò che darà un carattere eterogeneo durante un periodo a ciò che risentiamo. Non si tratta di fare finta di non vedere ciò che ci disturba ad un dato momento, occore contrariamente a prenderlo in conto, ma è necessario essere certo di che cosa ciò disturba veramente in noi. E se l'inspirazione alla verità non sopravvive a questo genere di cose, alle prove prodotte dal mondo contingente, è semplicemente che si tratta di un lusso dell'ego, questa pretesa "via spirituale".


Nessuno contesto ha mai favorito la via. È la lezione della storia, anche i monasteri e gli ashram celano poco di risvegliati, l'infanzia di certi bambini tibetani, saturati di buddismo iniziatico, fungerà da lavaggio di cervello per la maggior parte, e favorirà solamente le anime avanzate, di ritorno, e che continuano la loro ricerca. Segue che la creazione finta di mondi omogenei, supposti favorire l'accesso alla verità, privano la realtà di ciò che è per natura, duale, una rivalità di antagonismi, una sfilata di imprevisti, un'avventura del caos originario che mescola materia, vita e spirito, in un mondo di strutture fragili o nascoste, di guadagni e di perdite veloci, di itinerari perenni, mentre essendo sottomessi all'erosione ed alla velocità. È dunque proprio l’intreccio dello yin e dello yang che deve essere preso in conto prima di ogni cosa, ed accettato siccome la struttura dinamica ed essenziale della Manifestazione. E questa intrecciatura è tanto, secondo la sua forma, conflittuale che armoniosa, distruttiva che sbocciante, feconda o sterile.


Ma lo spirito ama "chiudere gli occhi" su ciò che lo disturba, è una delle lezioni più tragiche del passato universale, di dove le "posizioni" che s’impongono ai ricercatori spirituali poco avvertiti che non vogliono confessarsi le loro debolezze, che colpevilizzano per quisquiglie, al posto di una luce che sarebbe staccata del resto, che non immergono nella loro propria oscurità, che corteggiano una trascendenza eterea - come un deus ex machina - e di cui si potrebbe avvicinarsi presentandosi ad essa sotto il suo migliore profilo. Questa vecchia abitudine di volere "sedurre Dio" mascherando le sue infermità con gli inginocchiamenti meccanici, appare frequentemente allo yogi sopramentale, nelle fasi di esacerbazione positiva, dove, posseduto per i più alti piani spirituali, vede delle folle di esseri umani che pretendono cercarLo in quanto Signore, mentre si tratta di una semplice messa in scena collettiva, un spettacolo condiviso da tutti, una messa all’asta dei bisogni di ottenere dei favori, mentre ciascuno è incaricato di persuadere il suo vicino della sua sincerità, a partire dalla sua propria menzogna. Su dei tempi infiniti, la devozione resa obbligatoria appare come un errore, e nel migliore dei casi, come una soluzione di ripiego e oggi si tratta di sostituire questa legge con un'altra. È il lavoro che ha effettuato Sri Aurobindo. Una bhakti inconsistente senza il discernimento, un discernimento che conduce solamente al vuoto, senza l'amore per il Divino.


Anche se non sappiamo esattamente perché il Sopramentale ha scelto la prima metà del ventesimo secolo per manifestarsi, la sua venuta mette un termine ai vecchi dharma. Le religioni dovranno sparire o trasformarsi, ed i dei loro stessi dovranno rinunciare alle loro prerogative sugli uomini. Gli esseri umani non hanno voluto conoscere lo spirito, ma sedurre delle entità superiori per ottenere l'immortalità per qui, la fine delle reincarnazioni per là, il paradiso, breve, gli esseri umani trovano normale che la vita sia data loro, ma viene soltanto all'idea di una minoranza che bisogna raggiungere il suo senso universale, fuori dall'appropriazione soggettiva. È necessario risalire all'origine per ramificarsi al Tutto, ciò che supera infinitamente il sentimento che l'io ottiene di sé quando non abbocca la sua vita ed il suo tempo al Mistero esauriente, al Tao che sfugge ad ogni rappresentazione, contenendo da tutte le parti quello che lo rievoca. Ma certi giungono, ed è a controcorrente nelle nostre contrade. I santi sono cacciati della chiesa, gli iniziati devono sfuggire all'inquisizione, i saggi che rimettono in discussione l'ordine costituito devono fuggire, Gesù e Hallaj sono condannati, come Giordano Bruno. È dire a che punto ogni spirito ordinario, ogni spirito condizionato resiste all'eterogeneo: non lo sopporta, vede una minaccia, un pericolo. Progetta anche della follia mentre è della saggezza, e, sviluppando questa analisi, riusciremmo quasi a stabilire che il Vero passa per il falso nelle culture umane, e che il falso riesce ad erigersi in verità, ciò che, nel campo che c'interessa, si applica particolarmente alla falsa devozione, piaga dell'India e delle culture monoteiste. Fare finta di amare Dio è cosa facile, basta trasferire le sopravvivenze dello spirito infantile legato a suoi genitori o ad uno dei due, sul grande significante vuoto di Dio, ed il gioco è fatto. Perché la vera devozione è di un altro ordine, implica una via costante, un servizio permanente, un amore che non aspetta niente del Divino e non si lamenta dunque della sua assenza, della sua discrezione, degli appuntamenti mancati, e ho dato i tre migliori esempi di questa consacrazione all'inizio di questo testo, se auspicate beneficiare di questi modelli. È un processo raro dunque che poco provano, ma che Sri Aurobindo ha potuto seguire fino al termine, come Madre, e non possono provocare né l'uno né l'altro artificialmente un contagio di questo processo, profondo ed esclusivo che subordina tutto il resto alla sua causa.


Sarebbe un errore di presentare la via sopramentale come differente di qualsiasi via mistica, ma è ancora più esigente, sebbene ciò sia compensato da soddisfazioni anche esse tanto superiore, e che varieranno per ciascuno. L'intelligenza, o l'azione, l’influenza aperta e diretta, o nascosta e dispersa, guidati dall’ alto, rappresentano delle notizie possibilità terrestri. E nel mondo della Manifestazione, fondato sulle antipatie del delirio e dell'ispirazione, dell'ordine e del caos, del si e del no, dello abortito e dello scaduto, del troppo e del non abbastanza, breve, nell’ organizzazione entropica della Terra, è evidente che c'è un prezzo a pagare, ancora esorbitante, per permettere all'essere psichico di sottomettere gli altri piani, e di irraggiare la conoscenza, l'amore, l'integrità che sono le ancore di salvezza dell'umanità se vuole sopravvivere. È la sadhana, la consacrazione esauriente, nell'abbandono, senza ricerca del risultato, il risveglio o più ancora, l'immaginazione ama immaginare.