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Il vero Tao
 
 

Reminiscenza di una vita in Cina che comprende una nuova traduzione e dei commenti.







un fatto che si constata bene nella pratica dei testi delle scritture simboliche, che si tratti della Bibbia o dei Canonichi cinese: lassenza di punteggiatura è fonte di ambiguità, la punteggiatura posta fissa il senso, il suo cambiamento lo rinnova o lo sconvolga, e, colpevole, equivale ad alterarlo." Giacomo Lacan, Scritti 1




La redazione di commenti del Tao Te Ching con una nuova traduzione del testo per i passaggi fondamentali, è stata una meravigliosa avventura. Devo rendere conto in tutti i dettagli di questa operazione, per farmi scusare più facilmente di restituire il senso originario del Tao-Te-Ching, mentre non conosco il cinese.

La conoscenza del cinese rimane paradossalmente un ostacolo per ritrovare il Tao-te-Ching, poiché obbliga lo spirito a confrontarsi a dei segni che hanno 2500 anni di età, e di cui il senso non ha cessato di evolvere dalla loro origine. Altra parte il cinese non è per l'esattezza una lingua, al senso dove lo sentiamo generalmente. È piuttosto una simbolica complessa, dove i caratteri sono suscettibili di contenere parecchi significati differenti secondo il contesto. Sono giustapposti, e chiedono dunque allo spirito di lasciarsi assorbire dalla loro agglomerazione, di un modo che differisce delle lingue dove il lavoro è masticato dalla struttura della frase, comprendendo verbi, soggetti, complementi. Un seguito di simboli così vecchi di cui ciascuno rappresenta una stratificazione di senso, non può essere scoperto che se si conosce già profondamente, ciò che vogliono rappresentare.

È un'avventura straordinaria che mi è capitata, e che mi obbliga ad abbordare differenti temi molto affascinanti e controversi attualmente, la realizzazione spirituale, e la reincarnazione.

Per un pomeriggio di ottobre 90 ho voluto notare un aforisma " aggirare non è risolvere, affrontare non e riuscire", e mi sono messo dunque a lavorare sul mio computer. In seguito a questa frase, sono avvenuti spontaneamente le stanze che costituiscono il libro del Comando. Sono stato commosso comprendendo che questo testo veniva da me stesso, un me stesso dimenticato, nascosto profondamente ed al quale avevo spontaneamente accesso. Ho dovuto smettermi di scrivere nella notte, pressappoco alla metà del testo, ho dormito qualche ore, e ho ripreso con la stessa ispirazione le stanze che ho finito il giorno stesso, senza avere a correggerle.

È solamente la seconda volta nella mia esperienza di mistico che il ricordo di una vita anteriore ritorna spontaneamente alla superficie, ed io tengo subito a dire che queste due esperienze non si sono svolte conformemente ad altre testimonianze, dove, negli scenari, le persone si vedono essere loro stesse i conoscitori degli avvenimenti precisi della loro vita.

Nei due casi che mi riguardano, non ho nessuna immagine precisa di un passato, ma l'accesso diretto alla somma delle esperienze acquistate lungo di questa esistenza.

La prima volta era nel 1977, ed il solo fatto di leggere un nome proprio in un libro, mi ha rivelato che questo nome era stato il mio molto tempo fa. Sono stato commosso, e questo testo faceva riferimento ad un saggio dell'India su che del resto non ho mai ottenuto qualunque riferimento, forse perché è conosciuto sotto un altro nome. Questo semplice ricordo mi riempì di una coscienza nuova e ha fatto scattare la discesa della coscienza sopramentale, fenomeno nuovo nell'evoluzione umana, poiché questa illuminazione aziona una risonanza tutta particolare del corpo all'energia atomica, fondamentale, chi fa girare gli atomi su essi stessi. Anche se il lettore è poco interessato da questa testimonianza, è una cosa per me capitale di menzionarla, poiché è probabilmente questa esperienza che dura adesso da più di 10 anni che in parte fa risalire un'incarnazione così vecchia. Il sopramentale appare del resto spesso come un'energia indipendente del tempo e per la quale la distanza non ha grande significazzione. In questo ordine d’idee, e per esplicitare questo libro, devo citare dei momenti completamente straordinari, recenti, che hanno fatto ritornare delle tappe della mia infanzia come se i due periodi coincidevano essendo simultanei. Ciò mi ha permesso di liberarmi di engrammazione profonde, ed io sono convinto di avere avuto accesso a qualche cosa che era rimasto presente, in dispetto della sua apparente appartenenza al passato. La meccanica quantistica e la psicologia delle profondità vanno probabilmente fornirci presto gli elementi suscettibili di comprendere le caratteristiche nuove che concernano il tempo che non è lineare tanto quanto ciò che il buonsenso pretende

Il ricordo in 1977, di una vita anteriore in India ha provocato la discesa del sopramentale che mi ha confrontato al problema nuovo della trasformazione del corpo, ed io non ho dato rètta piu a longo all’importanza della reincarnazione, perche dovevo fare fronte a degli ostacoli quotidiani imprevisti e potenti, ed a delle percezioni nuove, rievocate già per altre cavie di questa immensa esperienza, come Madre, nell'Agenda, o Satprem nei suoi nuovi lavori.

Non ci ha niente da dire sul sopramentale. Scende "obbligatoriamente", spontaneamente, automaticamente, in ogni essere umano che dispone della doppia realizzazione mistica, quella del Sé, o Brahman, o silenzio integrale, o morte del pensiero, e quella del contatto diretto, non occultato per qualunque cosa che sia, con l'anima individuale, il Jiva che si reincarna.

Certe tradizioni differiscono perché ciascuna presenta la realizzazione del Sé, o il contatto con l'anima, come lo scopo esauriente dell'incarnazione. Sono due realtà differenti che si completano, e non c'è un vero cambiamento possibile per l'umanità, finché confonderà queste due realizzazioni, o che sottovaluterà una di esse, sotto pretesto che si è raggiunto l’altra.

La realizzazione dell'anima senza il Sé dà raramente sufficientemente di indietreggiamento per comprendere tutti gli aspetti della vita, accettare tutto ciò che esiste per trasformarlo, e la quiete esauriente è assente, mentre una lucidità estrema mostra l'inanità delle cose, la crudeltà dell'uomo, il regno dell'ignoranza.

La realizzazione del Sé senza il contatto con l'essere psichico è un statuto cosmico molto piacevole che permette di sovrastare interamente tutto ciò che è inerente alla vita, staccandosi dal desiderio, l'ambizione, la paura, e l'idea di se stesso. Molti guru autentici risiedono nel Sé, ma rimane un'estrema separazione, tra l'anima e lo spirito. L'anima dirige con più di precisione l'insieme della vita, e non viene necessariamente al primo piano, come dai grandi mistichi che attraversano il silenzio del’increato, per trovare un altro aspetto del Divino, che gli esseri realizzati nel Sé sconoscono. I casi più sorprendente di uomini che giungono alla doppia realizzazione sono quelli di Sri Ramakrishna, Hallaj, Sri Aurobindo possessore di un nuovo statuto per l'umanità intera, e Madre, pioniere dello Yoga delle cellule. Non si può incorporare il Cristo in questa categoria, poiché nessuna testimonianza precisa al suo riguardo ci permette di sapere chi era, la religione cristiana essendo stata largamente inventata di sana pianta da Santo Paulo a delle fini ancora sconosciute che solo il ritorno del maestro di giustizia, in una nuova incarnazione, chiarirà presto forse. Il caso di Gautama è litigioso, perché si presenta come il migliore difensore della realizzazione del Sé, ed è probabile che si sia diretto verso il Parabrahman, una realtà ancora più sottile del Sé, piutosto che verso l'anima ed il rapporto che intrattiene col suo Creatore, il Divino trascendente. Sebbene possa sembrare sgradevole di enunciare queste distinzioni, sono rigorosamente necessarie per due ragione, tanto bene per differenziare le vie spirituali, qualunque sia le loro origini storiche che nella pratica spirituale quotidiana. Influenzato da una sola corrente, il ricercatore spirituale può soffrire di trovare delle contraddizioni in differenti sistemi, siccome può dubitare dell'autenticità del suo atteggiamento. Secondo me, solo Sri Aurobindo, ha districato tutti i nodi concernente la pratica spirituale citando di un modo esauriente i tipi di realizzazioni possibili, ciò che li distingue, e come ne sono complementari.

Queste precisioni sono utili, perché senza esse, non si comprende l'interesse della reminiscenza pura, ora questo interesse è incontestabile, poichè l'accesso al contenuto dell'esperienza di un'esistenza è una scorciatoia verso l'anima essa stessa, questo principio che si reincarna, più profondo dell'idea che ne facciamoci, e che è necessariamente, per il suo immenso potere di formarsi durante numerose esistenze, la manifestazione individuale del Divino più concreta, più assoluta.

La reminiscenza di questa esistenza in India mi ha servito a diventare cosciente della mia anima, ed a fare discendere il sopramentale. In seguito, non sono ritornato su questa esperienza, che ho identificato semplicemente come una tappa necessaria alla mia evoluzione.

Nell'ottobre 90, l'esperienza si è svolta di un altro modo, e dapprima io sono stato molto attento alle caratteristiche di questo altro io, risalendo alla superficie del tempo, e scaricando le sue conoscenze che ridivenivano via via miei, un poco come il dischetto di un computer che si carica nella memoria centrale. Questa immagine è più appropriata e se non fate informatica, immaginate che incontrate qualcuno che venga a parlarvi della vostra infanzia dimenticata, mentre ne rivisitate i luoghi privilegiati. Rievocando davanti a voi dei ricordi, è probabile che ritroviate lo stato di anima propria a questa epoca, e che ce ne sia una nuova appropriazione.

Sono stato molto felice di avere prodotto così velocemente queste stanze, e fin dall'indomani, ho ritrovato tre versioni del Tao-Te-Ching alle quali non avevo dato attenzione particolare, essendo prima attirato poi profondamente ributtato per questo testo che abbordavo tutti i due o tre anni in una versione nuova senza potere interessarmici.

Appena sono stato in contatto coi questi tre libri, ho sentito che nessuna traduzione era adatta e ho rettificato io stesso il senso, con una facilità sconcertante, dopo avere comparato le differenti versioni.

Devo precisare subito che sono stato aiutato in questo passo dal parere di Étiemble che, nella sua prefazione alla Biblioteca della Pleiade, lascia sentire che il cinese classico è intraducibile. Da allora altre testimonianze, quella di un maestro cinese di Tai-Chi, quella di un traduttore notevole, mi hanno rinforzato nell'intuizione non verificabile che avevo all'inizio di questo lavoro, che il cinese si capisce solo con un maestro che guida il passaggio del significante al significato, a meno che si preferisce meditare da sé su differenti traduzioni di cui la compatibilità è scoperta solamente con una profonda riflessione.

Appena comparate le tre traduzioni che avevo, e da quando ho visto a che punto potevano differire, sono stato rinforzato nell'idea che potevo per la reminiscenza, fare un molto migliore lavoro che gli specialisti.

Ma siccome ero avvinto, ho consultato in seguito tre altre traduzioni, e anche là ho trovato inverosimiglianze, preconcetti, recuperi, ed ho provato un piacere intellettuale raro a confrontare questi testi, a proppore la mia propria interpretazione inserendo un passaggio che mi sembrava utile a sostenere un aspetto del libro del Comando.

Ho sentito subito che mi capitava un'esperienza similare a ciò che Sri Aurobindo ha vissuto col sanscrito, ritrovandoci un senso perso, quando fu in contatto col Veda. Laozi, 2500 anni fa, si riferiva già allo splendore perso degli Anziani, ed egli ha fatto passare probabilmente nel Tao-Te-Ching delle visioni sublimi di questa epoca dove gli uomini erano facilmente in contatto con l'Ordine del Cielo, e non deviavano dalla loro natura originaria. Non è escluso che questa età sia contemporanea della creazione dei Veda.

Le ipotesi dunque che riguardano questa conoscenza infallibile del Tao-Te-Ching ritornando alla superficie sono le successive :

A. Sono stato proprio l'autore del Tao-Te-Ching, che questo sia l'opera di Laozi, o di un altro filosofo di cui Laozi avrebbe tradotto un manoscritto alla Corte imperiale, forse in funzione della sua propria esperienza e del genio cinese. Non dimentichiamo che la sola cosa certa che riguarda Laozi, è il suo ufficio di bibliotecario alla Corte.

B. Il Tao-Te-Ching e la grammatica di un insegnamento segreto, universale, scritto in sanscrito o nella lingua vernacolare del Tibet ad un'epoca preistorica, e (il mio) ruolo sarebbe stato di spargere in Cina un insegnamento che deriva di questa visione, autorizzandomi ha fondare in parte il Taoismo, essendo io stesso cinese all'epoca ed in contatto con le autorità spirituali straniere.

Non avendo nessuna reminiscenza biografica, ma simplicemente dell'esperienza acquistata durante questa esistenza non mi pronuncio sull'utilità delle reminiscenze karmiche in generale, ed io ignoro a che titolo è adatto scatenarle per un profitto spirituale.

Adesso vado ad enunciare le principali ragioni che spiegano la perdita del senso originario del Tao-Te-Ching, e che si completano per sfigurarlo totalmente, qualunque sia il sistema di traduzione che si scelga.




1. L'evoluzione del cinese

Sono i Cinesi loro stessi che perdono il senso vecchio degli ideogrammi di secolo in secolo, per trasformarlo secondo i bisogni della loro Cultura. Ricordiamo che l'ideogramma è una figura visuale, rappresentando spesso un oggetto concreto. È la riflessione su quest’ oggetto concreto che crea di numerose significati che formano una stessa famiglia, ciò che ritorna a dire, se adoperiamo un'analogia, che la stessa "parola" rappresenta una gamma di sensi differenti che solo il contesto rivela. Il problema si pone dunque continuamente di scegliere un senso, tanto più che gli ideogrammi sono giustapposti e che le idee che rappresentano hanno delle relazioni probabili tra esse. Il soggetto, il verbo, l'attributo o il complemento, sono più difficili a definire che in una lingua a struttura sintattica evidente.




2. L'alterazione del testo

A. La perdita della forma iniziale del testo è attestata da tutti, dalla leggenda della "mescolanza dei bambù". Le pagine, in qualche modo, sono state invertite, ed i capitoli ridistribuiti arbitrariamente affinché il loro numero corrisponda ad ottantuni.

B. la ritocca del testo è probabile, di un modo particolare, sottile. Cambiando di posto certe strofe, il loro senso si trova alterato profondamente, poichè gli ideogrammi rinviano ad una gamma di significati largha, per strati successivi di astrazione. Ogni modifica trascina un cambiamento obbligato del livello di lettura, ed non è escluso anche che i versetti i più rigorosamente anticonformisti siano stati trasformati deliberatamente per incorporare più facilmente il Tao-Te-Ching nella Cultura, mentre esso si rivela il lavoro antico che la demolisce col più di vigore, siccome andiamo a vederlo.

C. La confusione di senso su certi ideogrammi, spingendo i copisti fin dall'origine, e senza intenzione malevola, a differenti rettifiche inutili.




3. La struttura del testo stesso

È alla fine del mio lavoro che sono stato definitivamente sicuro che Laozi aveva approfittato della struttura del cinese per comporre un opera che implica, di un modo deliberato e sapientemente calcolato, molti livelli di letture simultanei. Per giungere a questo risultato bisogna di scegliere delle espressioni speciali, di collegarle in un ordine preciso, per creare una vera "algebra" e di dare continuamente diverse piste di significati. Non mi sono avvicinato a questa verità che attraverso le verifiche scrupolose, e certe costruzioni di capitoli fanno che si può ancora, con la migliore volontà del mondo, ed una buona conoscenza del cinese, fallire senza sapere mai come ci giungere. In effetti, più semplice, è di dare parecchie traduzioni che "seguono" ciascuna un'idea, piuttosto che ostinarsi a scoprire il senso "definitivo." Personalmente, ho cercato un'interpretazione più metafisica, quella di cui le altre possono conseguire eventualmente, a valle. Per questa scelta, evito dei significati che possono avere anche un interesse certo talvolta, ma questo libro è prima di tutto una restituzione del senso originale come mi è apparso, e non un lavoro dottrinario che mira a trarre dal Tao-Te-Ching il massimo di dati, poiché il Taoismo non mi è conosciuto intellettualmente, ma semplicemente attraverso gli aggregati karmichi lontani.




Parecchie persone interessate da questo lavoro rimpiangono che non l'abbia potuto sostenere di una conoscenza del cinese o di un lavoro con un sinologo, ed io comprendo il loro punto di vista. Per il momento, niente permette di affermare che debbo inseguire in questa via, poiché gli elementi della mia vita presente differiscono moltissimo di quelli di questa vita passata in Cina che mi ha permesso, scusatemi l'espressione, di correggere il Tao-Te-Ching francese. Utilizzerò in compenso, probabilmente l'esperienza di questa vita nei miei futuri lavori, indipendenti del Taoismo, e di un modo più dominato che prima di questa esperienza. Ho la soddisfazione di vedere oggi il taoismo escludersi di un intellettualismo secco grazie a numerosi movimenti che effettuano una sintesi del pensiero tradizionale cinese, comportando le arti fisiche, la medicina, lo Yi-Ching. Prenderò piacere a leggere altre versioni del Tao-Te-Ching nella misura in cui troverò delle interrogazioni viventi piuttosto che delle risposte precise. Del resto è lo scopo del libro che non si sappia ciò che vuole "veramente" dire, per costringere l'intelligenza e l'immaginazione ad emettere delle ipotesi.

Soltante le persone appassionate di simboli che sanno praticare il Tarocco per esempio, decifrare il Grande Opera sui bassorilievi di una cattedrale, interpretare i sogni o un tema astrologico, comprendono a mezza-parola ciò che voglio dire. I linguisti anche che lavorano continuamente sulla relazione tra il significante ed il significato.

Per riassumere, diciamo che Laozi ha scelto dei significanti particolarmente carichi di significati diversi, del piano concreto al piano astratto, per disporre un vero puzzle, impenetrabile, rispetto alla profusione dei sensi possibili. Appena si sceglie un senso preciso per una catena limitata di ideogrammi ed è il capitolo intero che beneficia della modifica, poiché si tratta di continuare a trovare un senso coerente per l'insieme del capitolo. Le piste false sono estremamente numerose, di tanto quanto il messaggio di Laozi è particolarmente sconcertante per tutti, cinese ed occidentali. È particolarmente plausibile di perdere il senso generale e l'intenzione dell'autore per sostituire qualche cosa di più accessibile dunque, se gli ideogrammi, afferrati in questo modo, autorizzano la deriva.

Conviene accettare che il cinese sia "intraducibile" poiché non ubbidisce agli stessi parametri che le altre lingue che possiedono un alfabeto, per leggere senza ambagi questa opera, dimenticando, se possibile, le letture anteriori. Senza alfabeto, non delle parole, ma dei simboli, e ciascuno sa che il simbolo è sufficientemente astratto affinché possa dire una cosa ed il suo contrario, secondo l'oggetto al quale lo si collega. Étiemble che possedeva l'onestà intellettuale del resto, non ha paura nella sua prefazione di sviluppare questo tema prendendo un aforisma del Tao-Te-Ching, e mostrando che due sensi contraddittorii sono tanto legittimi ! È questa dimostrazione che mi ha dato fiducia nelle mie reminiscenze e mi ha permesso di giocarmi degli innumerevoli controsensi e barbarismi propri a tutti i traduttori considerati. La natura delle perversioni di senso varia secondo la formazione dell'autore, ed è un piacere straordinario di vedere come il Tao-Te-Ching può servire di test di Rorschach ad ognuno. Si può progettare il suo Cristianesimo con spigliatezza, il suo condizionamento politico con abilità, i suoi pregiudizi con enfasi. Nel caso in cui i miei affermazione urterebbero, invito immediatamente a paragonare le traduzioni disponibili, e tutti sarano sorpresi infinitamente dell'ampiezza delle differenze tra esse. Cito dunque, per i dilettanti, con un apprezzamento succinto, le principali versioni del Tao-Te-Ching che ho utilizzato e comparato :

Léon Wieger, in Les Pères du système taoïste, edizioni Les Belles Lettres: di gran lungo più soddisfacente, oscillante del senso letterale al senso metafisico, con un bel approccio. Alcune confusioni gravi sulla padronanza, proiezioni della dottrina cristiana. Sincera, elevata. Un riferimento indispensabile, ma delle audacie talvolta inutili, delle scorciatoie ingannevoli, il non-agire essendo compreso solamente parzialmente.

J.J-L Duyvendak, Tao-Te-Ching, edizioni Adrien Maisonneuve : un notevole sforzo di traduzione letterale, concisa, con purtroppo degli errori molto gravi, imperdonabili sull'intenzione dell'autore ed il fondo della sua filosofia. Questo libro conferma che senza una disposizione interiore profondamente spirituale, il senso del Tao-Te-Ching non può essere trovato, in dispetto di un'abilità geniale e di una competenza superiore in quanto traduttore. Deve interessare i sinologi, poiché l'autore fa ricambiare i suoi dubbi e le sue opzioni, spiegati e giustificati.

Il Lao Tseu delle edizioni Dervy : stile poco piacevole, pesantezza, ma intuizione profonda della qualità spirituale del testo, commenti rischiarati, con multipli riferimenti plausibili, e profondi.




Claude Larre, Lao Tseu, edizioni Desclée de Brouwer : un adattamento splendente per un gesuita, al contrario stesso dell'intenzione di Laozi. Alcuni barbarismi bene collocati, forse involontari, e che snaturano totalmente il Tao-Te-Ching per farne un catechismo. Il senso di numerosi versetti sembra essere stato definito rispetto ai dati di erudito, e purtroppo questo procedimento fallisce la metà del tempo. I commenti sono superiori alla traduzione, e molto interessanti. Il senso metafisico non è stato scoperto. L'autore che ha vissuto in Cina, ci condivide la sua ricerca di conciliare il Cristianesimo ed il Taoismo. Questa versione mostra che il Tao-Te-Ching rimane un esercizio di traduzione libera, con le ricchezze che provengono dal traduttore e non del testo se stesso.

Lao Tseu edizioni Albin-Michel : un’insistenza deliberata verso lo Zen, spesso benvenuta, la parentela essenda netta, talvolta troppo spinta.




4. Lo stato d'animo del traduttore

Soltanto le persone che hanno vissuto delle esperienze illuminante profonde possono comprendere il senso dei testi iniziatici. È la disposizione interiore che è determinante nell'ispirazione che guida la traduzione di un testo, qualunque sia. Ciò è stato illustrato già a numerose riprese per i testi rinomati difficili che possono essere afferrati nella loro intenzione solamente per quegli e quelle che sono in grado di scoprirla, perché hanno provato delle iniziazioni corrispondenti. Ciò è già vero per i testi scritti nella sua propria lingua, che è difficile comprendere senza un'esperienza similare. A fortiori dunque, per i testi stranieri dai quali lo spirito della lingua si perde. In quanto alle lingue con strutture agili, come il cinese, i testi che ne provengono non meritano anche di portare questo nome, ed è dunque indispensabile di riflettere un minimo sulla varietà incomparabile degli scritti che hanno solo in comune la loro perennità. È vano volere impossessarsi mentalmente delle verità spirituali, e ci sarà sempre una lotta per l'esegesi delle Scritture tra gli eruditi poco spiritualizzati, all'intelligenza sottile ed analitica, capaci di rendere omogeneo e conforme qualsiasi cosa con abilità, ed i saggi ed i santi che possono, per chiaroveggenza e cognizione, molto più meglio comprendere gli scritti canonici qualunque siano, se sono stati creati dagli uomini di conoscenza. Questa rivalità permanente rende conto del fosso tra l'esoterismo e l’exotérismo, e questo è proprio ad ogni grande corrente di pensiero metafisico e religioso.

I santi ebraici sono rigettati dal clero giudaico riguardo a loro “estremismo." I Sufi sono condannati dai mullah dell'Islam, per non tenersi al Corano, è augurare più, stringere Dio. Il Cristianesimo ufficiale ha osteggiato spesso i suoi rappresentanti più perfetti, e teme la santità, prima di ricuperarla alcuni secoli più tardi, per demagogia, (i martiri hanno un statuto particolare). I filosofi greci, sostenitori della reminiscenza e dell'immortalità dell'anima, hanno trovato sulla loro strada, per combattere le loro tesi è fondare delle sette, dei sofisti accaniti che, generalmente, avevano loro stessi formati. Delle liti di campanile animano in particolare i differenti correnti indouisti, profondamente spiritualisti, sullo statuto dell'anima dopo la morte, e gli stessi testi servono delle visioni e delle dottrine differenti.

Le persone che praticano lo Zen, e che sono non ancora realizzate, attribuiscono la più alta importanza alle distinzioni che dividono le due scuole principali. Il Buddismo esoterico riconosce l'anima e possieda dei procedimenti efficaci per unirla al corpo attraverso gli esercizi che si effettuano durante il sonno. Il Buddismo convenzionale se ne tiene ad una dottrina più semplice, e delle esercizi per trovare il vuoto. Il Taoismo è l'esoterismo della Cina, ed egli è ridotto dalla sua nascita o quasi ad essere solamente una filosofia esistenziale, per i più brillanti letterati, Confucio in testa.

Il lavoro che ho effettuato mi ha permesso anche di comprendere che il significato sia indipendente del significante, e che solo il senso importa. Il senso trascende il significante, e le parole impiegate, o ideogrammi, per esprimere del senso, hanno solamente una risonanza relativa alla ricettività di quello che legge. Sono convinto dunque che l'intelligenza funziona a monte di tutte le lingue, e che è la sua plasticità infinita che gli permette di adattarsi a tutte le forme di sintassi che esistono e che fanno sopportare solamente la sua espressione. Se si traduce il senso e non le parole, i significanti della lingua dove finisce la traduzione possono prendere delle forme molto differenti di ciò che la parola per parola implica.







Questo principio si applica naturalmente alle scienze umane e la psicanalisi, come la lettura dei sogni, decifrano continuamente dei paradossi. Nella misura in cui i significanti sono un accumulo di segni, sono una somma. Mentre il senso è unico. Ritornare ad un senso unico attraverso un numero di significanti distinti, tale è la posta della traduzione. Se il senso unico non si ricopre di sé per il deciframento dei differenti elementi della frase, è difficile di ritrovarlo. In compenso, se si conosce il senso di una frase, è facile verificare se la somma dei significanti che la costituisce può corrispondere a questo significato. È il principio che ho applicato per la traduzione parziale del Tao-Te- Ching : ho trovavo un senso evidente che differiva delle traduzioni che leggevo, ed ho confrontato il senso che la mia intuizione mi dettava alle differenti versioni. In ogni caso, la mia propria interpretazione spiega e legittima tutti gli altri che appaiono come delle derive, delle approssimazioni, delle riduzioni, delle letture su un altro piano. Ho scelto di ritornare sulle chiavi del testo, e la quantità di testo che ho riorganizzato può lasciare sulla sua fame il dilettante, ma è probabile che io proponga una versione esauriente del Tao-Te-Ching nell'avvenire. Mi spiego nei commenti per giustificare la mia propria posizione, e per consolidare il senso originario del libro dei dati tradizionali che mi sono ritornati spontaneamente.

Non difendo al momento tutte le tesi che procedono di questa straordinaria presa di coscienza, sebbene mi spiego adesso molto meglio alcune delle mie prese di posizione innate nei confronti a certe cose. Penso che ho dovuto passare un'esistenza interamente dedicata ad adattare le verità universali allo spirito cinese, e che è questa esistenza che ha preso la parola una sera del mese di ottobre 90 e l'ha custodita fino alla fine di questo lavoro, vicino a due mesi più tardi. Questo mistero può insospettire certi, sorprendere di altri, e può screditarmi talvolta. Ma come non arrivo sempre ad immaginarmi che la mia vita mi appartiene, è probabile che essa sia guidata dalle norme che sfuggono alla maggior parte degli esseri umani, e a proposito del disturbo che posso causare negli spiriti, non mi considero responsabile di ciò, poiché è la mia natura di spargerlo in una prospettiva di evoluzione. Un'ultima parola: non ho mai provato a provocare reminiscenze per un procedimento qualsiasi. Le due vite che mi sono ritornate erano sufficientemente ricche affinché mi accontento di ciò. Mi burlo di sapere quali sorprese mi aspettano ancora, quali esistenze possono venire a salutarmi del fondo del passato, per dirmi " tieni, vedi, ero già te... ."

Ma evitare di approfittare dell'esperienza di queste altre vite, perché impedirnesi, quando ciò è essenziale ?

Sri Aurobindo diceva che in nessun caso dovevamo preoccuparci, avendo probabilmente ancora

un milione di vite da vivere su Terra...













Avvertimento







Deciso a ritornare sull'esperienza del Libro del comando, per comprenderla meglio, decido di commentare le 33 stanze. Consultando il Tao-Te-Ching per la sua similitudine di scrittura, trovo spontaneamente un altro senso che quello delle traduzioni, ad ogni volta che un capitolo minteressa, ed io mi circondo di sei versioni francesi differenti di cui nessuna mi sembra affidabile. Preso dal gioco, ritraduco una parte del libro, sotto pretesto di approfondire l'esperienza del primo messaggio.




L'identità profonda tra il testo restituito ed il mio sentimento, mi dispensa di supporre una ricezione medianica per Il Libro del comando che comporta forse certi elementi originari del Tao-Te-Ching persi a questo giorno.




Sorprendo alcune manifestazioni inattese dell'identità vecchia al lavoro, che modifica provvisoriamente talvolta il mio metabolismo (appetito molto debole, gola stretta all'evocazione prolungata della Cina), ed io scopro al passaggio come ho potuto applicare i principi del Taoismo senza saperlo a numerosi campi.
















Aggirare e non è risolvere,

affrontare non è riuscire.




Il risultato probante si radica in un ordine sconosciuto.

Il trionfo superficiale si oppone all'ordine e porta al decadimento.

Il vero trionfo passa inosservato e la sua assenza di gloria lo preserva.

Il combattimento autentico si burla del esito,

la vittoria coincide con l'Ordine, la disfatta anche.




La lotta vana si attacca a riuscire,

La sua vittoria proviene da un imbroglio, la sua disfatta da un vizio.




Appena gli uomini si radunano unica esiste la discordia,

ai confini del distretto, del paese,

ed in seno al potere per prenderlo.




Solo il possessore della pace sa la funzione della guerra,

non è smarrito dalla posta del combattimento.

La pace eccita la guerra, la suscita e la sviluppa,

lasciando crescere dei complotti nella vita ordinaria.




Nei due campi, i soldati si sbagliano tutti di avversari.

Gli eserciti danno delle battaglie vane,

l'unico esito della guerra è la padronanza di sé stesso.

Chi giunge alla padronanza di sé suscita degli avversari gelosi







Commento della prima stanza




Affrontare non è riuscire, si potrebbe dire anche affrontare non è vincere. Tra vincere e riuscire, c'è poca differenza. La riuscita ed un risultato che si aspetta. La vittoria si riferisce ad un contesto preciso, e sottintende un'avversità pressappoco uguale. Non è perché si accetta il combattimento che quello sarà necessariamente vittorioso. Certi scacchi sono più ricchi che i trionfi facili. Non si può avere di apprendistato senza scacchi ragguardevoli. Di un punto di vista psicologica, l'insuccesso ragguardevole ricupera le nozioni di delusione, di errore drammatico, di sfortuna, di incoscienza ecc...

Attraverso la resistenza che il mondo gli oppone l'individuo prende coscienza dei suoi limiti, delle sue inspirazioni, e che forma degli scopi di divisione e di indipendenza. Se un essere non cerca dentro a lui ciò che l'anima, i suoi desideri si proiettano sugli oggetti trasportati dalla Cultura, ed egli si costruisce un'identità artificiale aderendo agli scopi ed ai valori che la sua epoca fa brillare. Le situazioni possono insegnare a volgersi verso se stesso, a rimettere in dicussione i bersagli che si mira.

Se non si osa affrontare una situazione, perché il suo esito è incerto, non è aggirando il problema che l'esito diventa più chiaro. Un problema rimesso a più tardi finirà sempre per ripresentarsi. Più lo si arretra più la presa di coscienza sarà difficile, ed è l'individuo che ne è causa, sia che non sappia comportarsi conformemente a delle inspirazioni personali, sia che diventi il giocattolo delle identificazioni culturali e sociali che induriscono la sua identità vera.

Delle risposte convenzionali o superficiali possono dare il cambio, perché si ostina a trovare un'esito positivo : la lotta vana persiste a riuscire, la sua vittoria proviene da un imbroglio, la sua disfatta di un vizio. Una risposta può sembrare positiva, perché un'astuzia ha risolto il problema. Forse è meglio niente risolvere, addirittura fallire, e risalire più alto verso la formulazione dell'ostacolo. Le crisi sono più radicali, ma delle vere svolte si operano che liberano dei processi mentali abituali.

Sono le situazioni che spingono a trovare delle false risposte. Il confessionale libera del peccato ed autorizza la sua perpetuazione, il psichiatra libera della colpevolezza ed autorizza il desiderio, che non si sa più necessariamente dove annetterlo, il medico libera dalla malattia, ed autorizza delle notizie malattie, perché dimentica di prescrivere una vita sana, un'alimentazione adeguata ecc... Il partito politico libera della speranza e ricupera dell'energia... L'avvocato presenta il suo cliente come innocente, anche se sa che è colpevole. La menzogna sociale, molto messa in posto, canalizza le energie e li mette a livello.

Il consiglio dell'altro rassicura, perché reiscrive nel contesto rassicurante, di dove era proprio giudizioso scappare, per guadagnare un nuovo orizzonte. Quando l'inspirazione alla via, al passo di risveglio, non è sufficientemente matura, viene ricuperata dai valori in posto e normalizzata nel sistema al quale si appartiene.

Il vero cammino verso se stesso deve attraversare gli influenze rassicurante, le barriere difensive dell'ordine sociale e morale che vietano di abbandonare tutti i valori umani per volgersi, come un bambino, verso l'armonia del Cielo e della Terra che nessuno intrigo infesta, che nessuna menzogna corrompe, che nessuno interesse irregolare sporca.




Stanza 18 del Tao-Te-Ching




Quando lazione conforme al principe si sparpaglia,

la giustiza umana e la bonta si inventano,

poi con esse la prudenza e lo scibile, che degenerano in politica




Più creiamo di intermediari per imparare a vivere, più dipendiamo dai valori culturali, politici, religiose, sociali, più confondiamo le piste della questione essenziale che diventa problèma se c’allontaniamo di quest’ultima : ricollegarsi all'universo, agire conformemente ad un’ armonia trascendente. La creazione stessa dei valori umani è artificiale, poiché non conduce alla grande immagine, alla via. È dunque tanto semplice di andare alla via non tenendo nessuno conto dei valori ambientali. Forse Laozi si rifarebbe ad un'età dell’ oro di cui deplorava già la perdita. Cercava di spiegare l'insieme delle realtà sociali, potere ivi compreso, come una decadenza. Nessuna sorgente storica conferma tuttavia un'epoca dove gli individui avrebbero seguito spontaneamente la via, senza avere bisogno di giurisprudenza, di governo, di legge. Tuttavia, questo stato originario, o questa età dell’ oro futuro, comincia bene coll’'abbandono (interiore) delle norme sociali e l'adesione, anche sfumata, in mancanza di essere femminile, ad una ricerca del Cielo e della Terra.

Preciso che la traduzione che do sopporterebbe alcune modifiche parallele, perché il Tao-Te-Ching è concepito come un rebus, suscettibile di permettere a ciascuno di esercitare la sua intelligenza personale. Questo esercizio in un quadro tradizionale è molto differente della traduzione mentale generalmente effettuata per le versioni francesi. È probabile che una pratica assidua del Taï-Chi, o dello Yi-King, per esempio, permetta una risonanza migliore col mio lavoro, perché è finalmente pretenzioso di volere comprendere questa traduzione, se il Sé non è preparato da alcune evidenze largamente evolute nella cultura cinese iniziatica. Il tema della complementarità dei contrarii costituisce la fondazione della filosofia cinese, ed egli merita di essere approfondito. È probabile dunque, se questo lavoro rievoca un interesse nuovo, che i lettori completano il loro approccio, per una migliore comprensione, iniziandosi ad altri sorgenti taoiste. In ciò che riguarda il contenuto dell'esperienza mistica che Laozi rievoca, possiede di numerose analogie con gli stati di coscienza superiore descritti tanto bene in Oriente che in Occidente. Il ricercatore spirituale non taoista scoprirà l'universalità del messaggio di Laozi dunque, e il mio ruolo è di fargli comprendere che nella Cina vecchia, l'armonia prevaleva sulla trascendenza. Ma l'armonia che rievoca il Tao-Te-Ching è difficilmente accessibile, poiché esige una pratica radicale, contro le invenzioni culturali umane. La trascendenza riguarda piuttosto la qualità della via a seguire che la sua conclusione. La conclusione è conforme alla natura celeste della relazione Yin/yang, e la nozione di trascendenza, così esemplare per l'Induismo ed il Cristianesimo, è abbordata sempre in modo indiretto, o, contrariamente, a modo così concreto, con i suoi risultati corporali, che si può immaginarsi che è assente. Ma soltante il modo di parlare della stessa cosa, la non permanenza del Sé che si accompagna della non permanenza delle abitudini, cambia.

Questo lavoro espone dunque come il genio della Cina ha potuto parlare delle cose più sublimi guardandosi costantemente un punto da vista pratica, politica, e metafisica, di dove il discorso filosofico è assente. Questo è anche perché ogni intenzione filosofica è esclusa che si libera del Tao-Te-Ching, attraverso una trama ripetitiva, (il comportamento volgare, l'atteggiamento del saggio, la funzione dell'imperatore e la questione dell'autorità sociale), una potente concezione dell'esistenza che non deve niente all'invenzione astratta. Le nozioni sono sempre annesse agli esempi, le qualità a ciò che permette di vivere, e questa fattura sconcerta lo spirito occidentale, goloso di argomenti, avido di polemica o di dialettica. La traduzione francese non avvicinerà mai di molto vicino il rebus con nuovi sviluppi che costituisce il Tao-Te-Ching. Ma sarebbe ancora più fastidioso di apprendere il cinese.

Se il senso trascende la forma, se il significato prevale sul significante, di cui sono sicuro, questo libro permetterà a ciascuno di comprendere quanto la verità spirituale è un fatto universale, ed a che punto è, per definizione, in margine del discorso ufficiale.











La padronanza di sé non è un combattimento selvatico

contro il soffio vitale

che lascia sentire che è un avversario.

Il desiderio dominato senza essere acquietato

si vendica ed ottenga la vittoria mentre egli sembra conquisto.




La padronanza di sé non è l'asservamento del pensiero

che lascia sentire che lo spirito è un avversario.

Lo spirito controllato odia tutto ciò che rigetta

teme il femminile e paventa l'abbandono,

giudica per preservarsi ed invoca dei principi iniqui.




La padronanza di sé non è la semplice conformità

alle leggi naturali, poiché i contadini, da loro stessi,

non praticano il non-agire.




La padronanza di sé interroga l'azione,

poi l’abbandona e giunge allo spirito immobile,

conforme al principio.

Ciò che resta immobile nel movimento

sfugge all'emozione.

A difetto di potere descriverlo,

parecchie immagini lo raffigurano,

ma nessuna lo contiene.

Il senza-forma non si chiude,

il vuoto non è il contrario del pieno

il non-agire non può essere rubato.







Commento della seconda stanza




Il dominio dell'istinto è un raggiro per gli individui volontari a cui gli appetiti fisici pongono dei problemi. Unica un'inspirazione tenace permette di vivere senza preoccupazioni maggiori un'astinenza totale di piacere, sessuale, gustativo. Il dominio dell'istinto è spesso una tappa preliminare per finirne in particolare con la compiacenza emozionale, per passare ad una vita più profonda, particolarmente per gli uomini, nei quali la sessualità può tirare le preoccupazioni "verso il basso". L'astinenza diventa naturale nei mistici talvolta, è normale e forse più facile di rispettarla a partire da una certa età. Quando è troppo difficile di rinunciare, è forse meglio ritornare indietro, riannodare con una vita sessuale che è anche una vita affettiva. È probabile che il Taoismo sia potuto essere riduto in Cina ad un insieme di procedimenti di lunga vita, comportando delle formule segrete di rigenerazione per il soffio, degli esercizi sessuali speciali, parenti stretti dei riti tantrichi propri allo Shivaismo. La questione della sessualità è più difficile a decidere nell'etica spirituale, ed essa è risolta spesso dal progetto di addomesticare l'energia sessuale, con le due vie tradizionali opposte, la castità assoluta supposta conferire dei poteri, e la sessualità magica, supposta conferire l'immortalità, o la longevità. Entriamo nel campo infinitamente controverso del risveglio della kundalini e del Tantrismo. Nel Taoismo di Laozi, è chiaro che dare troppa importanza alla sessualità allontana dalla via, poiché questo è darle uno statuto privilegiato, non fosse che lottando contro di essa.

Questa lotta dello spirito colto contro lo spirito naturale rinforza forse la resistenza dell'appetito sessuale, mentre questo diminuirebbe se l'essere tutto intero fosse dedicato alla via. Occuparsi di una cosa per abbassarla, è aumentare necessariamente la sua importanza, e questo principio della trasformazione di un contrario nel suo opposito è il leitmotiv del libro.







Tao-Te-Ching, capitolo 12




È perche il santo si occupa del ventre e non dellocchio







Il ventre rinvia ai bisogni gestiti dalla Terra, di ordine fisico come l'appetito e la sete. Persistono nella natura del santo, perché sono totalmente naturali. I bisogni dell'occhio rinviano ai desideri culturali, a quelli che lo spirito anima bramando. A questo titolo, l'idea stessa di dominare la sessualità, per un artificio culturale qualsiasi, un procedimento, sembra essere esclusa totalmente dell'intenzione di Laozi. Sembra sottintendere che l'abbandono dei desideri dello spirito sia sufficiente per scoprire quale relazione intrattenere col ventre. È molto chiaro che lussuria, seduzione, appartengono all'occhio. Forse esiste una sessualità fisica, un appetito sessuale suscettibile di essere saziato senza eccitare i desideri dell'occhio. Forse che il bisogno sessuale si attenua appena si abbandona molte cose che vanno con esso, l'idea di una felicità, della libertà, la concezione che il piacere è indispensabile, ciò che erotizza il bisogno fisico propriamente e l'aguzza artificialmente.

Forse la sessualità non fa parte del ventre, ma semplicemente dell'occhio ? Non c'è risposta chiara a questo argomento. La mistica pura lascia sentire che la sessualità può essere abbandonata totalmente, soprattutto in Oriente. La corrente attuale, basandosi sulle scoperte dell'inconscio, prova contrariamente ad incorporarlo in una visione d’insieme dell'individuo. È molto probabile, una volta di più che nessuno sistema sia infallibile. Se il distacco non è sufficiente, l’addomesticamento dell'istinto è una lotta contro la Natura, contro la Terra, e diventa un eccesso, un pregiudizio, rinforzando le dualità interiore, dunque. È più probabile che un abbandono dei desideri dell'occhio trascina automaticamente una temperanza positiva, ed una frugalità meravigliosa.

Non è il ventre che si deve attaccare frontalmente dunque, ma l'idea stessa di sé, quando è fondata sui desideri dell'occhio, l'ambizione, la brama, l'altezza sociale, l'accumulo delle ricchezze, il prestigio, e tutto l'insieme dei miraggi che le istituzioni suscitano per assorbire l'energia che si potrebbe canalizzare direttamente verso il Cielo e la Terra, e la comprensione della loro reciprocità.

Degli autori occidentali hanno avvicinato maldestramente questa verità, come Gian Giacomo Rousseau, e c'è nel Cristianesimo monastico una diffidenza intrattenuta nei confronti al mondo. Ma si ritrova dentro al monastero gli archetipi sociali che si fugge, le costrizioni, le gerarchie, i giudizi, ed io dubito che i monasteri, cristiani o altri, permettono veramente un'accelerazione dell'evoluzione spirituale, e che corrispondono alla mentalità dell'avvenire.













Questo spirito immobile è il solo segreto.

Egli celebre il matrimonio del rumore e del silenzio,

del movimento e dell'immutabile.




È perché rimane no-raggiunto

che gli uomini s’ingegnano a cambiare

le apparenze delle cose,

ed è la guerra che li trasfigura col più di scoppio.




Ciò che è al riparo dalla guerra e della pace

è lo spirito immutabile, contiene al posto di agire

ed afferra il movimento rispetto al riposo,

e l'inazione rispetto all'azione.




Ecco perché la via segreta è quella del non-agire

  è una via perché cammina,

ma non agisce, perché non proviene

né della volontà né dello spirito.










Commento della stanza 3




Lo spirito immobile, che il saggio finisce per scoprire alla fine della sua ricerca, è simile al principio Tao. Invisibile per le persone ordinarie, ne deducono che non esiste. Al posto di cercarlo, si dedicano alla trasformazione empirica delle cose che non riposa su nessuno principio. Queste trasformazioni empirice si sviluppano a partire dalla concorrenza e della rivalità delle opinioni e degli interessi. La guerra è la conclusione organizzata del cambiamento apparente delle cose. Con scoppio, terrore, intensità, sembra cambiare il corso della storia, ma il principio non ha mosso, e l'azione vera, TÖ, non avviene

La via segreta, o azione segreta, è quella del non-agire, che conserva le cose nel loro stato. In questo modo, non c'è speranza, dunque non ci sono illusioni. Non c'è dunque di dinamica artificiale, inventata dallo spirito, nessuna guerra, nessuno proselitismo, nessuno giudizio.




Si trova nel Tao-Te-Ching, al capitolo 41, una visione analoga :




L'azione trascendente è simile al principio che dà la vita, ed alla sua manifestazione che sviluppa e protegge, intrattiene e sovrasta tutti gli esseri.

Il principio non accaparra gli esseri che fa nascere, i loro atti si producono senza che li sfrutta, si sviluppano senza essere costretti di seguirlo.




È in effetti la libertà stessa dell'uomo che crea la sua perdita. Il principio non esige di essere riconosciuto, non costringe nessuno alla via. Gli esseri umani ne approfittano per inventare dei valori, degli artifici che colmano il loro spirito sfrenato. Il ritorno al principio non può farsi che nell'abbandono esauriente delle creazioni dello spirito umano. Lo spirito naturale si ritrova allora se stesso, e cessa di fabbricare delle opinioni, dei desideri, delle ambizioni, delle tattiche di appropriazione del reale. Laozi insiste su una qualità indispensabile per tornare all'azione autentica : l'umiltà.




Capitolo 39




Ciò che si alza riposa dignitosamente sulla modestia, la semplicità, l'umiltà.

È a buon diritto che l'imperatore ed i principi amano a denominarsi : degli abbandonati, degli incapaci, dei vedovi

Più difficile è di rinunciare alle decisioni dello spirito colto, avido di attaccare degli scopi gratificanti ai desideri sociali, per immaginare la via. La volontà personale dipende troppa da una visione soggettiva per permettere l'accesso al non-agire che non dipende dall'accanimento della vitalità a giungere al suo bersaglio. La via, la grande immagine, è troppo ampia, troppo larga per diventare il bersaglio dell'intenzione dello spirito, o di quella della volontà

A difetto di determinare la padronanza di sé coi valori positivi, poiché è di un altro ordine che quello che lo spirito colto può immaginare, dicendo ciò che essa non è, certe false piste sono enumerate.

Una volta di più l'autore oppone due sistemi contrari, affinché non si deduca dell'invalidità di uno, la validità dell'altro. Lo spirito controllato si appoggia su delle regole per evitare certi comportamenti, al nome del Male, e favorirne di altri, al nome del Bene. Niente prova che solamente il Bene sia il bene celeste, conforma al Cielo, niente prova che solamente il Male sia il male. Ma un'identità morale può così crearsi, fabbricata sopra un'obbedienza di principio ai valori arbitrari. Lo spirito controllato si rivolta in un modo o nell'altro, e si affonda in un eccesso, ad un momento o ad un altro. L'elasticità dello spirito ha dei limiti, e se si allontana troppo del suo stato naturale, quello che è così difficile ritrovare per guadagnare la via, è il Tao che sancisce l'allontanamento, fabbricando un'identità aberrante. Il fanatico, il giustziere, il falso predicatore, il moralista, il prete o funzionario zelante che vive soltanto per applicare i suoi principi e ci sottomettere gli altri, ha controllato il suo spirito, appoggiandolo su dei valori istituzionali.

Rappresenta la perfezione dell'ingiustizia, l'uomo separato dall'origine ma trionfante nella sua prigione mentale.




Si trova nel capitolo 38 del Tao-Te-Ching delle considerazioni analoghe :




Ciò che non agisce è al di sopra dell'azione, ed è l'azione reale.

L'azione inferiore è conforme alle azioni ordinarie, e così non è più l'azione, ma un palliativo.

Al di sotto, l'azione si manifesta senza scopo,

Sotto, agisce e si suddivida creando degli scopi.

Ciò che è al di sopra della bontà agisce senza scopo

La bontà e la giustizia sono al di sopra dei riti e possiedono già degli scopi.

Le convenzioni superiori agiscono esigendo che si conforma ai loro scopi,

ed esse vengono in conflitto con le inclinazioni degli esseri.




È evidente che questo versetto si scosta dell'etica confuciana, letteraria e mondana.













La pace proviene dal contatto con l'immutabile,

la guerra dei turbini continui dello spirito.




I saggi non sollevano di esercito,

le ambizioni sognano di prendere il potere.

I saggi rigettano gli intrighi,

gli ambiziosi li venerano per esercitare la loro arte.




Ricercare la pace, anche ingenuamente,

è il segno della chiamata della via.

Ricercare la guerra, lasciando la violenza installarsi in sé,

è il segno dei tumulti.

Gli affronti che si ricerca e le offese che si suscita

fanno una deviazione del cammino senza fondo.

Questi due atteggiamenti contrari

permettono allo spirito di placarsi :

quello che si dedica all'illimitato

scosta risentimento, gelosia, invidia.

Quello che si vota all'errore scosta l'armonia e la conciliazione,

e si nutre delle brame e dei desideri del suo spirito.




Quello che evita tanto il cammino del senso

che la strada della sua propria glorificazione

dipende dai potenti e delle circostanze e possiede solamente delle opinioni.

Gli avvenimenti fabbricano la sua vita,

ed egli subisce una mescolanza di azione e di non azione

troppo confusa per desiderare il principio.













Commento della stanza 4




La pace proviene dal contatto con l'immutabile, vale a dire col principio. Ne è la conseguenza, e essa corrisponde a ciò che altre tradizioni chiamano samadhi, satori, nirvana, silenzio integrale. È una pace interiore che si distende al sistema nervoso che non abolisce le preoccupazioni nei confronti al mondo, e che è, al contrario, un trampolino verso la compassione, sgrassata di ogni sensibilità malsana.

La guerra è al contrario il risultato stesso dello spirito che turbina, segue i suoi desideri, crea delle invenzioni. Più lo spirito moltiplica i sistemi di pensiero, più ciascuno ha delle probabilità di identificarsi ad un sistema. Egli cade allora nell'impegno superficiale, la rivalità, e finisce per immaginarsi che tutto è buono per fare trionfare la sua causa, il suo ideale, la sua morale, i suoi principi. La guerra è là da un lato inevitabile, come la pace per cui cerca la via ritirandosi, è inevitabile dell'altro.

L'autore sembra non caratterizzare la via, e questa può sembrare esigere numerosi sacrifici. Paragonata agli altri due modalità che si offrono all'essere umano, è finalmente più ricca di soddisfazioni. Per risolvere il conflitto originario della coscienza, la tentazione tra il bene ed i mali, certi si lanciano nel tumulto, soffocano la via, gonfiano la loro ambizione, i loro desideri, e possono vivere con soddisfazione, purché la via non li richiama mai all'ordine. Il rimorso, il pentimento, il dubbio, il ritorno indietro, romperebbero presto pericolosamente il loro movimento. Questa via, piacevole in principio, diventa tortuosa in seguito, è quella dell'inghiottimento. I desideri si moltiplicano ed asserviscono lo spirito a forze di volere ottenerli.

La condizione più diffusa non sostiene il paragone: l'essere è spinto di dispiacere in gioia passeggera, gli avvenimenti decidono per lui, e come non sa né abbandonarsi alle sue passioni né abbandonarsi alla via, il suo spirito si appesantisce per un contatto aleatorio con l'emozione. Egli soffre di non prendere posizione, né per abbassarsi fino alla via, senza rivendicare niente, né per gloriarsi dei suoi propri desideri, nello scopo di arrampicare sulla sua propria scala.

Certi sviluppi del Tao-Te-Ching lasciano intravedere che quelli che non scelgono, in un contesto appropriato, (dove lo spirito colto non dominerebbe), potrebbero volgersi verso la via.







Capitolo 37




Se il principe ed i signori governavano senza agire del loro proprio capo

gli esseri ridiverrebbero perfetti, (come nella natura originaria)



Basterebbe allora reprimere le loro reazioni per abbandonare questo nuovo stato

ricordandoli ogni volta alla natura che non può essere nominata.




Il fondo di questa natura è suscettibile di evitare i desideri.




Lo stato si governa di se stesso

quando l'assenza di desideri restituisce la pace generale.




Mi è impossibile sapere ciò che Laozi intende per « reprimere le reazioni », ma rievoca la possibilità di movimenti regressivi, deboli, mentre l'ordine naturale s’installa, come remanenze ed estreme resistenze dello spirito colto. Questo versetto incompreso, con alcuni altri, è all'origine del mito secondo che il Tao-Te-Ching sarebbe meno anziano di ciò che si pretende, e difenderebbe la visione dura, di tendenza fascista, di una dinastia al potere. È fuori discussione d’istupidire il popolo, ma di lasciarlo nel suo stato naturale, senza costringerlo. Del resto, appena lo stato, (o l'impero), s’immischia di educare le masse, chiede talmente di cose in ritorno che il popolo intero è asservito. Se l'istruzione deve asservire, se diventa il cammino privilegiato della manipolazione, tanto lasciare il popolo nel suo stato naturale. Il contadino che s’interessa davvero alle Lettere imparerà a scrivere, sarà naturale. Quello che il lavoro al campo colma, non sarà obbligato a cambiare la sua etica per adeguarsi maldestramente i valori dello spirito colto, e cadere nell'appetito dell'occhio.

Sebbene possa sembrarci paradossale che un saggio non sia favorevole allo sviluppo urbano delle masse, né favorevole all'istruzione, la sua visione permette di liberarci dei nostri propri pregiudizi occidentali, i più interventisti della pianeta Terra. Il colonialismo non mi sembra personalmente una riuscita, e ciò che abbiamo portato, in particolare all'Africa, è oggi dubbio. Niente prova che senza l'intervento "bianco", l'Africa sarebbe oggi più povera. Sarebbe tradizionale, libera, e soprattutto non sarebbe obbligata ad allinearsi sull'economia occidentale che favorisce le disparità, crea delle mégalopoli inquietante, mentre le materie prime continuano di essere legalmente saccheggiate dai paesi ricchi. Se si prende l'esempio del comunismo, immischiarsi di tutto dal centro politico ed ideologico, conduce alla catastrofe. Gli individui non vivono più né per la loro terra né per loro stessi, ma per un regime che li sorveglia sotto pretesto di educarli.

Prima di giustiziare Laozi, darsi a fare della geopolitica, dunque. Quando si sarà compreso l'indebitamento del Terzo Mondo che si è costretto a seguire i nostri valori, quando si sarà afferrato la difficoltà di ristabilire un'economia di mercato nei paesi dell'èst, si accetterà forse la visione di Laozi : chi siamo, per mischiarci di ciò che non ci guarda, portando il Progresso?




È una questione che riguarda l'Europa che si immischia di tutto da tre centesimi anni, e che ha sognato anche di dominare il Mondo. La maggior parte dei problemi contemporanei provengono dalla nostra volontà accanita a sottomettere le cose, ed anche la Natura, ai nostri capricci. C’è in questo movimento il genio stesso della razza bianca, ma il suo eccesso di iniziativa l'obbliga sempre a pagare dei contraccolpi inattesi.

In quanto all'istruzione, dovrebbe essere il modo di ricollegarsi al Cielo ed alla Terra, ma non può essere iniziatico che alle epoche particolarmente luminose. L'India delle origini stipulava che si poteva cambiare di casta, accedere a la più elevata per esempio, quella dei bramini, se il desiderio di apprendere le Scritture prevaleva sugli altri desideri. L'Egitto ha voluto mantenere molto tempo, parecchie migliaia di anni, un'istruzione solare. La democratizzazione del sapere è un fenomeno storico recente, sorgente di numerosi problemi di società, come il clivaggio e la suddivisione tra categorie sociali. Il sapere per tutto è un'illusione, e le ultime statistiche provano che le classi agevoli rimangono particolarmente favoreggiate per trasmettere lo scibile. Alcuni conclusioni s’impongono che nessuno ha studiato proprio finora, come il recupero dell'istruzione per l’ambiente sociale.

In quanto al beneficio puro dello scibile per l'edificazione dell'essere, nessuna norma s’impone. Certi individui l'utilizzano per evolversi, e sviluppare l'intelligenza nei confronti al Tutto, altri vedono nello scibile un strumento limitato, favorevole a sviluppare le loro proprie ambizioni. La maggioranza l'utilizza male, perché non è ricollegato a nessuna visione cosmica della realtà, ciò che lo mette artificialmente in concorrenza con la religione, e finisce di dividere l'individuo che si separa dei differenti aspetti dalla sua intelligenza e della sua riflessione.

Lo scibile specializzato non iniziatico può essere tenuto in parte per responsabile di numerose perversioni moderne catastrofiche. Ha consolidato definitivamente il culto del profitto su dei dati culturali. Esso stesso, naturalmente, è solamente la proiezione di una mancanza di interesse certo per le questione profonde.

I capitoli a risonanza politica sono sfuggiti totalmente quasi alla totalità dei traduttori, e hanno permesso che s’inventa su Laozi differenti miti. Avrebbero potuto chiarirsi gli uni cogli altri a partire da un senso comune che li caratterizza, ma l'incomprensione di uno solo, in particolare il capitolo 57, getta del discredito sull'insieme del tema dello stato.







La rettitudine della legge permette di governare,

l'abilità di guerreggiare,

ma è il non-agire che conserva l'impero.




Di dove mi proviene questa certezza?

Di ciò che enuncio :

Più le armi si sviluppano, più il disordine aumenta.

Più le invenzioni si moltiplicano, meno la loro utilità appare.

Più i reati sono repertoriati, più i ladri aumentano.







Laozi si pronuncia altrove anche contro l'ingerenza dello stato negli affari del popolo. Se si pensa al crollo del comunismo, c'è molto a meditare sul Taoismo di Laozi incompreso per gli intellettuali paternalisti che pensano che disprezzava il popolo (capitolo 5), e voleva lasciarlo senza istruzione (capitolo 65).










Capitolo 5




Il Cielo e la Terra non hanno sollecitudine

per gli esseri che producono,

e che trattano come cani di paglia.




Conformemente al Cielo ed alla Terra,

il saggio non esercita la bontà sul popolo che egli governa

e lo tratta come cani di paglia.




I cani di paglia sono degli oggetti rituali, bruciati dopo il loro ufficio che consiste a liberare degli spiriti malefici. È questo capitolo che ha distrutto la reputazione di Laozi, con alcuni altri versetti analoghi che sviluppano una visione estremamente profonda, raramente praticata in politica : lo sviluppo naturale della società, senza propaganda dei valori del Potere.
















La vendetta e l'indifferenza sono nate dello stesso padre.

La vendetta rilancia le offese subite,

l'indifferenza condanna la curiosità.

Il saggio non ha nessuna vendetta a compiere e si occupa di tutto.




Siccome prodiga dei consigli, senza violenza,

lo si giudica indifferente, irresponsabile, lontano dagli affari del mondo.




Ma è perché comprende tutti gli intrighi

che non prende posizione,

è perché riconosce la verità,

anche infima, di ogni comitato,

che non s’iscrive da nessuna parte.




Non essendo né conservatore, né rivoluzionario, lo si giudica lontano dalla politica.

Non essendo né anarchico, né riformatore,

si pensa che manca al suo dovere.

Ma è il solo a conoscere la politica del Cielo

che si allea alla Terra cancellando le piste del suo disegno.










Commento della stanza 5










Il saggio per definizione è incompreso. La vendetta lo ha lasciato perché la reazione non lo caratterizza più. Sotto l'apparenza dell'indifferenza, è sensibile ad ogni cosa, perché la via gli mostra che niente è diviso. I suoi pareri sembrano delle semplice opinioni. Così, non costringe nessuno a seguirle.

Persuadere gli sembra un artificio femminile, convincere un artificio maschile.

Tutto il suo atteggiamento può essere criticato continuamente, perché aderendo a tutto, non aderisce a niente di particolare. Non difende una visione privata, e si può immaginare anche che è un uomo ordinario. Non ha lo sfolgorio del letterato che comprende gli artifici delle cose senza egli stesso staccarsene, né l'ambizione di condurre il mondo, o di servire l'impero. Se lo fa, è senza intenzione, conformemente al principio che non ha scopo.

Installare una via che venga a capo dello spirito colto, sembra essere la preoccupazione dell'autore del Tao-Te-Ching. Molti capitoli ritornano regolarmente a parlare del comportamento dello stato, come se rievocava la nostalgia di un ordine decaduto. Ritroviamo un'analogia tra ciò che dovrebbe essere il governo dell'impero ed il modo di cui il saggio si comporta, al capitolo 58 :




Governare semplicemente, senza immischiarsi del popolo,

ed il popolo compisce delle azioni giuste.

Governare con politica, immischiarsi di tutto,

ed il popolo non sa più comportarsi.




La felicità proviene dalla disgrazia che si spegne,

la disgrazia cova sotto la felicità.

È molto delicato di adocchiare il rivolgimento del principio.

Per molto, il mezzo è assente.

La rettitudine esagerata diventa una mania,

mentre negli altri, un eccesso di bontà li perverte.




Il saggio è giudicato lassisto per l'uomo eminentemente morale, maschile, appeso ai suoi principi che l'inaridiscono e lo strutturano strettamente, dello stesso modo che un essere troppo femminile, "troppo buono", può criticare il suo distacco.

Laozi tiene a smarcarsi del settario impeccabile, probabilmente legato all'idea di trasmettere una morale, un insegnamento, una "verità", e dell'uomo troppo tenero, sfruttato dai deboli, e che favorisce così i parassiti.

Se l'uomo "troppo buono" non è una minaccia su scala ridotta, sarebbe disastroso per l'impero se lo governasse. Il vero padre dell'impero è il principio che non agisce, non un sovrano che vorrebbe incaricarsi di tutte le miserie del popolo, prima che questo richiede la sua attenzione.

Laozi aggiunge quale è l'atteggiamento del saggio che non fa scattare delle emozioni intempestive, probabilmente per ristabilire, per quanto possibile, lo spirito naturale, non colto, capace di afferrare i principi :




Fine del capitolo 58




Ecco molto tempo che gli uomini si sbagliano su quest’argomento.

Il saggio, al contrario,

rimette le cose al loro posto senza costringere

illumina senza abbagliare, è diritto senza essere secco.

Chiamato in causa, replica senza umiliare.










Il saggio non condanna le istituzioni,

perché sa che sono necessarie.

Non le approva, perché sa che sono imperfette.




La sua visione è troppo sottile per persuadere i conquistatori,

e troppo semplice per convincere i filosofi.




Il saggio, perché conosce la via,

sembra non parlare di niente di concreto

quando chiama i principi delle cose.

Lo si prende per una nuvola,

la nuvola conosce meglio il cielo

che un principe o che un filosofo.







Commento della stanza 6




La visione della grande immagine è lunga ad ottenere, ed i conquistatori o governatori non hanno la pazienza di aspettare di scoprire il principio che rivela la via del non-agire, per condurre i loro affari. Il saggio sottomette una visione sottile, poiché l'azione ordinaria che caratterizza lo Stato ed il suo esercito, non è presentata come una buona iniziativa. Tanto avveduti che siano, i consigli del saggio possono inserirsi difficilmente in una politica imperiale. Egli non può fidarsi neanche sui filosofi (non taoisti) per fare conoscere i benefici della grande immagine. Quelli che esercitano il potere trovano debole la visione suprema, perché sono incapaci di immaginare che il principio stesso sia accessibile, e, per di più che sia l’oblio di sé che vi conduce. Il loro spirito è dominato dalle miriadi di prerogative personali che si affrontano, intensificano il sentimento dell'Io, ed esagerano il potere dell'intelligenza.

Il discernimento non è la scelta permanente di notizie contraddittorie, ma l'intuizione senza faglia di ciò che annette alla via, e di ciò che l'allontana, per se stesso. Questa pratica finisce all'ultimo versetto del capitolo 77 del Tao-Te-Ching che raggiunge esattamente gli aforismi più popolari del Bhagavad-Gîta, e conferma una delle nozioni essenziali dell'induismo :




Il saggio conforme al principio agisce senza agire

senza aspettare di realizzare un scopo.

Influisce, senza attribuirsi l'influenza.

Compie senza considerarsi l'autore dell'opera.

Egli è oscuro e così non pretende alla saggezza.




Egli conosce la politica del Cielo, perché non sciupa la sua intelligenza ad arbitrare maldestramente le passioni umane a partire dalle sue proprie passioni.

L'uomo attirato dai tumulti sociali impara a conoscere i meccanismi degli intrighi umani. Voltato esclusivamente verso la restituzione dello spirito naturale, il saggio scopre finalmente l'inanità delle leggi, dei codici, delle morali che non hanno per scopo che di palliare la mancanza di armonia tra gli uomini, e di normalizzare i loro conflitti.

Il Cielo contiene al contrario un principio segreto, sprovvisto di ogni forma e di ogni azione. Indescrivibile, si avvicina di ciò chiamandolo vuoto, ma è sfigurato già, tanto che per le caratteristiche di nulla, o di non-essere. Questo Cielo non avendo genesi, è inutile risalire il tempo per scoprirlo. È concomitante al tempo ed all'assenza di tempo. È il mozzo della ruota, che non gira.

Non si può scoprire il centro immobile di ogni cosa, eccitandosi alla periferia degli avvenimenti che trascinano lo spirito nel fascino del divenire. È anche il fascino del futuro che spinge gli Stati in numerosi passi inutili e splendenti, e li impedisce di mantenere e di preservare le strutture già soddisfacenti.

Le democrazie non sfuggono alla regola, rimangono incapaci di prevedere nei loro investimenti ciò che è necessario al mantenimento del servizio pubblico, mentre le curve demografiche sono state innalzate. In compenso, delle spese suntuarie alimentano le piccole immagini dei futuri gratificanti, che si cerca di appropriarsi con golosità e superbia. Lo spirito colto anticipa per fuggire il Tao, e normalizza con speranza delle domande che rifiuta di prendere in esame. La terribile superstizione dell'avvenire galvanizza continuamente lo spirito colto, innamorato dell'iniziativa, appassionato di costruire, ubriaco di progetti che crede promettente.

Ma certi problemi rimangono endemici, perché nessuna novità artificiale, risplenduta, imponente, non puo risolverli. Sono questi problemi che si dissimula dietro i continui progetti di avvenire che mascherano la loro permanente attualità.

Solo lo spirito naturale, perché rinuncia a spiegarsi sempre nelle cose ad ottenere, le fini alle quali giungere, è suscettibile di lasciarsi penetrare per le immense onde del Cielo e della Terra.

Nella sospensione dell'attività, del progetto, del desiderio, nasce il sentimento di una ramificazione senza limiti alle origini dell'universo.

Quando questa chiarezza si installa, molti scopi vecchi si sciolgono, perché appare chiaramente che il loro ruolo era di colmare una mancanza.

Quando il vuoto del Non-agire riempe tutto l'essere, l'individuo sa che appartiene a un ordine vasto, ampio, profondo, senza paragone con gli imperativi sociali, i doveri civici, le costrizioni collettive, le identificazioni religiose, le competenze gerarchizzate. Niente prova che il non-agire sia superiore, finché non è stato trovato, ed è essenzialmente per questa ragione che i valori sociali continuano di impossessarsi tanto facilmente delle intelligenze individuali. Persuadere l'uomo che è un cittadino prima di essere un individuo cosmico, tale è il discorso dell'istruzione. L'istruzione non è innocente. I piccoli neri recitavano ingenuamente c'è poco tempo ancora: i nostri antenati i gallici...










Nessuno cerca di diventare un saggio,

perché il saggio non indica come agisce.




Se diventare saggio, era l'arte di corteggiare i principi,

di numerose scuole di saggezza

rivaleggerebbero nelle capitali.

Se diventare saggio, era di comandare al tuono ed alla pioggia,

anche i letterati più colti

cercherebbero a dominare gli Elementi.

Se diventare saggio, era vivere senza mangiare,

I più poveri e gli avari cercherebbero un padrone di saggezza.

Se diventare saggio, era raccogliere degli oboli

raccontando i ricordi degli antenati

molti oziosi inventerebbero meraviglie.




Nessuno sa caratterizzare la saggezza,

nessuno se ne preoccupa.

Ciò che essa dà essendo inestimabile,

la via per ottenerla è senza prezzo,

il saggio non sa parlare di ciò che fa,

perché agisce al di là dei contrarii.




È impenetrabile.

In ciò, è conforme alla via.










Commento della stanza 7




Il saggio è inimitabile, ed è perché poche vocazioni esistono. La testimonianza stessa del saggio diventa altro, appena la Cultura la ricupera per approprirarsela. Gli si attribuiscono delle intenzioni, il che è falso, poiché agisce senza scopo. Il volgare non comprende che alla cima, si accontenta di testimoniare. Il volgare ama lo scoppio, la certezza lo rassicura, il movimento lo rinforza nella sua visione ordinaria delle cose. Ciò che nessuno scusa al saggio, è di avere trovato l'immutabile. A bene rifletterci, è di una tale pretesa che si deduce di questa cosa che il maestro dell'immutabile, se egli è ciò che pretende essere, deve potere fare dei miracoli o delle predizioni, guarire ed alleviare. Ma il suo ruolo non è di fornire dei palliativi.




Se la sua testimonianza è eccellente, basta per incitare dei ricercatori a volgersi verso la via.

La via non è forte, è un abbandono femminile, è un dubbio fondamentale sul valore della volontà personale, (quali scopi essa serve?) e sul valore dello spirito colto, e dunque di tutte le sfere dove le invenzioni umane brillano: politica, filosofia, religione, diritto.

Gli interventi umani sul corso delle cose vogliono imporre delle leggi, e tutti gli individui patiscono di ciò che il loro clan inculca loro.

È una mancanza di agilità drammatica che impedisce che lo spirito crescesse seguendo il corso degli avvenimenti che si presentano. Sono giudicati artificialmente, ricercati o respinti in funzione di tabelle di cui l'evidenza si è persa. Se è incerto, le risposte sono evasive : è la costume, è la legge, si è fatto sempre così, ciò non si discute.

La semplicità essenziale che si adatta di ciò che si presenta e tratta situazioni ed avvenimenti in essi stessi, e non rispetto ad un codice morale, sociale, si è persa. Lo spirito umano non sa fare fronte, gli occorre degli quadri precisi, per segnalare la volontà individuale, e sottometterla agli ideali arbitrari che servono solamente una costume, o una classe privilegiata. Peccato che non si sappia prendere più esempio dall'acqua che si adatta a tutto ciò che incontra senza perdere la sua natura essenziale.







Il capitolo 78, uno dei più conosciuti, ne vanta i meriti :

Che cosa c'è in questo mondo di più malleabile che l'acqua?

Nessuno può resistere alla sua azione

niente non la supera per scavare la pietra,

niente la sostituisce.




Se il resto del lavoro è male compreso, questa strofa sembra indicare come Laozi predichi la noncuranza, questa famosa trascuratezza più vicina all’ignavia che alla sottomissione completa ad un Ordine trascendente. Non si tratta di predicare l'estinzione morale, né un tipo di scetticismo aristocratico. E se non si cerca di agire sul mondo, non è per pigrizia, ma per intelligenza: la nostra azione, a priori, non migliora il corso naturale del mondo... Soltante la visione della grande immagine dà i mezzi di intervenire correttamente senza rompere l'equilibrio della natura.

Ma l'uomo, perché è un essere libero di movimenti, si lancia continuamente verso differenti oggetti di desiderio, ed è questo slancio continuo che destabilizza l'equilibrio del maschile e del femminile. Laozi sembra sopravalutare il femminile dunque, il malleabile, il passivo, ma è solamente per rimettere le cose al loro posto. Se l'equilibrio esiste, l'azione è conforme al principio.

È ciò che egli si sforza di dimostrare dal titolo della sua opera, e questo è semplicemente perché constata che la conoscenza del principio manca all'imperatore ed al popolo, che critica a buon diritto l'azione tagliata del suo principio, vale a dire tutto ciò che proviene dallo spirito colto.

L'acqua può essere presa come modello di un'azione senza pretesa, efficace a lunga scadenza, e che non respinge niente, poiché cola nei luoghi più bassi, senza lamentarsi del suo decadimento. Si adatta ed agisce, accetta tutto.

Si può errare di malinteso in malinteso sul fondo della sua "dottrina" dunque, se la base è incompresa. Egli mette l'intelligenza e lo spirito colto sotto la via, ed è perché arbitrariamente si fa di lui un Machiavelli.

Se è convinto che l'ingerenza del politico nel sociale deve essere ridotta alla sua più semplice espressione, per il bene di tutti gli esseri, non si può rimproverargli di essere del lato del potere. Egli è del lato della via (efficace, segreta) e disponibile per spargerla.

Ma l'imperatore ne è lontano tanto quanto il contadino.

La Cultura, l'intrigo, piuttosto di essere una scorciatoia verso la via, piuttosto di essere una predella spirituale, s’impossesa dello spirito individuale ed lo fa girare nell'eterno registro della riuscita, del potere, attraverso l'inenarrabile scala della gerarchia. A qualsiasi livello, il passo successivo è desiderabile, e per accedervi, lo spirito si corrompe con strategie attive, tattiche ossessive, piani di battaglia motivanti.

Come in queste condizioni, permettere all'intelligenza di tornare al principio, di esplorare i suoi propri meccanismi, se una passione costante l'anima e l'esaurisce affinché si proietta senza tregua sugli oggetti esterni?



La vera parola sembra un'offesa.








La via è impenetrabile,

si giunge quando smette l'accanimento a penetrarla.

L'ombra non è l'avversario del sole, ma la sua prova.

La nebbia, la notte, la pioggia, dissimulano la luce senza sopprimerla.




Lo spirito nasconde la via, la rivela

quando si abbandona

al Cielo ed alla Terra.




Abbandonarsi al Cielo ed alla Terra

è più difficile di dirigere un impero.

Il neonato di cui la fiducia è senza limiti è inimitabile.










Commento della stanza 8




Abbandonarsi al Cielo ed alla Terra è più difficile di dirigere un impero.

Qualunque sia il merito di un imperatore a governare, e l'immensità del suo compito, questo non è insormontabile, comparato all’abbandono di tutte le prerogative umane, alla oblio di sé necessario per ottenere il non-agire.

Il saggio passa certamente per un periodo di coma mentale più o meno lungo dove gli affari umani gli sembrano pallidi e superficiali, mentre la grande immagine tarda a venire a sostituire il sentimento ordinario. Se accetta il femminile, può dubitare profondamente del valore della sua ricerca, senza sapere tuttavia ritornare indietro. L’inoperosità lo spia nella solitudine, la noia lo minaccia in compagnia. Il posto che aveva non è più, ed egli aspetta senza sapere se il non-agire gli fornirà la visione del principio, il contatto con l'immutabile. Considera le domande come delle risposte, ed è in quest’oblio graduale di sè che la via si avvicina. Egli potrà rifinire il suo stato di abbandono, e anche non piu augurare giungere al principio. Al colmo dell'oscurità, il non-agire rischia di rivelarsi :




la via è impenetrabile,

si giunge quando si smette di cercare di penetrarla.




Tao-te-Ching, capitolo 76




La rigidità e la grandezza sono al di sotto,

l'agilità e l'umiltà sono al di sopra.




Non dobbiamo perdere neanche di vista che il termine impero che designa probabilmente l'immensa monarchia della Cina, ad un'epoca dove le comunicazioni tra province erano difficili e lente, vuole dire anche "il mondo." Avanzo l'ipotesi che Laozi ha giocato continuamente sui differenti significati dello stesso significante dunque, per creare un testo che rimane profondo che lo si prenda al senso letterale, o a monte. Queste letture parallele che hanno sconcertato numero di traduttori, spiegano la perennità dell'opera, ed il suo universalismo. Che esso sia un trattato politico o non, che l'autore augura o non di vedere i dirigenti praticare il non-agire, ció è immischiarsi poco degli affari del paese, una cosa è certa che è l'identità dell'impero, (matrice storica e sociale), e l'identità del mondo che trascende naturalmente ogni nazione, tutta la Storia.

Questa confusione di significati è in realtà trattata dal senso del Tao-Te-Ching: ciò che è buono per il mondo, l'autore dei dieci-mille esseri, è per estensione buono per l'impero, la società umana, e per corollario, affinché l'impero aiuta gli uomini, esso deve essere necessariamente conforme all'ordine del Mondo, che si sviluppa sullo Yin e lo Yang, a monte.

In realtà, affinché gli uomini possano sbocciare, occorre che la stessa legge si applichi alla Storia ed al mondo, e questa legge, è quella del non-agire, conforma al principio.

Si può tradurre dunque indifferentemente lo stesso termine per impero o mondo, senza tradire il più alto senso che l'autore voleva dare alla sua opera.

All'immagine del Cielo e della Terra, solo il mondo è fatto.

Affinché l'impero sia conforme al mondo, occorre che sia governato da un saggio, (conformo al principio con il non-agire) o che l'imperatore sia un saggio, e che si lascia guidare per la veda del Cielo. Si può dunque dedurre dal contenuto di ogni paragrafo se il significante rinvia al mondo, all'impero, o simultaneamente a entrambi.




Capitolo 32




Nessuno nome conviene al Tao.

La sua natura non appare, come una cosa infima,

ed è per ciò che nessuno si lo appropria.

Se i signori ed i re

potevano osservare il principio

tutti gli esseri, (dell'impero, del mondo,)

si sottometterebbero a lui.

Il Cielo e la Terra si unirebbero

per fare scendere dai felici presagi.

I popoli, senza che li si costringe,

si pacificherebbero soli.













La via non è prodotta dalla Cultura di un popolo,

se no, ciascuno potrebbe seguirla.

La via esiste presso tutti i popoli.

Pochissimo la scoprono.




Quelli che la scoprono ne parlano nei termini del loro folclore,

e gli stupidi pensano che è la costume che li ha condotti lì.

È l'errore più diffuso.




Né riti né costumi né precetti né cerimonie né liturgie

conducono al non-agire.

Ma perché si parla della via di un modo sacro,

si immagina delle cammini sacri che conducono là.

Il sacro è un'invenzione del profano.




Per quello che il non-agire illumina

il profano è sacro

ed il sacro è una prostituzione.










Commento della stanza 9




Il sentimento religioso coltivato in gruppo è falso, primario, infantile.

Sono gli esseri poco strutturati che amano il riverbero delle cerimonie, l'enfasi delle celebrazioni, e tutto ciò che lo spirito colto genera e difende. L'individuo che non sa chi è egli stesso, che ignora che egli è all'immagine del Cielo e della Terra, cade nelle maglie della rete sociale per adeguarsi maldestramente un'identità che sembra dare un senso alla sua vita. Il patrimonio culturale può obbligarlo ad identificarsi ad una religione, ad un'ideologia, ai valori del sistema politico al potere. Per adeguarsi l'individuo, le soprastrutture dominanti dispongono dei differenti mezzi per fare credere a ciascuno che operano per suo bene personale. È il ventesimo secolo che ha più esagerato questa realtà storica, partendo dai differenti sistemi antagonisti che crollano gli uni dopo gli altri. La Chiesa è in perdita di velocità sul suo proprio territorio, il santo-impero, dove essa aveva servito a cementare differenti regni rivali. Il comunismo agonizza, e solo il caso della Cina rimane particolarmente paradossale, poiché, la rivoluzione di Mao-Zedong che va contro il Tao-Te-Ching, porta dei frutti ancora incerti. Il sentimento religioso gregario fallisce, perché maschera numerosi problemi, e dunque fa tacere le contestazioni. Le prime guardie rosse spiegavano un zelo religioso, così come i primi comunisti della Russia. La persistenza della nomenklatura prova che l'uomo rimane lo stesso, con o senza ideale collettivo, con o senza religione. Si può predicare delle parole esemplari e si può sfruttare gli altri, siccome l'aveva notato già Gesù, rievocando in particolare i farisei.

Tutti possono andare nella stessa direzione e possono sbagliarsi, quando uno solo risalga la corrente. Gli esempi storici sono numerosi, di avvertimenti minoritari, non seguiti per i capi e le masse, e che hanno generato delle catastrofi. Il saggio si sottrae alla legge del numero, per scoprire un'unità essenziale ed indescrivibile. In questa unità, il sacro sembra osceno. È l'erotismo dello spirito. È il voyeurismo cosmico. Si guarda contemplare verso le altezze, riempendo che di parole vuote un sentimento di curiosità, pauroso ed attento, nei confronti al segreto dell'esistenza. È perché l'autore dice :




Per quello che è nella via, il profano è sacro,

ed il sacro è una prostituzione.




Quelli che parlano al nome del Cielo e degli antenati sono fuori dalla via, ed essi si sbagliano. Sono complici degli stupidi, degli ignoranti, dei dirigenti che cercano di rassicurarsi per la loro sorte, offrendo dei sacrifici alle divinità, implorando i favori divini, cercando di immaginarsi che la via prendera cura di loro mentre soltanto le loro ambizioni e le loro illusioni li concernano, come se erano il centro dell'universo.

La religione lascia credere che rappresenta la via, ed è su questa menzogna che il suo potere è stabilito. Rappresenta solamente la paura degli uomini che si sentono abbandonati, perché non hanno saputo essi stessi abbandonarsi alla via. L'errore più diffuso è di confondere l'accesso al non-agire, con lo spettacolo che organizzano i preti ed i teologi, i letterati ed i medium. Se si interessa alla memoria, è risalendo più alto degli antenati, più lontano del fondamento dell'impero, che si scopre la memoria-madre :




Tao-Te-Ching, capitolo 52




Non importa ciò che fu prima del mondo,

ciò diventò la madre del mondo.

Ciò può essere raggiunto,

è la madre,

ed è perché la madre è conosciuta

che i bambini si manifestano.

Chi conosce i bambini e rimanga nella madre

è al riparo dallo sfinimento.







Questa strofa comporta differenti livelli di lettura che non si possono riprodurre purtroppo senza ricorrere a differenti traduzioni. Si può pensare anche che la leggenda che afferma che Laozi è nato ad ottanta anni, nato vecchio, della matrice di sua madre, è un scherzo taoista tirato di questo versetto.

Lo spirito naturale ha una fortuna di ricuperare una dimensione originaria, dove il soffio tiene un grande ruolo. Anima al tempo stesso l'oscurità e la luce, il corpo ed i corpi sottili. Una volta che le energie sottili sono svegliate, i bambini, bisogna restare nella madre, o aderire alla madre, per conservare loro l’efficienza. Aderire alla madre vuole dire dunque che bisogna economizzare i bambini, le energie sottili, per reintegrarle nella loro unità primordiale, la madre. La seguente strofa lascia sentire che l'energia non è a perdere, ancora meno a sprecare. Si ritrova là dei principi tradizionali che sottintendono differenti cose, la preminenza della castità sull'attività sessuale, la preminenza dell'equilibrio corpo/spirito sul lavoro intellettuale. La fine del capitolo non è chiara, ma è infatti una raccomandazione. Piuttosto che l'intensità, la durata.

Il soffio si percepisce come un'attività essenziale appena il sistema nervoso abbandona le sue prerogative sul corpo fisico ed emozionale. L'importanza del soffio non è evidente finché la personalità non rimane piu addetta alle emozioni, profondamente vulnerabile attraverso l’improvvisato del desiderio, del dispiacere, dell'inquietudine. Appena l'essere è compartimentato meno, vale a dire che collega meglio l'emozione al sentimento ed il sentimento alla sua struttura propria, egli apprezza una gioia profonda nella calma dello spirito, e scopre da sé quale è la parte del soffio di cui la respirazione è l'aspetto più manifestato, più evidente, più esterno. Ma il soffio puo essere sentito al senso largo ed esoterico, come l'insieme armonioso dei fluidi tra essi, differenti "correnti" che governano differenti aspetti dell'economia psicocorporali, siccome lo indica bene per esempio l'agopuntura col sistema dei meridiani.

Esistono altre interpretazioni di cui una, puramente metafisica. Non cè medio di venire ad estremità del multiplo per il multiplo. È la conoscenza dell'unità, la madre, che mostra che i differenti elementi dell'essere, i bambini, procedono di una stessa origine.

È impossibile mettere esattamente al loro posto i differenti aspetti della personalità, per una migliore conoscenza delle loro embricature, dunque. Solo, il ritorno alla sorgente, alla madre, collegha infatti, ed all'infuori di ogni lavoruccio empirico, le differenti funzioni, psichici di cui le principali sono il desiderio, il desiderio di essere desiderato, il bisogno di partecipare, il bisogno di sapere comportarsi. Queste funzioni si manifestano su dei piani vari, del subconsciente al sopraconsciente. Jung aveva presentito certamente, forse a causa del suo interesse per l'Oriente, che era meglio scoprire un centro di coscienza esauriente, suscettibile di gestire tutti gli avvenimenti psichici piuttosto che intervenire su una parte dell'essere a partire da un'altra parte.

Solo l'accesso all'unità, il Sé, rivela la complementarità delle tendenze psichiche, dell'interiore in qualche modo, ciò che rimane difficile a provare poichè gli individui che giungono al Sé rappresentano una minoranza molta scarsa. L'accesso al Sé è reso difficile perché è un processo che chiede di medicare tutte le ferite narcisistiche che esigono di cicatrizzare finché le loro tracce spariscono. Si rivela difficile di guarire le ferite narcisistiche che limitano per definizione l'accesso al Non/Io deprezzandolo in un modo o nell'altro.

La tendenza al non-agire si caratterizza nel capitolo 56 :










Divertirsi in parole, è ignorare il Principio.

Per andare verso lui, parlare poco,

chiudere le porte dei sensi, respirare poco,

smussare l'appuntito, sbrogliare l'inestricabile,

setacciare la luce, cancellare le sue proprie tracce,...

Ecco l'uguaglianza impenetrabile.




Conquistata,

non si avvicina oltre, non si allontana più.

Fa evitare tanto il guadagno che la perdita

Non avente a contare su essa per guadagnare prestigio e successo

non può attirare sfavore ed umiliazione.




Essa è ciò che è di più prezioso al mondo

e merita dunque la più alta stima.











Il sacro è invenzione.

Ogni cosa è prodotta dal Cielo e dalla Terra,

l'origine di tutto è invisibile.




È perché ignora che tutto è celeste

che l'uomo inventa il sacro.




Il sacro dei popoli allontana dal Senso.

Volendo guardarlo di troppo vicino,

con le leggi, lo si chiude nel quadro delle abitudini, dei regolamenti.

Poi si disprezza ciò che è fuori del quadro,

il Cielo e la Terra.




Il sacro inventa delle maschere magnifiche

per afferrare le espressioni del viso dell'origine.

Ma boccacce e mimici non restituiscono il viso che dorme.

L'origine si dimentica nel fascino che i rituali impongono.

La società si dà il cambio col sacro,

il sacro può variare secondo i millenni.




Il sacro incensa il creatore,

poi l'imperatore,

poi il popolo,

poi l'individuo,

poi il piacere.













Commento stanza 10




Il sacro sociale è non solo criticabile perché lascia gli individui allo stesso luogo facendo sentire che non si smarriscono più, ma ubbidisce ai cicli che mistificano differentemente le cose. Il sacro incensa prima il creatore, perché è il concetto più facile ad afferrare per un spirito umano. Il Creatore è dinamico e lo spirito umano vi si riconosce facilmente. I dei, o avatari, hanno per missione di "verticalisare" lo spirito umano, per aiutarlo a ricollegarsi al cosmo ineffabile, per comprendere il senso dell'esistenza, per prepararsi dignitosamente alla morte, se a questa succede qualche cosa.

Il sacro autentico si limita alla rivelazione concernando i dei. Ciò che le generazioni gettano sopra essa per fare attecchire la rivelazione, la nasconde e la nutrisce dello spirito colto che celebre i timori ed i desideri e si accaparra insidiosamente il messaggio spirituale. Ecco perché quando il culto del creatore è banalizzato interamente, gli succede il culto dell'imperatore. Il bisogno di venerare è sufficientemente forte affinché un principe abile sappia fondare una dinastia sfruttandolo. Poi quando il culto dell'imperatore cade nella routine, l'oggetto del sacro diventa la relazione tra il popolo e le politiche che trascina dei cambiamenti di regime. Poi il bisogno di venerare si investe in un nuovo oggetto, appena il precedente è esaurito perché non ha portato sufficientemente di frutti, ed è l'individuo che diventa il bersaglio del sacro. Ciò non può trascinare, (al suo sfinimento), che a sacrallizzare il piacere, perché è ciò che l'individuo ricerca avidamente, ed il piacere diventa automaticamente l'ultimo oggetto dove il sacro possa investirsi prima di grandi sconvolgimenti, perché il principio deve ritornare al suo punto iniziale e ristabilire il non-agire invertendo la sua polarità.

Tuttavia, il capitolo 54 lascia sentire la possibilità di una contaminazione della via :




ciò che è stabilito senza intenzione non può essere sradicato

ciò che è conservato senza intenzione non può perdersi.




L'azione del non-agire si perpetua senza interruzione

attraverso le offerte dei piccoli-figli agli antenati.

Prima occorre giungere se stesso la conformità del principio

per scoprire l'efficacia del non-agire.




Poi l'azione del principio si sviluppa attraverso l'azione della famiglia.

Se il non-agire resta conforme, cresce nella provincia.

Se raggiunge lo stato e resta conforme,

il suo potere guadagna il mondo,

e il non-agire diventa universale.







Forse che la visione di Laozi è una predizione. Per ciò, occorrerebbe che gli esseri umani nel loro insieme cambino sufficientemente, e ciò non può farsi velocemente che si degli sconvolgimenti importanti avvengono che portano ad una presa di coscienza delle esigenze del cosmo al riguardo degli individui.

Queste esigenze sono dissimulate totalmente dalla vita, per lasciare il libero-arbitro funzionare. L'essere umano all'inizio della sua evoluzione, non deve sentirsi debitore nei confronti all'universo, perché si sottoporrebe ingenuamente ad un'autorità paterna e cosmica, castratrice, relativamente analoga all'immagine del Dio caricaturato dal judéo-cristianesimo exotérico che punisce e sorveglia.

È tuttavia sull'intuizione molto grossolana di un'esigenza del Cosmo di fronte a l'uomo che sono fondate le morali religiose.

Quando la religione si indebolisce, è facile fare credere che una morale sociale è obbligatoria, vale a dire che l'individuo ha dei conti a rendere alla società dove è nato. Il patriottismo, (e altri arcaismi collettivi gregari) che sono lo strumento della guerra, participa di una morale sociale, che la Cultura radica continuamente, facendo l'individuo prigioniero degli avvenimenti contingenti alla sua nascita.








Per il saggio, il sacro è così evidente

che nessuna parola lo chiama, che ogni immagine l'uccide.




Nominare il sacro, è sfigurarlo.

Vestire il sacro, è perderlo.

Si ci dedicare, è abbruttirsi.

Pretendere agire nel suo nome, è abusare il popolo.




Quando un rito è compreso, diventa inutile.

Il rito accerchia il gregge e rassicura il numero.

La via accerchia l'ignoto e protegga l'unità.










Commento della stanza 11




Insistere sulla perversione del sacro, permette di attaccarsi alle strutture stesse della sua creazione artificiale, per alterazioni successive della sua origine, e di evitare così di sciupare un tempo prezioso nell'esegesi dei libri canonici di cui il senso è stato perso. L'interesse di comprendere il Cristo è indispensabile in Occidente, come comprendere il Buddismo è utile in Estremo Oriente. L'Islam esoterico non è privato di interesse, ma riguarda solamente quelli che sanno resistere all'alleanza della Storia che si accelera, e della religione che diminuisce.

Caricare l'esercizio della religione non è aggredire i preti, né anche i credenti, con veemenza, o disprezzo, ma denunciare la larga responsabilità dello spirito colto in questa alienazione. L'individuo che ignora ancora che è possibile cercare la via per se stesso può transitare legittimamente per la credenza religiosa, poi superarla velocemente, appena sente che un Dio che non è un'esperienza, è solamente una mascherata. I Cristiani pretendono, quando sono colti soprattutto, vivere il Cristo, appena sono incerti sulla loro esistenza limitata per tirarne velocemente qualche cosa. Il loro Cristo è la maggior parte del tempo immaginario, conforma all'idea splendente di un campione inaccessibile dello spirituale che dispensa di interessarsi alla realizzazione spirituale, giudicata esotica, e che permette per la supremazia del suo mito di considerare come tabù l'esperienza interiore "non cristiana." Bisogna grattare oltre lo spirito colto che ha ricuperato il Cristo, per applicare la sua dottrina, e come molto pochi credenti si impegnano a farlo, la religione cristiana è in realtà una delle più grande mistificazioni della Storia. Il suo insuccesso spirituale è interamente solidale della sua riuscita materiale, e sviluppandosi sul piano orizzontale, cioè culturale e sociale, il Cristianesimo ha perso quasi tutta la sua verità, ciò che deve chiamare un giorno o l'altro il ritorno del Cristo. La chiesa ha messo in opera delle strutture potenti per ricuperare il bisogno di venerare che è solamente una tappa. È vietato quasi concepire la realizzazione spirituale oltre a una vaga ispirazione di Dio, e col permesso personale del Cristo. La poca spiritualità propria al Cristianesimo è in parte debitrice alla guerra che la chiesa ha condotto contro i suoi propri iniziati, o direttamente come per il fondatore dei Templari, o indirettamente isolando gli ordini mistici, e privilegiando gli ordini pratici. Il risultato oggi è che i popoli più avanzati sul piano sociale ed individuale che beneficiano delle migliore condizioni per evolvere, sono praticamente inabili ad abbordare lo spirituale, contrariamente agli orientali, che abbiano o non ricevuto dell'istruzione.

C'è, nella supremazia storica della razza bianca, un enigma straziante, un tallone di Achille sconosciuto di essa, la sua mancanza di abilità a vedere l'essere umano come un prodotto dell'universo. Lo percipe come un oggetto sociale, o come un individuo, o ancora come una maglia di una rete storica, ma mai come un semplice prodotto del cosmo. È naturalmente una reazione contro il judéo-cristianesimo malsano che è ha imperversato dalle prime Crociate, accumulando sempre piu di karma negativo, fino a produrre la disaffezione attuale che niente smentirà più. In una società dove la religione è disabilitata, il ritorno dello spirituale si effettua attraverso dei mezzi strani, vari, prodigiosamente attraenti, siccome lo attesta oggi il movimento Nuovo-Età. Due pericoli minacciano il suo sviluppo autentico, una confusione sulla venerazione e la credenza, un collocamento in posto sottile di specchi narcisistici.

Se il bisogno di venerare persista, mentre non ci ha niente da venerare, perché si sente che il Divino è al di là di ogni concezione partigiana, è la vera chiamata della via.

Così privato dell'immagine e del soccorso del suo "dio", il musulmano, il cristiano, il krishnaïte, l'ebraico, il cosmologo, continua di cercare, allora solamente trasgredisce lo spirito colto ed accetta la legge del Tao, del principio stesso che è all'origine di tutte le religioni, e questo principio è di non più vivere per se stesso. Il Taoismo, perché è molto astratto, impedisce fin dalla partenza le derive sentimentali proprie alle religioni rivelate che hanno sempre permesso l'appropriazione soggettiva intensa degli avatar, e delle dottrine che rivelano.

Quando la ricerca della conoscenza è un modo sottile di offrirsi il lusso di vivere per se stesso, credendo in modo narcistico che Dio ci contempla, o che il cosmo ha già l'intenzione di attribuirci un grado superiore, la strada si annoda fin dalla partenza.

È al momento ciò che comincia ad accadere nelle democrazie molli : la felicità cosmica, adesso che le altre felicità sono fallite, senza pagare di persona, cioè adornando solamente la sua visione delle cose di più di altezza, ma senza comprendere il lasciare presa necessario, l'abbandono, il "surrender" che permette di tagliare il cordone ombelicale sottile che annette ai valori rassicurante. Questo campo è stato preparato prima dalla compiacenza oscena delle religioni sentimentali, piangendo le morti, celebrando la memoria, pregando con alcune lacrime infantili un dio antropomorfico affinché favorisce le condizioni materiali, e dispensa delle prove e scacchi necessari alla maturazione interiore. Questo campo è stato seminato poi dell'idea suprema dell'individuo che fa credere a ciascuno che è il suo interesse che passa prima di quello degli altri e che è prioritario dunque. Gesù aveva provato già a predicare una dottrina di sviluppo spirituale per la solidarietà, cioè la visione comune dell'interesse dell'altro e del suo, riuniti in una sola somma indivisibile di spartizione. È manifestamente un cocente insuccesso, e la storia occidentale ha definito finalmente le migliori condizioni affinché l'individuo continua di fare passare il suo interesse proprio in tutte le sue preoccupazioni, compreso spirituali. Il gusto della prestazione sopranormale ha più di probabilità di interessare le masse dunque che il dono puro e semplice di sé al Tao, l'abbandono stesso del desiderio di giungervi. I parvenu della spiritualità esistono, il loro merito è proporzionale alla mancanza di interesse provato per gli altri. Ossia che esiste un modo di ricuperare le ferite narcisistiche per fondare un'identità potente, nella corrente della sua epoca. La semispiritualità è la minaccia che incombe su ogni fine di ciclo cosmico, quando il risveglio spirituale è determinato tanto per un'inspirazione nuova quanto per un disgusto profondo per tutte le istituzioni del suo tempo. Fuggire la decadenza di un'epoca non favorisce la scoperta del passo che conduce al Tao, poiché lo spirituale orna con qualità di rivincita che non ha niente di comune con lui. Cercare la via non è una vendetta su un ordine sociale confuso, decaduto, alla deriva. Cercare il principio non è un palliativo ad una mancanza di soddisfazioni emotive, sentimentali, socio-culturali. Ma confondere lo spirituale coi miraggi gratificanti, con le opinioni cosmiche, e con le ricerche di lusso, ciò fa tuttavia parte del processo generale di rigenerazione dei valori, attraverso i differenti apogei dei sistemi di pensiero caricaturati. La caricatura di tutti i sistemi, qualunque siano, è la conseguenza ineluttabile del rincaro che agita la loro espressione. La rivalità tra proseliti di ogni parte aumenta, per impossessarsi del mercato dell'opinione pubblica, e la scommessa della fine del 2Oème secolo, è di mantenere gli occhi diretti verso il Principio, poiché la voce di ciascuno è desiderata ardentemente dovunque, per produrre del potere o del denaro. Laozi ha ragione di insistere sulla critica delle gratifiche sociali, perchè è attraverso esse che la compiacenza si installa, che l'identità si compromette e che questa finisce per identificarsi a dei ruoli e a delle funzioni, al posto di riflettere semplicemente il Principio.




Il Cristianesimo, l'Islam, perché sono delle religioni recenti, sono in piena crisi di identità, di adolescenza. Il Giudaismo è vecchio, ma si è richiuso su esso stesso per saldare una comunità sradicata, e se il suo esoterismo è interessante, rimane poco sviluppato. Il Taoismo, poiché Laozi si riferiva già agli antenati duemila cinque centesimi anni fa, non è per l'esattezza una religione, e rimane forse attraverso numerose conoscenze fondate su una comprensione astratta dei principi. Il Buddismo, per le ragioni di anzianità anche, poiché Gautama, duemila cinque centesimi anni fa, succedeva ad una stirpe di boddhisatva, ha eliminato totalmente la compiacenza sentimentale che caratterizza tanto il Cristianesimo e l'Islam. E l'Induismo, per il suo incomparabile splendore che si fonde nella notte dei tempi, sa anche, come gli altri movimenti orientali trascendentali, che il sacro non è in altezza, ma in basso, poiché l’alto e il basso si rifletano.

L'occidente soffre di scavare sempre oltre il fosso tra lo spirito e la materia, il visibile e l'invisibile, la Terra ed i Cielo. Il suo continuo potere analitico gli permette di frammentare il reale e di agire così su lui a partire da minuscole tecniche puntuali ed efficaci, ma il prezzo di questo potere immenso al quale niente di ciò che è manifestato resiste, è di perdere di vista la complementarità continua del pieno e del vuoto, del movimento e del riposo, della riflessione e dell'azione.

L'azione e unica essa conduce la razza bianca da tre centesimi anni, e ciò gli permette di ubriacarsi del risultato delle sue conquiste. Un giorno verrà, dove conformemente al principio rivelato da Laozi, l'azione al suo parossismo invertirà il suo movimento. Una depressione è allora probabile dai vecchi padroni del Mondo che saranno alle prese con le conseguenze della contaminazione che avranno sparsa.

I popoli un tempo passivi, femminili, quando avranno il vento in poppa, interamente acquisiti ai valori dei loro vecchi colonizzatori, rischiano di fare pagare caro all'occidente il suo affanno.

Per il momento, il vantàggio dei popoli tradizionali, sul piano spirituale, è capitale affinché portano la luce dell'avanzamento individuale, la teoria sublime della reincarnazione, alle religioni nuove e superbe, pretenziose ed empirici che caratterizzano l'Occidente, e questo dalla perdita della finezza greca, e prima di essa, la perdita dell'eredità egiziana.

L’abbondanza dei profeti, Gesù compreso, anche se il Cristo è "altro", ha permesso che si dimentichano i principi del Cielo e della Terra, la loro economia reciproca, affinché si appigliano con infantilismo alle promesse fatte dagli intercessori, i profeti che sotto pretesto di umanizzare la Rivelazione, falsano la relazione tra l'uomo ed i Divino. Questa relazione è snaturata velocemente : la pubblicità fatta per Dio obbliga presto ciascuno a credere, mentre ci sono dei mezzi più radicali di avvicinarsi ne, come prendersi la resposabilità, senza scappatoie, senza immaginario, senza capro espiatorio, senza salvatore. La credenza implica presto numerosi doveri artificiali per quanto riguarda il Creatore, ed è là una perversione immensa.

Il Divino si nasconde proprio affinché si possa sceglierlo nel segreto del cuore, e non per obbligo sociale, e decreto religioso. Parlare spontaneamente della via, senza secondi fine di proselitismo, tale è la testimonianza del saggio. È l'inverso della testimonianza artificiale che esiste solamente rispetto alle reclute a convertire.

L'ultimo versetto, il capitolo 81, esprime la necessità di non fare nessuna concessione per rievocare il segreto della grande immagine, la realizzazione spirituale.




Ho finito.

Il mio discorso non è né sottile né piacevole,

ma le belle parole non sono vere.

Franco, non rifinisco le forme del mio discorso.

Diritto, non cavillo.

Lo spirito naturale ignora l'artificio dello spirito colto.











Il segreto non è nella Storia.

Varia, impone dei movimenti, cambia di capo,

poi ritorna alle stesse preoccupazioni. Come una nave.




Il segreto non è nella natura, perché negarla o si sottomettere

trascina delle scorciatoie ingannevoli.

Il segreto non è nello spirito.

Egli immagina ciò che non comprende, definisce l'infinito,

caratterizza il senza-forma, e divide le cause convergenti.




Se il segreto fosse nel cielo,

quelli che hanno gli occhi fissati su lui non traballarebbero.




Se il segreto fosse nella Terra, quelli che fissano i loro piedi

Non si urtarebbero mai.




Se il segreto fosse nel modo di osservare,

i cacciatori sarebbero dei saggi.

Se fosse nel modo di comportarsi,

i consiglieri del principe sarebbero avvisati.

Se fosse nell'imitazione delle virtù,

gli ipocriti sarebbero dei modelli.

Se fosse nella concentrazione, i calligrafi sarebbero legione.

Se fosse nella spontaneità senza ritegno,

nessuno vorrebbe invecchiare,

ed i bambini governerebbero il mondo.

Se fosse nella diffidenza e il ritegno,

numero di vecchi potrebbero pretendere governare il regno.
















Commento della stanza 12




Se il segreto esiste, non è in un posto ordinario. E tuttavia, tutti lo cercano nei luoghi dove è evidente che non si trova. Partecipare alla sua epoca, tutti lo fanno. Salvo gli eroi che possono fare ribaltare il corso del mondo, e che hanno una missione a compiere, la Storia non richiede l'attenzione del saggio. È l'errore più sottile dello spirito colto di farne un assoluto, di spiegarlo, di commentarlo, per preparare un avvenire migliore.

La natura può essere vissuta solamente di tre modi, eccessivamente, con moderazione, niente affatto. Nessuna delle tre vie possiede un vantaggio qualsiasi in essa stessa. L'eccesso può condurre allo spirito colto o allo spirito naturale al quale caso non può durare. La moderazione si allea facilmente alla ricerca della via, ma senza condurrci, indurisce l'individuo o lo mantiene in un semplice stato di salute che non sbucca su nessuna scoperta fondamentale. L'ascesi totale è un mezzo draconiano per dedicarsi alla via, veloce se riesce, per i temperamenti forti, pericolosi se fallisce.

Il non-agire non se lo raggiunge per una formula di comportamento dunque, tanto piu che un comportamento preciso può trasformarsi alla lunga in un altro radicalmente differente, o contrario. Lo spirito che scruta senza abbandonarsi alla vera meditazione esauriente non supera mai le barriere successive dei parapetti culturali. Egli si limita ai valori morali. Tiene dei principi che crede irrevocabili, non osa immergere nell'inconscio dove si trama la volontà di potere e il desiderio di godimento, con la complicità dell'ego. Se sfugge alle credenze, non si imbarca necessariamente nella ricerca di una condizione sconosciuta, più ampi, meno condizionata. Una volta di più, è l'arroganza, o l'incapacità di giungere all’ oblio di sé che blocca l'immersione verso l'oscurità suprema, dove ogni idea di sé scioglie, immersione che si oscura fino ad essere costretta di trasformarsi in luce totale, illuminative.

Non rompere affatto gli ormeggi con l'idea di sé stesso, con l'immagine di sé, con la paura dell'insuccesso, col timore di perdere il suo tempo, tutte queste compiacenze provano che la via suprema non è ancora abbastanza amata affinché gli si sacrifica ciò che si ha paura di perdere, se ciò non è sostituito. È vero che è difficile di affrontare la sua ombra senza incorrere alcune ferite narcisistiche supplementari.

Per menzogna o ingenuità, si può cercare "qualche cosa" di altro dividendo il reale in categorie importanti e secondarie, ed investirsi in un solo settore. L'errore idealistico non tocca alla vita e s’infatua della bellezza superiore, senza rimettere in discussione le basi della percezione e del comportamento. È la poesia delle anime sensibili. L'errore materialista fugge siccome la peste ogni principio metafisico, per sacralizzare il vissuto nel suo empirismo ordinario ed intenso, avido e dinamico.

Si può esaurire queste vie che non conducono al non-agire senza esaurire tutti i vicoli ciechi di cui i più rappresentative sono la spontaneità giovanile, caricatura dello spirito naturale, e il ritegno solenne, caricatura di questa saggezza che caratterizzerebbe, con molta indulgenza, numero di vecchi.

La consacrazione della spontaneità giovanile alla via non è rifinita per differenti ragioni di cui più importante è il capriccio. L'esigenza della via è insopportabile talvolta per chi gioca superficialmente il gioco. Occorre un amore superiore del gioco per sopportare di essere perdente, così molto tempo, nella via del non-agire.

In quanto alla falsa saggezza strutturale, è mentale, non sa riunire i soffi ed essa è troppo impressa di diffidenza e di riserbo per cancellarsi senza vessazione e compiere un'azione senza modello e senza forma, senza finalità.







Tao-Te-Ching Capitolo 41




Il proverbio dice :

quelli che avanzano verso la luce lo fanno con l'oscuro,

quelli che si evolvono lo fanno con ritorni indietro,

l'azione che unisce comporta cavi e gobbe,

E l'azione più alta si appoggia sul vuoto.




Ripetiamo che il vuoto non è un concetto, né una categoria, ma bene una dimensione senza limiti che contiene i movimenti, della loro origine fino al loro termine. È il contatto cosciente con questa dimensione che trasforma l'intelligenza e la libera naturalmente dell'insistenza delle proiezioni vitali, timori e desideri, e dell'insistenza delle proiezioni mentali, credenze, ambizioni strutturate, desideri di appropriazione dell'avvenire fondato su un'immagine narcisistica di se stesso.

Il Tao contiene il vuoto, ed s’identifica in parte con lui. Tuttavia, lo trascende.











Cercare ostinatamente il segreto, con ossessione,

è perderlo di vista.

Sapere che esiste, con disinvoltura,

e che nessuno comportamento lo procura,

è sorridergli ed avanzarsi ne.

Il segreto non ha forma.




Ciò che possiede una forma non è misterioso.

Lo spirito naturale è incerto,

è misterioso ed insondabile, femminile.

Lo spirito colto fornisce delle risposte,

è formale e senza mistero, maschile.







Commento della stanza 13




Il segreto non ha forma. Ciò comprese, ogni obbedienza superflua ad un dogma, ad un ideale limitato, ad un anticipo preciso dell'avvenire, dovrebbe sparire. Le forme rivelano tutto ad un tratto il loro mistero, senza graduazione, quando il principio è raggiunto. Prima di questo momento, se si attacca a demistificare un'ad una le forme, il lavoro è insormontabile. Una volta che si avrà il segreto della politica, bisognerà applicarsi a quello della medicina, poi a quello del sentimento e della famiglia, poi a quello delle lettere. È lo spirito colto che accumula, è insaziabile. Demeccanizzare lo spirito colto, rinviare il funzionamento mentale alle sue proprie prerogative permette di sviluppare lo spirito naturale, o di ritrovarlo. Ciò che lo spirito colto non può ammettere, perché i suoi limiti sono infantili, lo spirito naturale lo sopporta, perché la sua resistenza è senza limiti.

Il mondano si scandalizza per un nonnulla. Ciò rinforza il suo senso morale, ma non fa niente per cambiare le cose. L'eremita, il saggio taoista, il risvegliato che ha sorpreso la grande immagine e non può più allontanarsene perché è dappertutto ed in tutto, accetta integralmente tutte le modalità della vita, trasforma la sofferenza in compassione e la felicità in gratitudine di esistere.

Lo sguardo dell'altro non l'influenza più, perché lo spirito naturale è in fondo all'uomo, in presa diretta con la madre. Egli vede fluitare su un oceano di convenzioni quelli che lo spirito colto anima e che pensano solamente conformemente a dei modelli in vigore.




Se lo spirito colto si infatua della via, egli vi si accanisce e la manca, per difetto di modestia. Appena lo spirito naturale riprende il disopra, la distanza della via non è più una spina nel piede. Come unica la via è desiderabile, importa poco il tempo messo a raggiungerla. Il suo prezzo aumenta con la distanza. Se l'assenza è troppo difficile a sopportare, il passo si oscura ancora ed è nell'oscurità suprema che la grande immagine sgorga.




Fin dal primo capitolo, Laozi enunciava questo avanzamento :




Il principio di cui la formula esiste non è l'eterno principio.

Il nome che lo caratterizza è una parola effimera.




Cielo e Terra provengono dal principio senza-nome,

questo principio trova il suo nome nella madre di tutti gli esseri.

È risalendo a ciò che non esiste che il segreto si svela,

È contemplando ciò che esiste che l'accesso si rivela.




Ciò che si manifesta e ciò che non si manifesta

si differenziano solamente per i loro nomi,

ed è dunque la stessa cosa.

La loro origine comune è l'oscurità.

Oscurare l'oscurità,

È la porta sottile dell'origine.




È risalendo a ciò che non esiste che il segreto si svela, tale è la traduzione autentica. I termini di nulla o di vuoto sono evacuati. "Ciò che non esiste" è comparabile al Brahman degli indù, al Sé superiore, è la distesa indifferenziata, increata, eterna, informale. Ciò non esiste per il mentale ordinario, e per il mentale risvegliato, questa dimensione appare come una depressione incredibilmente leggera e stabile, senza finalità, nel mezzo dei dinamismi biologici diversi e dei cicli naturali giganteschi.

Il vero Yoga aveva per scopo di mettere in contatto la percezione con "ciò che non esiste". Il soffio ha il potere, una volta incorporato nell'insieme dell'individuo, di liberare dello spirito colto e di restituire lo spirito naturale.











Rievocare il segreto, è suscitare la paura, disturbare.

Non parlarene affatto, è dissimulare.

Parlarene correttamente, questo è mentire.

Perché il segreto è un paradosso :

possedere il segreto, è vedere che niente è nascosto.

Il segreto abolisce tutti gli enigmi e scioglie tutt’i misteri.

Tanto egli non può portare di nome appropriato.




Il segreto, è la via, e ciò che conduce alla via irresistibilmente,

Anche fa parte del segreto

È facile insegnare la via, l'insegnamento può allontanarene.

È facile rievocarla parlando coperto, non si la rivela.

È facile nasconderla, certi continuano di cercarla e di trovarla.




Vantandola, gli si nuoce, perché la si descrive come una filosofia ordinaria.

Pretendendo che è inesprimibile, si la rivela,

poiché si dispensa di pensare che si ottiene per i mezzi ordinari,

e gli spiriti intelligenti si allontanano dalla cultura per avvicinarsi ad essa.







Commento della stanza 14




Questa stanza è particolarmente conforme al Tao-Te-Ching, poiché si ritrova il tema dell'impossibilità di caratterizzare la via, ed allo stesso tempo un'evocazione di questa.

TÖ, l'azione ineffabile, primordiale, non è comparabile al movimento, come lo spirito lo concepisce, ciò è limitato nel tempo e lo spazio. TÖ non esiste dapprima che rispetto al Tao, e sarebbe allettante di fare equivalere il Tao al purusha, e TÖ alla prakriti. Questo amalgama comporta delle analogie verosimili, ma non rende conto della visione originale dell'autore. Il purusha possiede troppi sensi differenti affinché questo paragone sia veramente profittévole : caratterizza la coscienza individuale in quanto testimone, e restringe dunque il campo del Tao trasformandolo, in qualche modo, in capacità individuale. L'equivalenza più plausibile è quella del purusha universale, ciò che vede senza essere visto mai, e che costituisce un elemento del Tao fuso nella sua eternità. Il purusha, lo spirito, si oppone dunque a prakriti, la natura naturante, e questi concetti sono perfettamente efficaci nel sistema indù che dissocia radicalmente la natura e lo spirito, alle fini ascetiche, supposte liberare il mentale delle emozioni, ed il cuore della sua ganga sentimentale.

Nello spirito cinese, la natura non è peggiorata, sebbene si deve imitare certi dei suoi aspetti non raggiungibili talvolta del comune, come la frugalità, l'innocenza, l'assenza di ostentazione. TÖ è in effetti una realtà meno semplicistica che la prakriti indù, o se si preferisce, è l'insieme di prakriti, la forza attiva, e della Shakti, l'intenzione divina velata per la manifestazione... È l'espressione del principio dunque, ed è per conformità al principio che non agisce, ma divide gli esseri in rami. La vera azione consegue del principio, e non possede nessuna autonomia di movimento. Vedere TÖ, è tutto percepire di un solo sguardo, ciò che permette di "trovare" il posto di ogni oggetto nel tutto.

Può rivestire il senso di influenza del principio, ed è allora legittimo di fargli contenere tanto bene lo Yin quanto lo Yang. In questo caso, lo Yang se stesso, sebbene attivo per definizione, è passivo rispetto al Principio, e l'incarna dunque di un modo positivo, dinamico, fondamentalmente manifestato. Lo Yin è due volte yin fin dalla partenza, poiché egli è Yin rispetto allo Yang, e rispetto al principio. È quell'aspetto che Laozi "preferisce" a tutto altro, e definisce di un modo umano coi contenuti interiori che gli corrispondono: oblio di sé, umiltà, abbandono. L'uomo colto, o condizionato, è più molto caratterizzato dallo Yang che lo spinge ad imitare il Cielo coi processi attivi, eccessivi, mascolini.

Il segreto è di lasciarsisi andare alla ricettività, e dunque di polarizzare lo Yin no rispetto allo Yang che gli corrisponde, ma rispetto al Principio che sovrasta il coppia YIN/YANG. È l'abbandono totale che i grandi mistichi cristiani hanno rievocato anche. Cortocircuitando totalmente lo yang manifestato, lo Yin manifestato riceve direttamente il principio. Ciò rimane veramente al livello della trasformazione del corpo con l'energia sopramentale che si infonde nelle parti femminili del corpo, compreso i corpi sottili, come ne ho fatto l'esperienza, e come Satprem lo descrive anche, (il corpo che beve...).

In numerosi casi di sviluppo spirituale, la personalità perde provvisoriamente l'equilibrio in "la notte oscura" dove Dio sembra indifferente alle chiamate, mentre nessuna azione personale è iniziata, perché sembra inutile, o impotente. Il rifiuto del desiderio, qualunque ne sia il rischio, è anche una simbolizzazione della rinuncia al principio Yang. Ma alla fine del cammino, un nuovo equilibrio sgorga, dove l'individuo percepisce le cose di un modo molto YIN, pure essendo fondamentalmente se stesso YANG. L'esempio più chiaro è naturalmente Sri Aurobindo.

Piuttosto che influenza, si può dare al termine tö il senso di forza, concetto strano, perché è sempre difficile sapere quale è l'origine della forza, ma è una nozione che permette di ripresentarsi immediatamente il rapporto tra il potere e le attualizzazioni, tra il potenziale e la manifestazione, e si ritrova allora una nuova distribuzione segreta dello yin e dello yang nelle differenti fasi dei processi.

È legittimo, in una prospettiva cosmogonica, di identificare TÖ col potere magico, abbastanza incomprensibile che presiede alla manifestazione degli esseri particolari, e di cui l'origine scappa all'investigazione, e che mescola confusamente lo yang e lo yin nella produzione degli esseri particolari. Tutto essere è yang in quanto individuo separato della sua specie, e yin in quanto membro della sua propria classe.

TÖ vuole dire simplicemente tutta manifestazione o espressione del principio, e questa nozione si abborda in modo indiretto con un'immagine maldestra ma concreta, cioè l'azione, che come il concetto di forza rimane misteriosa: quali sono l'origine, il mezzo, e la fine dell'azione?

È evidente che è difficile, tanto per il traduttore che per il mentale, di percepire simultaneamente TÖ su tutti i piani dove si manifesta, ma è chiaro che se questa visione è raggiunta, diventa inutile di differenziare lo Yin dello Yang, perché sono percepiti e vissuti nella loro indissociabile unità.

Il TAO è il principio se stesso e, per estensione, contiene lo spazio quando questo è vuoto, ed il Tao comprende dunque suoi propri derivati che si specificano talvolta, coi termini poco appropriati nelle traduzioni, vuoto, non-essere, nulla di forma. Siccome tutto è unito nella manifestazione del principio, la sua azione vera non è considerata come tale, ciò che l'amalgamerebbe ai movimenti séparativi generati dagli individui.

L'azione vera è la non-azione dunque, espressione del principio.

Non agendo da se stesso, si lascia il posto all'azione del principio esso stesso che corrisponde ad una manipolazione diretta dell'individuo dal Principio trascendente. Per giungervi, è necessario svuotarsi di ogni azione personale che, finché è generata, prende il posto dell'azione "naturale" del principio.

Vista l'ambiguità tra l'azione e la non-azione, poiché si tratta della stessa cosa sul piano trascendente, ci sono sufficientemente di paradossi affinché il senso si perda in approssimazioni, amalgami, ed estensioni diverse, derive e barbarismi.

Tratteniamo dunque per riconoscereci continuamente :

A/ che l'azione conforme al principio non agisce, poiché è pura manifestazione omogenea che comprende delle fasi di riposo, di sonno, di involuzione, e che non ha né principio né fine né scopo ;

B / che l'ispirazione vera, (che trascina o no del movimento), non decide niente, non sceglie, ma si fonde o coincide con un Ordine più largo e superiore; per ottenerlo, bisogna smettere di agire, ed infilarsi nell'energia universale

C / che se la ricettività è sufficiente, stabilisce una relazione col Principio, e segue dunque le direttive del Tao, dello stesso modo che TÖ lo riflette esattamente, senza separarsi da lui. L'uomo è un microcosmo che "può funzionare" di un modo analogo al macrocosmo. Basta ritrovare la sorgente, rinunciando alle prerogative personali.




Come lo spirito colto si è impossessato del testo, mentre il senso degli ideogrammi si evolveva, si è snaturato quasi interamente il Tao-Te-Ching, lasciando sentire che i principi inferiori, come proprio la virtù, che caratterizzano l'uomo colto, potevano bastare ad incontrare la via. Nessuno sa ora che cosa è dunque la virtù. Supposta condurre al principio, non può derivare di un comportamento morale o sociale. Diventa una cosa misteriosa, un processo indefinibile, dunque. È avvicinata con immagini, con paragoni, con simboli, ed essa rimane inqualificabile, ciò che la salva e la fa giusto il parèdre del Tao, egli tanto inqualificabile.




Capitolo 55




Quello che è animato dall'azione autentica

è come il neonato.

L'insetto, lo scorpione, il serpente non lo punge.

La tigre non lattacca,

l'uccello di preda lo lascia.




L'azione autentica non sembra conseguire della volontà, della decisione, dell'identità costruita mentalmente, se si prende alla lettera il paragone. L'azione autentica si scioglie in un insieme così vasto che essa non si oppone a niente, ed è ciò che la preserva dell'errore.Collegata a tutto, non suscita nessuna avversità.








Quelli che lasciano il loro spirito agire

di sé

affrontano prima spaventosi demoni.

Se si ne affrancano,

la Via li chiama,

se credono che sono reali,

cadono.

Ecco perché la Cultura dice

che la Via è pericolosa

e che le convenzioni sono più sicure.

Lasciando lo spirito agire di sé

si scopre presto che tutti i comportamenti

sono fondati su delle superstizioni e delle eredità.

Si vede allora l'ordine del Cielo

o si affonda nel caos di una libertà senza freno.




L'ombra è un riferimento e segnala il sole.

L'assoluto è la legge del Cielo, il relativo, quella della Terra.

Fuggire la Terra non è guadagnare il Cielo,

incarnare il Cielo non è guadagnare la Terra.




La vita è un ponte

non un ostacolo tra i due.




La falsa saggezza abolisce la Terra

Il falso buon senso abolisce il Cielo.







Commento della stanza 15




È probabile, ripetiamolo che il Tao-Te-Chng sia stato espurgato deliberatamente, o che qualche capitoli si siano persi. Si ammette generalmente che esso avrebbe dovuto possederne ottantuni, ed è per rispondere a questo mito che è stato tagliato arbitrariamente in piccoli pezzi. Come nessuna linea vera appare, si enuncia anche che fin dalla partenza, i capitoli si sarebbero mescolati sui bambù di cui l'ordine cronologico sarebbe stato perso. È vero che le concezioni puramente metafisiche sono disseminate sembra al caso, e che i capitoli 38, 40, 42, 52, non possono comprendersi senza aver assimilato la visione del capitolo 1.




È probabile che gli attacchi contro la Cultura, se ce ne era, siano state omesse dall'origine o quasi. Si è preferito credere che Laozi osteggiava solamente l'istruzione, ciò che è lontano da essere similare. L'istruzione, se non derivasse verso la Cultura e gli artifici sociali, sarebbe eccellente. È solamente il punto di partenza di una lunga perversione che si impossessa dello spirito, lo carica di certezze false, lo priva dell’ interrogazione metafisica, naturale ed infantile che collega alla sorgente.

Se le mie reminiscenze sono buone, il Tao-Te-Ching serve principalmente a distogliere il lettore dallo spirito colto affinché si abbandona all'oscuramento naturale, cioè l'evidenza stessa dell'ignoranza fondamentale che caratterizza lo spirito, e che è dissimulata da tutte le morali familiari, culturali, religiose.

Siamo educati per credere, e la credenza diventa un fenomeno disastroso che impedisce lo spirito di riconoscere che non sa niente. Vasta questione intorno alla quale Krishnamurti ha tenuto un discorso particolarmente decapante, e tema di cui Platone si è impossessato già col personaggio di Socrate che confessava: tutto ciò che so, è che non so niente.

Lo stato primordiale dello spirito è una disponibilità meravigliosa, non codificata, non strutturata, permeabile a tutte le notizie. Lo spirito naturale è agile, malleabile, femminile, perché non ha nessuna architettura di valori a conservare né a preservare, e benche si immagina che lo stato di ignoranza è vicino alla stupidità, è sciolto, al contrario, in un'intelligenza esterna all'individuo.

È un'intuizione magnifica che si spiega nel cervello, quando arriviamo alla fine delle costruzioni mentali pazientemente edificate per normalizzare la nostra personalità. Ed è la Cultura che provvede all'elaborazione di valori falsi alle quali l'individuo è obbligato di sottoporsi, a meno che accetta di essere un reietto, un escluso, un emarginato. Non è forse un caso se dei grande spiriti evitano il Mondo, perché hanno esaurito le soddisfazioni degli scambi sociali, o non hanno con lui che i rapporti puntuali e profondi.

Perché dunque Laozi avrebbe omise di denunciare la Cultura, poiché è l'ingranaggio principale della trasmissione dello scibile artificiale, che struttura l'identità, le da l’illusione di conoscere, di "sapere di che cosa si tratta " ?

Egli si permette talvolta di paragonare il governo del saggio al governo del principe, meno illuminato, per incitare il principe a diventare un saggio. Perché nessuna traccia di ciò che potrebbe essere la Cultura, perché nessuna critica vera, mentre lo spirito collettivo cinese è proprio la sua più grande forza e la sua più grande debolezza?

In effetti, è proprio la Cultura che Lao-Tseu osteggia spesso, ma siccome il testo è molto vecchio, è lo stesso significante che rinvia all'istruzione, allo scibile, alla Cultura.

Non aiutando nessuno a ritrovare la sorgente, la Cultura è tanto più condannabile di quanto essa possa essere sostituita da una contaminazione dei principi della saggezza, da una trasmissione "diretta" del non-agire. L'occidentale può ridere dell'idea di "contaminare", partendo da sé, la famiglia, la provincia, lo stato, se si possiede il principio.

Ma per la mentalità cinese, la cosa è differente. L'individuo non tiene lo stesso posto. Il sogno di Laozi è ridicolo, salvo in Cina precisamente, ed è normale che un saggio augura che tutti scoprano la saggezza. Ciò salverebbe definitivamente l'umanità se l'esempio dei saggi permettesse di abolire tanto bene le superstizioni della religione popolare che le parole di ordine totalitario che avvolgono delle società intere in un'illusione storica.

Se ne può finire dunque con le cattive interpretazioni del capitolo 65, e comprendere che la Cultura è definitivamente un ostacolo alla manifestazione della via. Non è certo sicuro che lo spirito naturale possa ritrovarsi facilmente e svilupparsi dagli esseri che rimangono senza istruzione, e la proporzione di quelli che lo cercherà nelle tali condizioni rimane indefinibile. Ma è in compenso certo che lo sviluppo strutturato dei valori urbani, sapere, competizione sociale, rivalità politiche, arte mondana, incarcera lo spirito, e lo costringe a costruirsi secondo le gerarchie definite dal codice sociale.

La tessitura dei legami tra individui ubbidisce allora alle leggi artificiali, peggiori che i sentimenti naturali, amicizie e solidarietà semplici, socievolezza istintiva.

Se si giudica questo ragionamento fazioso, o eccessivo, è perché non è stato collegato al fenomeno sociale della grande guerra che rovina lo stato, decima il paese, impoverisce la massa. È la concentrazione istituzionale della Cultura, congiuta alla politica che produce il sentimento arbitrario dell'identità collettiva, nazionale. È perché si può riconoscersi nello specchio di alcune istituzioni, di una dinastia potente, di un folclore strutturato, di una morale organizzata, di una Cultura delimitata, che la tentazione è forte di identificarsi a questi specchi temporali, di scatenare delle guerre per stendere la loro superficie, imporre delle prerogative nuove.

Ora Laozi ha orrore della violenza, è l'aspetto più eccessivo dello Yang, ed egli difende lo Yin con un'eloquenza che nessuno altro saggio o mistico ha raggiunto mai.

Così dunque la Cultura è la causa dell'identità empirica ed arbitraria di un popolo, essa conduce inevitabilmente a giustificare la guerra, poiché fonda le differenze tra i popoli, tra i principi. Finché non c'è differenza fondamentale tra i piccoli Stati, hanno poca ragione di combattere; appena ciascuno giudica la sua morale superiore, i suoi costumi meglio fondati, lo spirito vitale si impossessa di queste considerazioni per legittimare la guerra, decretare l'espansione, massacrare lo straniero.

La Cultura fabbrica degli stranieri. Senza essa, gli uomini si somigliano sufficientemente per rimanere nella colata della grande madre, per vivere conformemente alla Natura, i contadini tra essi, gli aristocratici tra essi, rievocando, poiché è il loro dovere, alcuni innocenti problemi concernando i limiti veri delle frontiere, ed i matrimoni più opportunista.

Secondo Laozi, gli Antichi che conoscevano la via non spargevano lo scibile. Lo scibile permette di moltiplicare le iniziative personali, e di rinforzare ciascuno nella sua propria volontà di potere, poiché impara a disporre di argomenti filosofici e morali per saziare la sete inebriante di giocare un ruolo, di arricchirsi, di guidare o sfruttare gli altri. Duyvendak non può avere ragione dunque quando traduce: "nell'antichità, quelli che eccellevano a praticare la via non l'adoperavano per illuminare il popolo, ma per inebetirlo."

In secondo luogo, spargere la via di un modo artificiale non permette una contaminazione vera dello spirito di saggezza di cui le modalità sono state esposte già. La sola contaminazione possibile è nucleare, proviene da qualcuno rilegato alla sorgente del Cielo e della Terra per il non-agire, e che trasmette direttamente, per la sua presenza stessa, i principi del non-agir a suoi vicini, considerando che tra essi certi riescono a vivere anche il mistero che collega l'azione al Principio, l’oblio di sé. Ciò è conforme allo statuto tradizionale del guru da cui si avvicina, o del santo che illumina. Parlare culturalmente della via non permetterebbe a nessuno di essere illuminato sulla sua Natura, diventerebbe un oggetto mondano di brama, un discorso sul discorso, e ciò non serve proprio a niente. Tutto illuminato vero considera del resto Confucio come un traditore. Ha permesso che lo spirito erotizza le nozioni proprie al mistero del non-agire, ha gettato in qualche modo "delle perle ai maiali." La propaganda per la via non può passare in nessun caso dall'istruzione, lo scibile, i saloni dove si chiacchiera.

In terzo luogo, considerando anche che il termine di inebetire non sia lontano dal senso autentico dell'ideogramma, c'è in questo concetto qualche cosa di similare a "oscurare", il segreto stesso del camminamento celeste. Al posto di lanciare il popolo sulle false piste di un'esperienza superficiale di sapere che non favorisce finalmente che l'emulazione sociale, gli Antichi rivelavano forse a tutti, quando lo potevano, che non sapevano niente. Spingendo lo spirito a riconoscere la sua ignoranza primordiale, lo si mantiene vicino alla sua sorgente, ed egli apprende a meditare, al posto di fornire delle serie di risposte che dividono, arbitrari, frammentate, che costruiscono un edificio, un mosaico intellettuale, lontano dal non-agire.

Gli Antichi agivano come i guru dunque, come Socrate : al posto di fornire allo spirito delle cose a divorare, affinché si immagina guadagnare qualche intelligenza ingrossando, lo spingevano prima a prendere coscienza del suo appetito. Sapere, , ma per che cosa fare?

Per ammobiliare una vita sociale, o per raggiungere l'ineffabile segreto del non-agire, che rivela l'eterno matrimonio del Cielo e della Terra ?




Tao-Te-Ching capitolo 65




Nell'antichità, quelli che si conformavano meglio al non-agire

non lo utilizzavano per istruire

ma miravano piuttosto a ciò che il popolo restasse oscuro e semplice.




Più il popolo aumenta in sapere,

più si governa difficilmente.

Governare per lo scibile aumentando lo scibile

conduce alla rovina.

Governare per il non-agire senza spargere la Cultura conduce al successo.




Questo capitolo illumina tutti i problemi sociali contemporanei, generati non solamente dalle rivalità culturali geografiche che si basano sulla storia vecchia, e le differenze genetiche della specie umana, ma che provengono anche dei molteplici ghetti culturali al seno stesso di una collettività sedicente omogenea, ma prigioniera delle leggi economiche proprie alle agglomerazioni gigantesche (disoccupazione, immigrazione proletaria, immigrazione clandestina, traffico di droga e prostituzione, delinquenza giovanile ecc...).

Finché l'individuo passa dallo specchio di un'identificazione limitata ad una Cultura e ad un mezzo, non è pronto a riconoscere dall'altro, sottomesso ad un'identificazione differente, un'altra "emanazione" del principio, analogo a se stesso.

La migliore soluzione, cortocircuitare la Cultura, per sviluppare la tradizione iniziatica, non è stata trattenuta dalla Storia, né in Occidente né altrove. L'utopia celeste non ha funzionato, e gli esseri si sviluppano prima separandosi gli uni dagli altri, attraverso la profusione dei particolarismi genetici, culturali, sociali. Alla fine di questa efflorescenza, sarà indispensabile abbandonare i bagagli troppo pesanti, per smettere di prendere pretesto della differenza e fomentare massacri, genocidi, guerre mondiali, sterminio.

La "prevenzione" non ha funzionato, né attraverso il Taoismo originario, né attraverso il Cristianesimo primitivo, né attraverso l'Induismo ispirato che autorizzava i cambiamenti di casta, né attraverso la filosofia greca che si è persa nel rilassamento delle usanze nei discorsi belli. È necessario sapere guarire della Cultura, per smettere di affrontarci, e siccome la Cultura è inevitabile, resta a fondarne una sola, universale, spolverata degli arcaismi diversi, orientata verso l'uomo divino. È la scommessa del prossimo millenario.








Dai popoli esuberanti,

si dice che la via conduce al Creatore,

e ciascuno sogno di chiedere al Creatore dei favori.

Dai popoli placidi,

si dice che la via conduce al vuoto,

all'estinzione del desiderio, alla contemplazione del senza-forma.

Dai popoli veloci,

la via è un'ingiuria alla libertà o alla storia,

perché implica un ordine sconosciuto che smentisce

desideri e movimenti, mode ed abitudini.

Dai popoli lunari,

si dice che conduce all'armonia dei contrarii,

dai popoli chiacchierone,

che conduce alla conoscenza.

Dai popoli fieri ed astratti,

che conduce all'immortalità.




La via riflette i colori delle epoche e delle razze,

siccome uno specchio riflette chi vi si contempla.

Lo specchio è liscio e senza immagine,

siccome la via è immutabile e senza forma.







Commento della stanza 16




L'iniziato, il saggio, soffre di vedere gli uomini dividersi, perché si vantano di una tradizione differente. Ci sono molto meno di differenze che ciò che si immagina tra le grandi tradizioni, ma il modo di cui sono commentate segue la propensione dell'anima della razza che rappresentano. C’è un condizionamento proprio ad ogni grande ceppo dell'umanità, ossia un spirito che differisce. Ciò fa la ricchezza dei continenti. Come i quattro spigoli della piramide conducono alla cima, l'insegnamento di saggezza propria alle razze principali dell'umanità differisce, ma la cima rimane la stessa.

L'uomo vero sfugge alla determinazione genetica della sua razza, per aggrapparsi a monte ad un principio, ciò che Laozi chiama "poppare la grande madre", dunque. Le forme delle rivelazioni si pattinano ed alterano la rivelazione conformemente allo spirito della civiltà. Il pensiero cinese è pratico e collettivo. Perdendo il suo potere metafisico, il Tao-Te-Ching ha deviato verso una saggezza sociale, farne né troppo né troppo poco. Il Cristianesimo si è deformato sotto l'influenza degli imperi conquistatori, Roma ed il Santo-impero, mentre valeva ancora qualche cosa alla sua origine, dai Greci, dove si nutriva dalle vecchie preoccupazioni filosofiche, senza rinnegarle formalmente. Permetteva a ciascuno di dimenticarsi per l'altro, principio analogo all’oblio di sé di Laozi, per scoprire meglio la legge del Padre, sebbene nel Cristianesimo, l'altro sia valorizzato, contrariamente al Taoismo. È questa valorizzazione dell'altro che deriva automaticamente verso il sentimentalismo beato cristiano, ciò che denunciava già nel suo tempo René Guenon, del resto... La chiesa ha ucciso il Cristianesimo, e dunque ha sparso altra cosa.

L'induismo formicola di testi canonici espliciti sulla realizzazione universale, il rilascio, l'ottenimento del samadhi, e possiede una nomenclatura metafisica senza uguale, interamente rivelata nel ventesimo secolo da Sri Aurobindo. Ma il popolo è così passivo che la sua preoccupazione essenziale è di adorare, ciò che lo dispensa di tutto il resto. La rivelazione sulla reincarnazione è ricuperata dunque automaticamente dallo spirito della razza che ne approfitta per affondarsi in un torpore istituzionale. "Sarò in una casta più elevata la prossima volta", tale è la convinzione dell'indù che aspetta la sua prossima incarnazione, siccome aspetta il treno, vale a dire, burlandosi, che abbia una o cinque ore di ritardo. Il Giudaismo si è deformato perché l'assenza di terra fisica per esprimersi lo ha spinto a proteggersi molto, ed soffre di ostracismo, di una ritualizzazione eccessiva proprio a forgiare un'identità minoritaria molto resistente e molto potente. Il Buddismo somiglia al Taoismo, ma meno pratico. In ogni modo, occore distinguere le rivelazioni che esaltano un Dio creatore, addirittura personale, spesso soffocando, come nel Cristianesimo, il Giudaismo e l'Islam, delle rivelazioni che lo comportano senza insistere, come l'Induismo, e delle rivelazioni che l'escludono, come il Buddismo ed il Taoismo. Infine, quando la tradizione sparisce, l'individuo si sviluppa velocemente con lo spirito colto che si impossessa totalmente di lui, o per perderlo nel materialismo, o per portarlo alla via, una volta che è stato ben formato l'ego individuale.







Capitolo 67 del Tao-Te-Ching




Tre tesori essenziali mi bastano e non variano :

il primo è amore, benevolenza protettiva

il secondo trovare la contentezza nella frugalità

il terzo il rifiuto di mettersi avanti per esercitare l'autorità.

L'amore dà delle ragioni per esprimere del coraggio

frugale, si ha qualche cosa a dare.

Con lumiltà perfetta che si mantiene in basso,

si fa notare per esercitare i più alti carichi.




Attualmente,

si sopprime la benevolenza per eccitare il coraggio,

si sopprime la moderazione sotto pretesto di essere liberale,

si dimentica di essere l'ultimo per, pretendere, diventare il primo.




Esiste una formidabile analogia con l'insegnamento del maestro di giustizia, le qualità passive, umiltà, oblio di sé, la resistenza, prevalgono sulle qualità attive, facili a manifestare, arroganza, pretesa, audacia. La ricettività permette di comprendere tutto, l'attività permette solamente di difendere il suo territorio, imporre le sue prerogative. Senza equilibrio dei due, gli individui sono fin troppo militari o virili, il loro eroismo è inutile, la loro audacia puerile, i loro movimenti nocivi.

O al contrario, la loro ricettività è troppo emolliente, ed essi diventano ipocriti, codardi, astuti, deboli. Le loro qualità di ascolto sono deviate ed il loro senso dell'adattamento in effetti fa di essi dei terribili opportunisti. Né i primi né i secondi rappresentano dei buoni individui sociali, perché deviano le leggi al loro profitto, o per imporre i loro movimenti con la forza e con la violenza, o per corrompere le istituzioni con l'intrigo, la dissimulazione, la disonestà.

Lo spirito colto rischia solamente di aumentare lo squilibrio tra lo Yin e lo Yang. Gli alimenti forniti dalla società all'intelligenza permettono di sviluppare facilmente la via più istintiva, l'intolleranza per gli attivi, esigenti ed autoritari, l'assenza di senso morale per i passivi che scalzano, come le termiti, le strutture collettive per nutrirsi a delle fini personali di ciò che deve ritornare a tutti.

Unica la veda "del non-agire" rivela l'equilibrio dei contrarii ed i mezzi di armonizzare lo Yin e lo Yang. Ma è acquistato che la Cultura non è un mezzo efficace per veicolare questa conoscenza segreta.











È un errore di caratterizzare la via,

è un errore di dire che tutto vi conduce.




Per la via, niente è vietato od obbligatorio.

L'obbligatorio è un vietato attivo,

il vietato, un obbligatorio passivo.




Il proprio della via è di mostrare

che i contrarii si generano reciprocamente.

Lo spirito oppone delle cose simili,

è perché la via lo condanna.




Lo spirito riunisce delle cose opposte,

come l'amore e l'attaccamento

come l'intelligenza ed il potere

come la competenza e la bramosia

siccome l'astuzia e la parola

come la menzogna e l'esattezza

è perché la via se ne libera.







Commento della stanza 17




L'idea "il proprio della via è di mostrare che i contrarii si generano reciprocamente" è contenuta nei passaggi oscuri del Tao-Te-Ching, in particolare nel capitolo 36 che suscita le traduzioni più fantasiose. Ciò lascia sentire che l'originale era particolarmente condensato e strutturale, suscettibile dei differenti livelli di lettura.




L'origine del ritorno verso il principio,

è l'apogeo della sua manifestazione.

La forza diminuisce perché si è espressa

la decadenza arriva dalla prosperità

l'opulenza che ha dei limiti, genera la povertà

comprendere ciò, è accedere alla luce.




il malleabile trionfa del duro perché lo segue

il duro trionfa del malleabile perché lo segue.




Si trova nello Yi-Ching questo principio con la trasformazione dei esagrammi, il vecchio yin che si trasforma in yang ed il vecchio yang in yin.

Questa conoscenza sembra mancare agli occidentali che non l'applicano mai. Gli industriali producono senza riflettere mai alla saturazione del mercato e la sovrapproduzione costa molto cara e si ripercuote sul prezzo del prodotto. È una visione sentimentale che anima l'economia di mercato difatti, e sotto pretesto di fare sempre meglio, vendere più, l'economia si degrada e si giunge alle aberrazioni istituzionali come per esempio con l'agricoltura. Delle sovvenzioni sono offerte da un lato ma dell'altro si paga delle multe se certe quote sonno superate ed allora vale meglio spargere il latte sulla via pubblica che venderlo. Qui si tratta solamente di un esempio, particolarmente eloquente delle debolezze dello spirito occidentale che ama tanto reggere il mondo e le cose, che nega di ammettere i principi che lo superano. Il sempre più è una politica debole che conduce necessariamente alla catastrofe, come la mediatizzazione della prodezza spinge gli atleti a drogarsi, per essere al livello più alto. Il culto dell'abbondanza suscita in segreto di numerosi fallimenti, economici, politici, storici.

Di conseguenza, i più grandi imperi industriali si costruiscono dopo una tabula rasa delle strutture, ció che permette un nuovo sviluppo fantastico. Egli è curiosi di constatare che il Giappone e la Germania, oltre le caratteristiche razziali proprie, hanno potuto ciascuno imporsi nel campo economico dopo le capitolazioni esaurienti.

Il movimento della vita impone dunque a monte delle nostre preferenze soggettive e del nostro culto della prestazione, che la perdita sia la conseguenza più matematica del guadagno, a partire da una certa apoteosi, e che il guadagno sia un movimento facile e veloce, quando non parte da niente, o di una situazione economicamente debole.

Questa legge si applica con più di evidenza al ciclo della guerra e della pace, e bene che possa sembrare odioso di pretendere che la guerra, talvolta, ristabilisce un equilibrio, è nel giusto misuro delle cose ciò che fa, e noi non sappiamo del resto ci rinunciare. Gli esseri umani non sono abbastanza fusi nel non-agire per evolversi senza la guerra, è un bisogno dunque, e la sua manifestazione "ridistribuisce le carte" dell'evoluzione per un momento.

È desolante constatare che l'occidente non riesca ad afferrare dei principi tanto semplici, ciò che l'impedisce di utilizzare il suo genio senza patire dei suoi numerosi eccessi. Il potere dello spirito occidentale è meraviglioso, e permette in teoria di liberarsi totalmente dai condizioni "animali" dell'esistenza dominando l’habitat, la salute, ed anche il tempo, attraverso differenti sistemi efficaci come le assicurazioni, le pensioni, ecc... Ma tutta questa meravigliosa funzione trasformatrice non è guidata da una conoscenza superiore per il momento, ed i risultati rimangono aleatori. Il vero genio occidentale, se si sbarazzava del suo gusto del lucro, dell'ebbrezza dell'iniziativa, del fascino del potere, sarebbe in grado di produrre dei modelli di società soddisfacenti, poiché l'individuo è rispettato particolarmente, come entità, nella mentalità occidentale.

Si rivela difficile nella pratica di conciliare i geni delle razze. Ciascuna di esse porta il suo peso di ombra, e solo un uomo universale saprebbe approfittare del florilegio che ogni razza umana, che ogni grande ceppo dell'umanità incarna e manifesta. Ciascuno è prigioniero del genio del suo popolo, perché non sa esprimersi senza trascinare delle aberrazioni molteplici che provengono dagli angoli per il momento morti di una visione limitata, séparativa, condizionata per la storia ed i suoi valori, così come per il karma genetico.

Esiste un altro senso esoterico al primo verso citato:




L'origine del ritorno verso il principio, è l'apogeo della sua manifestazione.




È l'uomo che si trova alla cima della gerarchia della Natura, incontestabilmente, col mentale che sa così male sfruttare. Questa condizione gerarchica determina che non può più salire nell'evoluzione. È solamente tornandosi verso il Principio che l'ha manifestato che la sua evoluzione continua, e non fissando arbitrariamente se stesso la finalità della Storia. Il ritorno verso il Principio, è il non-agire naturalmente.

Ciò vale a dire anche che nessuno governo che sviluppa le sue proprie prerogative può portare il popolo verso il non-agire. Se la dittatura dirige, chiamerà la rivoluzione. Se la democrazia diventa troppo democratica, il lassismo s’immischia e dei dittatori possono esprimersi con totale impunità. La dittatura, troppo dura, chiama la rivoluzione. La democrazia, quando diventa troppo molle, suscita degli avversari, interiori ed esterni.











Perché la via è tortuosa talvolta

certi si complicano l'esistenza per sembrarene degni.

La semplicità finisce per sconcertarli.




Perché la via è diritta talvolta

certi l'appianano per meglio appropriarsi la.

La profondità finisce per sconcertarli.




Quanto il cammino è geometrico,

la rigidità si confonde col rigore.

Quando il cammino è senza forma,

L’oblio di sé si confonde con l'agilità.




Una guida troppo precisa non conduce da nessuna parte

perché si ferma continuamente,

una guida troppo agile non indica niente

perché non si ferma mai da nessuna parte.

Talvolta la disciplina serve, talvolta nuoce.

Talvolta la disponibilità serve, talvolta nuoce.




Il cammino è sempre simile a se stesso

è perché ciò che è identico è insondabile.






Commento della stanza 18




L'obbedienza ad un sistema irrigidisce lo spirito. Per ritrovare lo spirito naturale, non basta aggrapparsi ad una disciplina, di scegliere severamente i suoi comportamenti, di prosciugarsi. E la psicologia moderna mostra bene il rischio che c'è a separare la vita dalla trascendenza. L'ego spirituale può formarsi, pieno di credenze sottili stabilite su dei principi inalienabili.

Il femminile, il dubbio, l'abbandono delle cose anche "spirituali" alle quali si teneva di più, è necessario per esplorare oltre talvolta e più largamente il reale. Il "lasciare la presa" è allora necessario. (Genera delle ferite narcisistiche talvolta.) È un modo femminile di staccarsi delle sue ossessioni, dei suoi scopi, delle sue ambizioni, per fare il bilancio, obliarsi, accettare l'insuccesso o il risultato debole. Non c'è niente di umiliante in questo processo, se l'amore della via è ancorato. Ciò permette di accettare che le cose non siano conformi a ciò che si aspettava.

Ma la loro mancanza di conformità agli auguri personali, è forse una conformità ai principi superiori.

Senza disciplina, la ricerca manca di stabilità, con troppo di disciplina, la ricerca evacua la spontaneità. L'equilibrio può esistere, e se non esiste, delle fasi contrarie possono alternare. Non c’è necessariamente evoluzione, o necessariamente regressione, quando una fase agile provoca o viceversa una fase rigida. L'agilità va di pari passo con l'allargamento della coscienza.

La rigidità o disciplina accompagna l'approfondimento.




" È perché ciò che è identico è insondabile" è probabilmente un aforisma sparito del Tao-Te-Ching, o un archetipo, che ho provato e ho scritto con un'emozione intensa. La via può cambiare di forma e può restare identica a essa stessa, siccome si può con totale serenità attraversare una città, la campagna, un villaggio, senza modificare il sentimento interiore, o come si può, in un stato di eccitazione febbrile, rimanere depressivo spostandosi dalla città alla campagna, senza che il cambiamento di scena intacchi la percezione. Soltanto lo stato d'animo conta, i dettagli della via, piacevole o sgradevole, solo o con gli altri, qui o là, sono secondari.

Il principio supremo non agisce, è senza forma. Quale errore di basarsi sulla forma per scoprire ciò che non ha forma. Quale errore di basarsi sull'emozione per perpetuare il sentimento, o di basarsi sul sentimento per decidere di ciò che è giusto o falso!




Capitolo 35




Chi è conforme al principio

contiene in lui tutti gli esseri,

e non può nuocere loro dunque.




Se vengono, ricevono

e condividono il riposo, l'armonia, la sicurezza.




Una volta di più, Laozi augura espressamente che l'imperatore scopra la via, perché è al comando supremo che la responsabilità è più alta. Un imperatore conforme al principio saprebbe reggere spontaneamente il suo regno. Se è cinto dai cattivi consiglieri, una politica troppo dura appare per il popolo, lassista per i cortigiani.




Ciò che è l'oggetto del capitolo 53.




Per ottenere dei palazzi impeccabili e delle corti splendidi,




i solai sono vuoti e le terre incolte...




Si veste per l'ostentazione,

si porta una spada tagliente,

Si rimpinza alla buona tavola e si ammassa sempre più di beni,

chiamo ciò saccheggiare e parlare per comparire ed imporrene



comportarsi così, è agire proprio al contrario del Principio.








L'uomo senza la donna, nessuna generazione.

La donna senza l'uomo, nessuna creazione.




Quando l’uomo possiede in lui la donna,

L’agilità non lo smarrisce.

Quando la donna possiede in lei l'uomo,

la determinazione non la rende testarda.




La forza non impedisce l'acqua di colare,

la debolezza non impedisce il fuoco di salire.




L'immensità non si limita.




Costringere il suo spirito,

è pretendere cacciare il vento soffiando sopra.

Anche un soffio enorme non caccia una corrente d’aria.

L'azione conforme al principio

è al di là della volontà virile che aggredisce

al di là della sottomissione femminile che subisce.




L'abbandono, è perdersi vittoriosamente,

raggiungendo il principio e la sua azione.













Commento della stanza 19




Costringere il suo spirito,

è pretendere cacciare il vento soffiando sopra.




Tutta l'ascesi spirituale gira intorno alla trasformazione dello spirito. Certi dicono che bisogna controllarlo, dominarlo, ma con quale leva si può fare questa cosa? Dove deve andarsi a cercare ciò che domina lo spirito?

Nella volontà ? La volontà fa parte dello spirito, essa può opporsi più violentemente ai desideri "dell'occhio", può temperare le invidie e gli appetiti convincendosi di farlo, ma se lo spirito resta ribadito alle sue prerogative, convinto che fa degli esercizi spirituali per giunggere allo scopo, è ancora il centro colto che agisce, senza abbandono, senza vero bisogno di darsi alla via essa stessa. È vero che lo spirito cambia, è il processo stesso del vero sadhana indù, dell'adesione completa alla via. Ed è perché cambia che trova meno potente le passioni che l'occhio brama. Quando il bisogno di scoprire l'armonia modificha la natura interiore, le ricchezze, il prestigio, il potere, la seduzione, perdono del loro splendore

Il corpo anchè comincia a rivendicare meno di cose. Possiamo, cominciando a vivere le conseguenze di ciò che procura la via, per gli esercizi, ricuperare la via essa stessa? Il distacco è il risultato della liberazione. Possiamo, mimando i risultati, persuadendosi che bisogna già incarnarli, favorire la causa loro?

Sì, dice la vecchia tesi mistica. Mi sacrifico per il Divino, sacrifico la sessualità, le ambizioni personali, la sicurezza, mi do totalmente, il sadhana farà il resto.

No, dice la tesi moderna. Se il sacrificio è interessato, se si rinuncia per giungere ad un trionfo spirituale, il sacrificio non darà nessuno frutto. Il Divino non si lascia imbrogliare per un volgare amo.

Laozi denuncia lo spirito colto, non può prescrivere dunque di artificio per raggiungere un presunto controllo dello spirito, non più che vanti, l’abbiamo visto prima, un comportamento preciso per venire a capo dell'insistenza dei desideri emozionali.

In compenso, vanta i meriti di un'energia trattenuta, enunciando che l'intensità vitale è nefasta, e stanca. Rievoca la frugalità come uno dei tre tesori permanenti, ed egli rievoca anche il controllo dello spirito. Ma è chiaro che nessuna violenza può controllare lo spirito, poiché fa parte dello spirito.

Egli afferma che se era governatore, proibirebbe le armi. Sensibile all'aggressività, a tutto ciò che è oltraggiosamente maschile e volontario, fermato, lo si immagina male dare delle istruzioni militari al suo spirito affinché smette di pensare.

Ma riconosce nel capitolo 55, alla fine, che l'intensità nuoce.




Se l'armonia è conosciuta, ciò che è costante appare

e da la luce.




Esagerare la vitalità indebolirà

abusare del vigore sfinirà

occuparsi troppi del soffio irrigidirà



Ciò che va al contrario del principio

scatena una fine prematura











Non dico che la via deve essere cercata,

perché la si cercherebbe maldestramente.

Non dico che deve essere evitata,

poiché è il bene supremo una volta trovata.




Scoperta,

smentisce le invenzioni umane.

Le mappe della via sono ingannevoli,

e anche quello che la percorre non sa tracciarne nessuna.




Cantare la via, è tradire gli intenti politici,

burlarsi dell'iniziativa umana.




Lo spirito lacera, la via cuce.

Lo spirito non sa tagliare, la via non sa rattoppare.




Comprendere non è amalgamare,

afferrare non è dividere.




Rievocare la verità, è fare la confessione della menzogna.

Parlare di ciò che si possiede, è rievocare ciò che manca.







Commento della stanza 20




Il paradosso dell'insegnamento è abbordato. Parlare della via non basta a scatenare delle epidemie di saggezza. Si può trovare la via brillante, e si c'interessare per aumentare il suo prestigio, nel solo scopo di discorrere come lo fanno i sofisti, o per estendere l'orizzonte intellettuale. Si può cercare di impossessarsi di astuzie che scapperebbero del discorso del saggio per prendere alla trappola una condizione migliore, alzarsi un poco, senza abbandonarsi veramente all'altro versante della realtà, dove si avanza nell'ignoto. Allora, come mai parlare della via?

Smarrisce l'intellettuale che la percepisce col suo sapere e cerca di manipolarla coi suoi concetti.

Mostra al principe che non sa compiere la sua funzione, perché riflette male il principio del cielo che lascia crescere ogni cosa senza intervenire.

Ma non parlarene, può essere peggiore. Nessuno saprà mai che esiste un'altra condizione per l'uomo che quella di passare furtivamente senza stringere niente. Lo spazio può essere abbracciato, e rivela l'infinito splendore della crescita degli esseri. Il cielo può essere compreso, afferrato da alcune folgoranti intuizioni che lo fondano nell'essere, come un complice silenzioso e sicuro. La Terra svela il

segreto del suo lavoro, la sua pazienza che è gioia, la sua sottomissione che è aderenza al principio eterno. Il cammino della riconciliazione sarebbe perso, senza la mappa, anche maldestra, del saggio che dice lui l’al di là delle parole, l'al di là dei contrarii. Le sue parole possono essere piallate, ricuperate alle fini politiche strette e carnivore. Le sue parole possono servire alcuni falsi saggi abili che se ne richiederanno per falsare delle vite, ma se la verità è all'origine del movimento della testimonianza, ne resterà qualche cosa. Un essere semplice e dolce, modesto, comprenderà al volo il messaggio, e si metterà in marcia. Egli non l'avrebbe fatto forse, visto la sua natura ricettiva, senza il piccolo aiuto della testimonianza del maggiore. Un giovane principe sognante potrà dilettarsi di una concezione del potere altra che quella che suo padre gli inculca e trovare l'arma, la testimonianza, per respingere i suoi precettori ossequiosi ed imbevuti. Anche la Cultura intera di un popolo potrà beneficiare di una piccola verità che non si può levigare oltre, ed annettere alcuni proverbi luminosi,

leggermente derivati dell'intenzione del saggio, ma che conservano una freschezza ed un'incidenza quotidiana miracolosa.

La testimonianza della via si abbassa, e cosi essa perdure. La sua qualità metafisica sparisce, ma è al servizio di tutti, ed essa si sparge. È pérenna. Umiliandosi quasi, di non mai parlare di cose stravaganti o di teorie riservate ai letterate, attraversa le età.

La si prende per una raccolta di saggezza popolare, per un tipo di bibbia della Cina, in realtà descrive il processo supremo del risveglio, con due parole, il principio e l'azione. Tutto si articola intorno al principio e più il principio è perfetto, meno agisce; più è imperfetto, più agisce, (il libero-arbitro), e intorno dell'azione che riporta al principio o ne allontana.

Il resto è del riempimento quadrettato che abborda il comportamento del saggio, quello del principe, l'autorità del saggio che non agisce, l'autorità del principe che agisce. Delle qualità essenziali derivano dalla conoscenza del principio, dei difetti culturali maggiori derivano dallo spirito colto.




Capitolo 48 :




Lo scibile moltiplica le divisioni dello spirito,

il movimento verso il principio le diminuisce.

Inseguendo questa diminuzione, il non-agire si rivela.




Questo versetto ricapitola il passo interiore. Quando il mondo esterno smette di suscitare del fascino, lo spirito lavora con meno di oggetti ai quali identificarsi. Anticipa meno, non si smarrisce a cercare delle soluzioni continue dei problemi che escogita interamente con la sua panoplia di desideri, il suo arsenale di timori. I desideri che si accumulano fomentano delle ambizioni potenti, difficili a soddisfare. Le paure che si accumulano fabbricano dei bisogni di sicurezza terribilmente pesante che finiscono per immobilizzare l'intelligenza naturale.

Il capovolgimento dello spirito verso il principio, al contrario, determina solamente alcune linee di riflessione continua che abitua l'intelligenza a meditare sui processi. Queste linee perdono ogni carattere ossessivo, e l'intelligenza naturale prende il suo sviluppo. Le identificazioni si dissipano, un spirito libero del tempo appare e finalmente lo spirito non ha più affare che al suo proprio funzionamento. Il resto è classificato. In continuo movimento su sé, lo spirito finisce per sciogliere tutte le sue direzioni in una sola concentrazione naturale. Non può più sparpagliarsi.

Il non-agire, allora, ed allora solamente, si rivela. Occorre un spirito immobile per scoprire un principio immutabile. Il movimento è vinto.








Volere cambiare, è ricercare segretamente

un ordine immutabile e soddisfacente.

Volere la stabilità, è ricercare segretamente

delle piccole metamorfosi soddisfacenti.




Nessun’astuzia immobilizza lo spirito

nessuno stratagemma lo guida

è perché erra finché ritrova

il Cielo nella Terra e la Terra nel Cielo.




Il bambino balbetta dei suoni incomprensibili

che l'annettono alla via.

Il vecchio vaneggia per appendere la sua vita al Cielo.

Le parole vestono, il senso denuda.







Commento della stanza 21




Lo spirito è prigioniero dei contrarii. Il cambiamento non ha nessuno valore per sé, la stabilità neanche, se è il torpore dell'indolenza. Fare la confessione di un cambiamento che s’impone, è sentire che si deve avvicinarsi di se stesso, o che si allontana da se stesso se questo cambiamento non interviene. Più si crede alla stabilità, più si basa sopra, più un giorno o l'altro, un cambiamento radicale s’impone.

La visione femminile, vicina al non-agire o il non-agire esso stesso, generano una percezione differente. Cercando una stabilità autentica diventiamo sensibile ai piccoli cambiamenti quotidiani che si impogono per salvaguardare, modificare, migliorare la stabilità già acquistata. Ora, per sapere ciò che bisogna modificare senza tregua, ogni giorno, uno spirito disponibile è necessario, uno spirito radicalmente raccolto su se stesso, integrato nell'insieme della persona.

Allora il comportamente è visto da disopra, siccome una forma, e poiché si tratta solamente di una forma, si può plasmarla. Lo spirito colto, al contrario, abborda le cose che di un certo modo, con argomenti, con teorie, ed è incapace di sentire l'opportunità dei cambiamenti ad effettuare, nei differenti settori della vita, politica, sociale, familiare, personale.

Ha compartimentato la vita in settori, e passa di uno all'altro.

Lo spirito femminile prova, anche di un modo vago, l'unità di tutti i campi dell'esistenza e si urta sempre alle visioni fermate che sotto pretesto di essere robusti, aspettano di essere rotte, poiché sono impossibili da trasformare









Capitolo 76




Alla nascita, l'uomo è agile e debole,

si indurisce e si irrigidisce fino alla morte.

Alla nascita, gli alberi e le erbe sono delicati,

la loro fine li rende secchi e magri.




L'inflessibilità caratterizza la morte,

la malleabilità caratterizza la vita.




Un esercito troppo forte non raggiunge la vittoria,

l'albero più elevato è il più vulnerabile.




L'esercito troppo numeroso può essere disfatto dalla sua massa troppo compatta, la sua mancanza di mobilità, la difficoltà di comandarla efficacemente, la sua presunzione stessa della vittoria, la sua superficie che suscita gli attacchi facili, la sua mancanza di coordinamento quando l'avversario la divide, ecc...

Un albero alzato attira il tuono, la brama del taglialegna. È sradicato dal suo proprio peso in una terra inzuppata dal temporale. Laozi non è il solo fondatore del Taoismo a tornare sempre sui rischi da ciò che è splendente, brillante, impressionante, intimidatorio.

Ciò che sembra prima invulnerabile, e dunque desiderabile, nasconde di numerose faglie. Per renderenese conto, è necessario di avere lasciato l'ebbrezza delle cose che rassicurano, per la loro apparente robustezza.

Zhuangzi sviluppa le stesse visioni. Avrebbe rifiutato un posto di ministro, ciò che concorda bene con l'insieme dei suoi scritti.

L'idea stessa dell'invulnerabilità è fondata sul sentimento di essere separato dal mondo. È per ciò che bisogna proteggersene per una colossale muraglia.

Quando si è sciolto nelle cose, il limite tra i mondi esterni e se stesso non essendo delimitato, si può rendersi vulnerabile senza temere niente di nocivo. Il confronto agli avvenimenti arricchisce l'anima, ed è dunque inutile di sviluppare delle difese.

Questa fusione è naturalmente a distinguere della confusione che proviene da identificazioni, superficiali e subite, agli elementi del mondo esterno, attraverso i processi abituali, attaccamento emozionale, affettivo, morale, intellettuale, agli oggetti esterni a se stesso.











Non è perché è inafferrabile

che il vento non è mai nomimato

Rinfresca l'estate,

muove le nuvole,

e l'uccello si appoggia su esso per giocare col cielo.




Non è perché la via è inafferrabile

che bisogna parlarne o tacere.

Rievocata, i macchinari umani sembrano dei giocattoli.




Taciuta, la via si rivela di essa stessa,

senza l'appoggio degli antenati, senza la cauzione dei saggi,

e chiama i vasti cuori che i discorsi stancano.




Troppo parlarne, diventerebbe religione.

Non abbastanza parlarne, si finirebbe per dimenticarla.

Parlare del mistero è atteggiamento chiaro,

ma il mistero rimane intero.

Tacere il mistero è un atteggiamento chiaro,

ma il suo enigma persiste.










Commento della stanza 22




Secondo il principio sviluppato continuamente nel corso del libro, è evidente che la pubblicità per il Tao gli nuocerebbe. Se fosse in grande stima dai letterati, diventerebbe una moda. Lo spirito colto si impossesserebbe delle sue immagini, e l'annegherebbe in un fiotto di considerazioni inutili. Infine, a forza di rivendicarlo, alcuni ucciderebbero in suo nome, altri fomenterebbero dei complotti in suo nome, altri consiglierebbero il governatore in suo nome. Il Tao si conserva dunque perché è incompreso dal popolo, ma veicolato da lui. Il Tao-Te-Ching ha scelto, come l'acqua, di spargersi nei luoghi bassi, senza prestigio, senza altezza, senza conseguenza. Ma si infiltra.




Capitolo 41




Sentire parlare del principio indefinibile,

per un'intelligenza che sale, è dedicarsi ci.

Sentire parlare del principio indefinibile,

per un'intelligenza media, è porrsi delle questioni a questo proposito.

Sentirne parlare, è esplodere di ridere per quello che rimane in basso.

Se egli non ne rideva

la via senza nome non sarebbe quella del principio.




Laozi sottintende sia che è volontariamente ermetico, per tagliare corto ai recuperi mediocri, sia che certi spiriti, in ogni modo, non possono per nulla interessarsi val Tao, sebbene si dica di ciò. Rivelare più, o nei termini brillanti, avrebbe affascinato e nociuto dunque. Ed egli ha rivelato abbastanza per quelli di cui l'intelligenza sale.

Emetto anche l'ipotesi che il Tao-Te-Chng possiede differenti sensi simultanei. In questo caso, ha occorso proprio parecchi anni per concepirlo, per determinare il congegniamento di ideogrammi adeguati per afferrare il senso a parecchi livelli. Gli spiriti moderni appassionati di matematica, comprenderanno di che cosa parlo, e ciò ci riporta alla famosa immagine della luce, che bisogna ripresentarsi o come un'onda, o come una particella. È probabile che la scelta di un senso determinato per un simbolo trascina un tipo obbligatorio di traduzione. Cambiando il senso dello stesso simbolo "nucleare", il resto della frase deve cambiare necessariamente anche il suo senso. Mi dispiace di non potere meglio trasmettere questo principio, che gli astrologi conoscono bene, e su che gli analisti sono obbligati di lavorare continuamente, come gli specialisti dell'interpretazione dei sogni. Il cambiamento di significato di un solo anello della catena dei significanti genera la trasformazione di senso della catena intera. I Cinesi loro stessi sono presi in questa trappola, e Laozi ha potuto fare "apposta" in modo da sovrapporre dei sensi differenti affinché nessuno limite formale imprigioni la sua opera. Deduciamo bene il corollario: si può fare dire qualsiasi cosa o quasi al Tao-Te-Ching, e gli spiriti maliziosi potranno convincersene paragonando, per i capitoli oscuri, (una buona metà), i differenti tentativi dei "migliori" traduttori.

L'autore ha previsto dunque probabilmente dei recuperi mediocri che conseguono della più alta dottrina e che minacciano degli spiriti molto colti e sentimentali, siccome lo attesta il passaggio, nella via del Cielo, (Zhuangzi capitolo 13 D), del discorso tra Lao-Tan e Confucio.

Laozi si rivolge a Confucio :

- è troppo prolisso, vorrei conoscere l'essenziale della vostra esposizione...

- Si riassume, dice Confucio, nella giustizia e la bontà.

- queste si esprimono proprio naturalmente? Chiede Lao-Tan.

- Sì, rispose Confucio. Perché il saggio non raggiunge alla perfezione che per la bontà, e non può vivere senza la giustizia. Senza la bontà e la Giustizia, parteciperebbe del Mondo?

- Definite meglio, chiese Laozi.

- Amare tutti gli esseri, senza distinzione, e favorire la loro felicità senza egoismo, ecco la bontà e l'equità, dice Confucio.

- Ah, dice Lao-Tan, questa dottrina mi sembra innestata sulla vostra ambizione, non sapete che l'altruismo è una forma dell'egoismo? Maestro, se è veramente la questione di ciò che fa autorità nell'impero ed il mondo che vi interessa, studiate innanzitutto l'influsso del Cielo e della Terra, attraverso le leggi immutabili. Considerate il sole e la luna con la loro propria illuminazione, le stelle e gli astri che sono sistemati in un ordine rifinito. Vedete gli uccelli ed i quadrupedi uniti in gruppo, e gli alberi, le erbe, regolati per la loro propria costituzione. Ammettete che tutto nella Natura possiedi uniformità e metamorfosi omogenee, per il Principio che penetra pacificamente, ogni cosa. Lasciate agire l'azione propria a ciascuno ed unite la vostra al Principio, è ciò il cammino della perfezione. Perché prescrivere con la forza le vostre qualità artificiali... Ciò mi fa pensare ad un uomo che fa picchiare il tamburo per fare ritornare suo figlio che ha fuggito, ciò lo fa fuggire più lontano ancora. I vostri sforzi per ristabilire con scalpore la bontà e la giustizia, rischiano proprio di fare sparire la poca benevolenza autentica che resta nell'impero.

Confucio, come tutti i pensatori che non giungono alla realizzazione spirituale, alla morte del pensiero, si tiene al limite superiore del mentale, ancora impregnata di sentimento, ed egli crede ciecamente all'idealismo, al valore di propaganda dei grandi archetipi di cui tutti i sistemi si vantano dalla notte dei tempi fino ai nostri giorni, per asservire i popoli e le masse : la giustizia e la bontà, fondamenti del paternalismo della chiesa, del paternalismo del colonialismo, del paternalismo del comunismo.

Duemila cinque centesimi anni più tardi, bisogna ancora dare ragione a Confucio contro Lao-Tan, o l'esperienza storica è sufficiente per passare ad altro?








Mai l'uccello non vola via senza intenzione di posarsi.

Mai non si pone senza intenzione di riprendere il suo volo.




Dubitare del cammino fa parte della via,

perché è segreta ed inimmaginabile.

Avere la certezza della via fa parte della via




i saggi manifestano che esiste,

che sia scoperta o mancata.




Conoscere il cammino è utile talvolta,

ignorarlo è indispensabile per osservare meglio le direzioni.

Un cammino tracciato gira in cerchio.

Un cammino senza riferimento inghiotte lo spirito.

Un cammino senza destinazione viaggia più lontano

di una strada che conduce alla città.

Un cammino che conduce là dove si vuole andare

si ferma ad alcuni passi della Via.




Un cammino che non si corregge mai, conduce alla perdizione.

Un cammino che si modifica senza tregua

Esaurisce il vigore ed il silenzio.







Commento della stanza 23




Questa stanza ne finisce definitivamente con tutti i problemi creati dal mentale per impostarsi rispetto ad un passo spirituale. La convinzione assoluta del cammino "trascendente" non può installarsi veramente all'inizio del passo di risveglio. Se questa convinzione si stabilisce, diventa un tipo di punto di riferimento astratto, e modella delle credenze. È probabile che una sincerità assoluta dubita della via talvolta, dopo un insuccesso, un dispiacere, un errore, qualche cosa di giudicato contrario all'evoluzione auspicata, o un ostacolo che sembra fermarla.

Nei momenti simili, abbandonare la certezza è di buona guerra. Le emozioni che si presentano di accesso piuttosto come i freni che come gli aiuti nel passo essenziale, sono laminate, riviste e corrette, nei momenti che sembrano particolarmente sfavorevoli. Questo tema è abbordato abbastanza spesso dai mistici. Nessuna risposta del Benamato (il divino trascendente) giunge mentre s’interroga senza tregua. Come, in queste condizioni, rimanere convinto della validità di un percorso orientato verso il cielo ? Il segreto è probabilmente di accettare questa traversata del deserto senza essere ingannato dalle costruzioni mentali che seguono, che deprezzano necessariamente la via per mancanza di risultato, e per stanchezza della resistenza.




Sempre nella linea dei prinicipi che generano il loro contrario, l'alternanza di esaltazione e di scetticismo non può essere giudicata contraria allo sviluppo spirituale. Sono dei falsi maestri che colpevolizzano i loro discepoli quando questi si "allentano". L'accesso al Se, al non-agire, è la stessa cosa, non è una competizione. Sri Aurobindo denunciava con umorismo gli atleti spirituali, e Laozi si distacca delle pratiche, supposte favorire la via, come quella del soffio per esempio.

L'esaltazione va con un sentimento intenso di certezza del disegno divino, una fase di coincidenza estrema, e questa fase è un cibo. Può trasformarsi nel suo contrario, quando si esaurisce, e portare un ricentramento delle attività, un leggero sentimento di amarezza rispetto alla fase precedente; ma, accettata, questa fase mostra le necessità del rigore, l'apprendistato eccellente che consiste in contare solamente su se stesso, quando la complicità del cielo sembra tacere o attenuarsi.

Lo spirito occidentale, troppo prammatico, rigetta le fasi in cavo, i periodi dove la luce si attenua, ed egli è pronto ad inventare qualsiasi cosa per fare sparirle, procedimenti, tecniche, metodi, placebi...ecc. È lo spirito femminile dell'Oriente e dell'Estremo Oriente, (in particolare il Taoismo, il Buddismo e l'Induismo) che possono fare comprendere allo spirito occidentale che è la sua ossessione dell'insuccesso che l'ingombra.

Quando si è nella via, e poi che il cammino si ferma, è per costringerci a scoprire noi stessi i prossimi indizi. La guida abituale sparisce, è per trovarne un altro, ed allargarsi in questa ricerca. Le emozioni e sentimenti superficiali sono "zangolati", ed un approccio nuovo delle cose sarà possibile.




Capitolo 70




È facile di comprendere e praticare ciò che dico,

tuttavia il mondo non cerca né a comprendere né a praticare.




La mia dottrina e gli elementi della sua pratica

riflettono la conoscenza di un'influenza superiore,

Il Principio e l'azione che lo manifesta.




L'attaccamento, emozionale, sentimentale, intellettuale, vieta che l'alternanza delle fasi positive e negative sia percepita come proprio il cammino dell'evoluzione. È una mancanza di agilità che impedisce di scoprire la via. L'azione che conduce al principio, perché ne consegue direttamente, e che basta risalire dunque, non è affettata dagli opposti psichici, gioia, dolore, ecc.




La mia dottrina essendo incompresa,

Io resterò misconosciuto,

in dispetto di alcuni che mi capiscono

e di certi di cui divento il modello.

Ho lo statuto del saggio dunque :

lo si ignora a causa dei suoi vestiti ordinari,

ma porta nel suo cuore dei segreti preziosi come la giada.




La semplicità della dottrina taoista è meravigliosa, ma sfugge per ciò all'investigazione sofisticata della Cultura. Radicalmente altra, essa disturba.








Il fuoco teme meno il ghiaccio che l'acqua,

ed il ghiaccio è più lontano da lui che essa




Del ghiaccio nelle braci,

tutto crepita e vola via

ed il fuoco persiste.

Un secchio rovesciato sul focolare, ed egli si spegne.




Il pieno mezzogiorno è simile al cuore della notte per la loro assolutezza.

L'aurora uccide il giorno tanto quanto il crepuscolo.

Il crepuscolo annuncia la mattina tanto quanto l'alba




Il dolore morale, al suo parossismo,

diventa una delizia: è la chiamata della via.

Il piacere fisico, troppo ripetuto,

crea dei bisogni intollerabili :

è la chiamata dell'inghiottimento.




Chi conosce soltante il piacere o il dolore è disumano.







Commento della stanza 24




Il volgare non è sensibile ai simboli astratti. È tuttavia piacevole di afferrarli. Le analogie sensibili nascondono le analogie astratte. Il pieno mezzogiorno è simile al cuore della notte per il suo assoluto.

Sebbene il cuore della notte sembra l'opposto anche dello zenit, hanno in comune la loro intensità, di luce per uno, di oscurità per l'altro. Questo genere analogie, in seno agli opposti costituisce una parte non trascurabile delle intuizioni che sono propri allo Yi-Ching, e che si ritrova raramente esposte di un modo tanto rigoroso.




Capitolo 2




Appena tutti hanno la stessa nozione del bello, diventa brutto.

Appena tutti hanno la stessa nozione del buono, diventa cattivo




Ciò che esiste e ciò che non esiste si genera reciprocamente.

(La manifestazione conduce il sggio al principio invisibile,

il principio invisibile crea tutti gli esseri. )

Il facile mantiene il difficile.

il corto e la lungo si misurano uno per l'altro.

L'alto chiama il basso che l'attrae.

Il suono ed il tono si riempono reciprocamente.

Prima e dopo si seguono.




Poiché è così,

il saggio è utile col non-agire,

ed insegna senza parlare.

Pronto a dare, non distribuisce niente

e si viene a lui senza che lo chiede.




Il proprio delle nozioni è di pervertire la loro origine. Il Bello è difficile ad afferrare, la sua contemplazione è alla portata del saggio ma se egli si azzarda a tradurre questa visione, si finira per impossessarsene con le costruzioni mentali, ed il Bello sarà definito rispetto agli opposti. Sarà limitato dunque, specificato, inquadrato, comparato, definito, per altrettanto di artifici intellettuali che esistono di filosofi e di pensatori. Nella sua contemplazione stessa, il Bello è il Bello, ed egli non è rispetto a ciò che si oppone a lui. Non puo essere dedotto del suo contrario, perché egli è a monte di tutti i contrarii, vale a dire proprio un’ immagine del Principio. Non è la ragione che percepisce il Bello, ma l'insieme della persona, ciò che necessita che la persona sia unificata per vedere il Bello, altrimenti gliele scappa. Mettersi di accordo sul Bello, è livellarlo talmente già, che non può più sopravvivere a se stesso.

Questa nozione essando meno utile, finalmente, che il Bene o il Buono, è particolarmente pericoloso di delimitare la bontà, (e l'equità che è sua estetica, cioè la sua forma perfetta), poiché si finisce a prenderla per ciò che non è. Volgarizzata, la bontà non ha più niente di comune con la Bontà vera, percepita dal saggio unito al Principio.

La bontà del saggio è un movimento naturale. Egli non deve sforzarsi di essere buono, lo è perché non può fare diversamente, adesso che ha visto che tutti gli esseri sono delle emanazioni del Principio, e che questa caratteristica comune prevale sulle loro differenze rispettive e le loro qualità proprie.

Ma appena la bontà sarà propagata come una qualità ad adeguarsi ed a manifestarsi, diventerà artificiale. Ciascuno si sforzerà per acquistarla, e si crederà presto che fare il bene, vale a costringere gli altri ad agire come se stesso.

Lo spirito umano è fatto così, prima che raggiunga l'azione del principio, che intende potere contaminare gli altri con le sue proprie certezze, tanto più che queste certezze sono morali, e supposte favorire il dovere, la vita sociale, il rispetto delle convenzioni. La prova che la bontà, quando diventa obbligatoria, non è più della bontà, è data principalmente dagli scacchi monumentali dei differenti sistemi che hanno voluto istituzionalizzarla.

La bontà, uno dei principali fondamenti del Cristianesimo, è stata pervertita totalmente e schernita dalla Chiesa che non l'ha praticata mai. I soli esseri che hanno saputo praticare la bontà l'avrebbero fatto in qualsiasi contesto, e quando erano affiliati alla Chiesa, per liberarsi del suo peso, hanno creato degli Ordini religiosi. Gli Ordini religiosi, alla loro origine, praticavano una bontà vera, autentica, naturale. L'etichetta, la Gerarchia, ed altri costrette finiscono spesso per fare scomparire la bontà, come è principalmente il caso nella compagnia di Gesù, i Gesuiti, mettono avanti altre qualità, per ovviare alla perdita della bontà vera.

La bontà doveva animare il comunismo, ma appena è divenuta obbligatoria, ciascuno fu sospettato di non essere buono, ed in questo clima, la vera bontà non può esprimersi. La bontà artificiale del comunismo commette ancora devastazioni, e tutto essere che nega di diventare buono, cioè conforme al principio artificiale che il Potere ha messo a posto, deve sparire del quadro sociale, per sovversione.

Non si è parlato tanto mai di Giustizia e di Uguaglianza che intorno alla Rivoluzione francese dove le teste cadevano giornalmente a profusione.

Perché è obbligatorio amare il suo prossimo come se stesso, la tentazione è brava di odiarlo, ed è anche sospetto di amarlo naturalmente, poiché ciò deve fare parte del dovere, e fa intercedere una nuova dimensione, impudica, nell'amore che si può ricevere e dare. Amatevi gli uni gli altri come Dio vi ama non era dunque un ordine, nonostante l'imperativo, ma semplicemente l'augurio di un angelo, sconcertato dalle carapace oscuri degli uomini, e sensibile alle frontiere meschine che gli esseri umani erigono continuamente tra essi, mentre un solo Principio li emana.








Cercare di eliminare il dolore è una lotta persa in anticipo

Il minimo graffio diventa un supplizio,

la personalità si gonfia.

Cercare di eliminare il piacere è una lotta pericolosa,

Il minimo tatto provoca un torrente di turbamento.




Quando la notte invade il giorno, perdita di chiarezza.

Quando il giorno invade la notte, perdita di oscurità.

Né il giorno né la notte impediscono l'invasione dell'altro.

Ciascuno sa che il suo contrario non s’installa.




Senza peccato, nessuna santità. Senza cima, nessuna caduta.

Senza virtù, nessuno reato. Senza menzogna nessuna verità.

La vergogna concerne gli orgogliosi.

La colpa, quello che si immagina che esiste un cammino diritto.




Quello che la via chiama commette solamente degli errori.

Non riesce niente. Coincide.

Responsabile dei suoi errori, non è responsabile dei suoi meriti.

È ciò che ne fa un saggio.

L'uomo volgare si attribuisce delle prodezze e dei meriti,

Il minimo risultato l'ubriaca.




Ma si acceca piuttosto che mettersi in causa,

accusa gli altri dei suoi propri sbagli

ed è ciò che ne fa un uomo volgare.







Commento della stanza 25




Questa stanza è una delle meglio ispirate. Tutti i temi del Taoismo sono sintetizzati, per quanto concerne la pratica, evitare gli estremi, per quanto concerne l'alternanza dei contrarii, la resistenza dello spirito colto alla via : la vergogna riguarda gli orgogliosi, l'errore quello che si immagina che esiste un cammino diritto.




È parallela al capitolo 24




Che si rizza sulla punta dei piedi

non tiene molto tempo la sua taglia.

Con le falcate troppo grande,

non si cammina così lontano.

Ad esibirsi, la reputazione si perde.

Ad imporsi, si diminuisce l'autorità.

A vantarsi, si uccide il suo proprio merito.

Chi stima i suoi successi, smette di svilupparsi.




Per quello che è illuminato dal principio,

tutti questi modi sono dei rutti.

Sono allo spirito ciò che un'indigestione è allo stomaco.

Chiunque entra nella via del non-agire

Si dispensa di fare così.







La prova che la via del non-agire si manifesta veramente, è che l'individuo non è sollecitato più dalle posizioni "narcisistiche" a prendere di fronte al mondo esterno. È il corpus della Psicanalisi che ha meglio situato il narcisismo incosciente, sorgente di ferite molteplici. Quando l'individuo non soffre più di valorizzarsi se stesso, (perché ha rinunciato naturalmente a farlo, che non cerca più "di spostarsi" avanti, non ha più bisogno del avallo dell'approvazione di altrui per percepirsi e rivalutarsi se stesso.

È il vero segno che l'immersione in se stesso è avvenuta, e ha liberato lo spirito colto delle sue proiezioni permanenti per farsi valere. Una volta che il narcisismo primario è stato disgregato, l'immagine di sé rispetto agli altri non è più senza tregua progettata avanti per piacere, sedurre, convincere, imporsi, giustificarsi, farsi valere, discolparsi.

È il sorpasso del mimetismo gregario, nutrito per le istituzioni che giocano sulle invidie di prestigio, il desiderio degli onori, per attirare le intelligenze medie nei loro circuiti di intrighi, di gratifiche, di privilegi e di rivalità. Non c'è là dentro niente di conforme alla via, ed essa non può rivelarsi pure continuando di eccitare i desideri mondani, il proselitismo superficiale, la demagogia.

Una volta di più, si pone il problema dell'uovo e della gallina. Si Può artificialmente liberarsi dell'interesse narcisistico per il mondo costringendosi a non mirare gli onori, il successo, il prestigio, la notorietà, altrettante apparenze fallaci che intrappolano le intelligenze medie nelle identità separative, semplicemente meglio adattate al sistema sociale?

È una delle caratteristiche essenziali dello sviluppo della Cultura di mettere a confronto gli individui per arricchirsi, intrigare, governare. Il più abile alla parola può vincere, senza preoccuparsi realmente del bene del popolo. Il più abile ad arricchirsi, perché il suo soffio vitale si polarizza sul denaro ed i mezzi di ottenerlo, può giungere un posto privilegiato, pure burlandosi dell'economia del suo paese, e senza ridistribuire le ricchezze assicurando del lavoro a tutti. Il beneficio eccessivo nuoce all'interesse collettivo e serve la volontà individuale. Separarsi dalla mediocrità della massa seguendo i modelli socio-culturali, paradossalmente, è una nocività per la società.

I modelli socio-culturali sono fondati sull'emulazione ed i privilegi esorbitanti che conseguono di giungere ai primi posti del commercio, dell'industria, del governo, ed oggi della comunicazione, nuovo potere pericoloso e potente.

L'altro mezzo di separarsi dalla mediocrità della massa è di cercare il principio. Così si accontenta di poco senza sfruttare nessuno, e le soddisfazioni nascono di avere ritrovato l'ordine della Natura che procede esso stesso della conformità al Principio. Non ci sono limiti nelle soddisfazioni interiori e non sono tributarie di un sconvolgimento sociale, una caduta professionale, o l'accesso ad un grado superiore.

L'autonomia è la scoperta del principio esso stesso che permette di non essere leso in nessun modo dai cambiamenti provvisori che impongono il contatto con gli altri, la partecipazione sociale, la competitività tra le competenze. La concorrenza è buona solamente sul piano del commercio, dove i monopoli sono sorgenti di abuso. Sugli altri piani, è nociva. Gli esseri essendo incomparabili, è deformarli di costringerli a battersi tra essi per fare valere la loro abilità. Più si sale nella gerarchia sociale, più la menzogna è abile, più la disonestà è discreta.

La ricerca del potere è la ricerca dell'impunità narcisistica. È infantile.








Punire, è lasciare sentire che si comanda.

Ricompensare, è lasciare sentire che si governa.




I genitori che si abbandona con gioia

hanno punito troppo e hanno ricompensato.

Quelli che mancano hanno lasciato troppo fare

la loro compiacenza era un guanciale.

Quelli che si ama visitare non sono né troppo vicini

né troppo lontani.




Troppo vicino, la complicità è una sorveglianza.

Troppo lontana, la complicità è un incitamento

a fare qualsiasi cosa.




Il cielo non è mai così vicino che egli rivela i principi

senza che si li sia cercati.

Non è mai così lontano da nasconderli a chi rinuncia a rubarli.

La Terra non è mai così vicina che essa difenda ogni scappatella,

non è mai così distante che essa nega di riconfortare

il viaggiatore che funziona senza sapere mai dove rendersi.




Il potere caricatura l'autorità

la compiacenza caricatura la complicità.




Ignorando queste trasformazioni

i bambini perpetuano i dolori dei loro genitori

sui loro propri bambini.







Commento della stanza 26




Il tema dell'armonia universale è abbordato. La via è larga e lascia fare, il cielo non fornisce mai i principi a quelli che non li cercano, sebbene si possa, nei casi eccezionali, dirigersi verso di essi senza l'avere concepito veramente. La libertà dell'uomo è straziante: non c'è di sovrano buoni fuori del non agire, vale a dire ciò che consegue della scoperta del principio, ma niente, assolutamente niente, indica che si deve cercarlo. La "realtà" sembra un complotto contro la via.




1/ la cultura parla, ovunque sia, del cammino spirituale con una mescolanza di enfasi, di timore, di rispetto che rende l'approccio confuso.




2/ l'essere vitale è spezzettato in differenti appetiti che presentano l'avvenire come un stato dove i desideri devono essere colmati. È difficile di liberare lo spirito delle preoccupazioni materiali e del peso dei desideri per allargarlo, e permettergli di approfondirsi.




3/ la via non si dà, quando ci s’impegna con un movimento troppo debole, una prova reale della sua esistenza e si abbandona anche prima di dedicarsi ad essa per stabilire un compromesso con lo spirito colto, cioè la religione, la filosofia sofista, l'arte senza genio, una forma istituzionalizzata di passo.




Se l'abbandono alla via non è abbastanza sincero, non giunge ad impegnare l'essere, ciò che è conforme al primo paragrafo del capitolo,64.




Ciò che non si agita si domina facilmente,

ciò che non è sbocciato affatto può soffocarsi nell'uovo,

ciò che è fragile si spezza facilmente,

ciò che è minuto si disperde ad ogni vento.




Se il seguito si applica alla nozione di prevenzione, questo versetto è una legge generale che enuncia, molto prima la fisica, il principio di inerzia. C'è una soglia a raggiungere per fare tirare fuori da terra un germe e che cresca.




Un albero che le tue due braccia cingono è nato di un seme simile ad un capello.




Questa taglia gli conferisce una certa vulnerabilità adesso, perché attira la battuta, ma questo stesso albero era tutto tanto vulnerabile quando, germoglio fragile, poteva essere schiacciato da un passo di uomo o di animale, divorato dagli insetti, prosciugato dall'estate, annegato per le intemperie. C'è un capo a superare affinché la via si sviluppa, senza che la minima minaccia ne venga ad estremità. Il timore di non sapere dove conduce può dissotterrare una passione superficiale per il Cielo, il desiderio di vedere spingere può incitarla troppo rapidamente agli annaffiamenti artificiali, la volontà di volere dirigere può scostare certe decisioni necessari, certi movimenti indispensabili. Al suo termine, la via confonde la vita e la morte, e se è diventata un albero immenso, è all'immagine del principio. Importo poco che il tuono la fulmina o che il taglialegna l'abbatta. La saggezza si risolve a tornare nel Cielo, e la morte è anche un'apoteosi del non-agire, perché non è né decisa né remota, né desiderata né temuta.

Contrariamente a numerosi testi tradizionali, il Tao-Te-Ching non insiste sull'illuminazione improvvisa, ma evita anche di presentare l'accesso al principio come lo sviluppo deliberato di una posizione mentale, ciò che l'affilierebbe allo spirito colto, la decadenza stessa dell'ordine naturale e trascendente. Niente è preciso, ma nessuno falso cammino è indicato.

C’è forse anche l'idea che l'albero può svilupparsi e raggiungere la longevità, se rinuncia, (in qualche modo), a crescere sempre smisuratamente. L'apparente prosperità dell'albero, o dell'uomo, non è il segno di una riuscita vera, all'immagine del principio. Si può crescere e si può durare senza attirare l'attenzione, senza sviluppo esterno eccessivo.

Una volta di più, questa visione è proprio contro il sistema occidentale che raccomanda, sovrabbondanza di beni e di cibo. È oggi chiaro ed ammesso che l'aumento del livello di vita ha generato una relazione perversa con l'alimentazione, sorgente di un numero impressionante di malattie di civiltà. L'obesità, le malattie cardiovascolari, le malattie che traducono un cattivo equilibrio nei fluidi, il sangue, l'urina, le malattie dell'apparecchio digestivo, provengono in grande parte da una sovrabbondanza alimentare, democratizzata al ventesimo secolo, e che non colpiva prima, che i principi ed i cortigiani. La calamità è mondiale, e la consacrazione dell'appetito, alimentare, (poi sessuale) è la conseguenza normalizzata di un'abbondanza materiale alla quale gli spiriti non sono preparati. Il cancro è dovuto ad un eccesso di salute talvolta, poiché le cellule rompono la loro appartenenza ad un ordine di cui dipendono per sostituire il loro proprio governo, la loro vitalità eccessiva in certi luoghi che compensano maldestramente delle depressioni più sottili nei corpi meno materiali. L'insonnia e le nevrosi partecipano di un'utilizzazione costretta della coscienza individuale, agendo per i moventi esterni, ciò che rivela una resistenza naturale proporzionale, sorgente di numerosi conflitti. . Questa visione si sviluppa molto lontano, abbordando l'argomento dei molteplici compensi artificiali che aspettano il cittadino alienato al suo lavoro, e che dispone tuttavia di un certo potere di acquisto. Alcol, droga, perversioni, golosità, sostituti terapeutici, yin o yang, ristabiliscono artificialmente l'equilibrio della personalità che non trova abbastanza soddisfazione nel lavoro. È meglio incoraggiare il vizio, tranne le ore di produzione, o rivedere di un modo radicale il significato del ruolo sociale?








Potrei nominare la via con mille nomi differenti

adesso che essa mi ha trovato.

Rimarrebbe tanto oscura per quelli che l'ignorano.




Quando rivela la Terra,

il Cielo sembra burlarsi dei destini umani.

Quando rivela il Cielo,

l'avvenire degli esseri sembra una procedura insignificante.

Quando rivela il passato,

sembra un baratro senza importanza.

Quando rivela l'avvenire, sembra poco fondato.




Una testimonianza autentica

è più preziosa per favorire la via

di tutti i doveri compiuti.




Il giudizio su se stesso è ingannevole.

Il giudizio degli altri su sé stesso è fallacio.

La via sola decide se l'ombra

appartiene alla luce o all'oscurità.




Cercare un'immagine chiara della via è stupido,

poiché il non-agire è oscuro finché non è scoperto.







Commento della stanza 27




I nomi del principio lo raffigurano, ma non lo rivelano. È questa verità che nega di ammettere lo spirito colto, per non scalzare le basi dell'istituzione. Si crede che è meglio di dare dei principi di educazione che lasciare il bambino notare che il suo spirito è insufficiente. Se l'insufficienza dello spirito fosse riconosciuta, i bambini accetterebbero di sviluppare un'intelligenza naturale che formicola di domande. Si impedisce la loro curiosità di persistere fornendo loro delle risposte bell’e fatte, su ciò che devono diventare, ciò che devono pensare, ciò che devono evitare, ciò che devono ricercare. Se non si conformano sufficientemente a questi imperativi culturali, li si giudica ricalcitranti, in qualsiasi ambiente, e li s’imbriglia. È perché la curiosità naturale si smorza, perché lo spirito naturale è annegato sotto un fiotto permanente di risposte obbligatore ed imprescrittibili finché un giorno la curiosità si asfissia definitivamente.

Sembra mentre che il segreto non merita di essere cercato, perché gli inconvenienti che presiedono a questo passo prevalgono sul guadagno che resta incerto. Ma nello spirito naturale, il movimento verso il principio s’impone per la sua qualità stessa, per il senso permanente che dà all'esistenza, indipendentemente di una riuscita o di un insuccesso. Una volta di più, il "scopo" appare come una figura creata dallo spirito a valle del suo funzionamento superiore che, egli, ubbidisce ad altri moventi che quello di riuscire, o di "cavarsela".

Se l'amore della via non si sviluppa da sé, nessuno espediente lo sostituirà, né ascesi né pratico del soffio né solitudine né fuga convenuta delle istituzioni mondane. Se l'amore della via s’iscrive nell' camminamento, di numerose forme di itinerari sono possibili, (di cui certi che comportano dei procedimenti presi per ciò che sono), e i cammini possibili si danno il cambio senza escludersi reciprocamente.

Il fanatismo è inaccessibile, la rettitudine rigida evitata, e vagare non è più vagare, per amore, perché è accettato, come l'abbandono preliminare ed indispensabile di tutte le vie convenute, artificiali e segnalate.







Capitolo 16 del Tao-Te-Ching




Quello che raggiunge la pienezza del vuoto

gode di un riposo incrollabile.




Il principio che è immutabile, non si può raggiungere e mentre rimanere nell'agitazione. Poiché si fonde nella sua immensita, nella sua inattività, si è contaminato da questa dimensione profonda, larga che contiene tutto senza immischiarsi di niente. Ma siccome le cose sono prodotte da loro proprio contrario, è indispensabile, per raggiungere questo riposo stesso, di avere un spirito mobile, naturalmente mobile, scrutatore, che si occupa di tutte le realtà senza aggirare niente, evitando le certezze facili, ed i dubbi compiacenti. È questo movimento continuo, perfettamente conforme all'attività cerebrale che conduce verso il Sé, il Brahman, il principio, a condizione di evitare le strutturazioni artificiali, i falsi acquietamenti che immergono lo spirito nel torpore, e piallano le preoccupazioni rivolte verso il Principio. È vero che il termine Tao comprende una realtà più vasta che quella del Brahman o Sé, ma in ciò che riguarda la visione interiore, lo stato di coscienza che percepisce questa realtà, l'analogia è esatta. Siccome è chiaro che c'è identità tra il soggetto e l’oggetto nello stato di coscienza liberata, è sempre difficile sapere se si parla di ciò che si percepisce, o di ciò che si prova. Di un punto di vista tecnico, i traduttori si sbagliano continuamente, perché considerano che i termini metafisici puri, come Tao, vuoto, azione del principio, vale a dire finalmente che le nozioni chiave del testo cercano di definire degli oggetti concreti esterni alla percezione. Lo sono difatti, ma la loro evocazione rinvia anche allo stato di coscienza "soggettivo" che afferra queste realtà così vaste.

Ecco perché il Principio, in quanto oggetto, non è separato dalla visione che ne si può avere, ciò che spiega che il Principio abbia potuto finire per comprendersi e tradursi in Via. La via non può essere la Via se non fornisce la visione del Principio, e la visione del principio si confonde con il cammino misterioso che ci conduce. Di stesso, l'azione può essere considerata come un oggetto esterno, una nozione sulla quale l'intelletto può riflettersi, ma in effetti l'azione del principio non può essere afferrata che conoscendola, ed ecco perché Tö ha finito per volere dire, anche in cinese forse, virtù : occorre una qualità particolare per scoprire l'azione del principio, ma questa qualità particolare, in effetti, non è distinta del principio, né della sua azione primordiale.

Poiché Tao rinvia continuamente alla descrizione del Sé ed allo stato psicologico che corrisponde al Sé, non si sa né da che parte rifarsi per tradurrlo, né trovare l'interpretazione corretta affinché questi due significati si sovrappongono senza escludersi reciprocamente.

Tao vuole tanto dire il principio di ogni cosa dunque che : vedere, sentire, contemplare, conoscere il principio di ogni cosa, poiché il Principio è indissociabile della percezione che se ne ha.

È lo stesso per Tö che è tanto la manifestazione del principio (contenendo la sua forza, la sua influenza, il suo potere, la sua permanenza, la sua irriducibilita) che la percezione fisica, concreta, che si ne può avere, e questa percezione, per definizione, procura il non agire, identico, al livello umano, all'azione primordiale del principio, al livello cosmico.

Io so che parecchie precisione sono sgradevole e che richiedono molte letture per essere assimilate, ma aprono la porta a tutti i lavori di commento e di traduzione dei testi tradizionali, scritti per i veri iniziati. È soltanto nello spirito del profano che si può prendere per gli oggetti intellettuali dei simboli tanto potenti che Principio, Dio, Brahman, ed egli sarebbe a sproposito di parlarene se questi simboli non rappresentavano delle esperienze concrete. Né Dio, né il Sè, né il Tao, né il Brahman, non hanno un qualsiasi interesse in qualita di oggetti intellettuali poiché superano all'ennesimo potere tutt’i quadri dove possono essere inseriti in riferimento, quadri religiosi, e filosofichi in particolare.




Il Tao-Te-Ching non ha nessuno interesse se predica solamente un atteggiamento ad adottare in funzione del Cielo e della Terra, semplicemente perché la loro perennità tranquilla permette di legare di un modo omogeneo alcuni predicati filosofici. Appena si dimentica che il Tao-Te-Ching descrive il processo iniziatico della liberazione del mentale, diventa del folclore cinese arcaico, zeppo di buonsenso e che libera una misteriosa unità. Ma descrive bene il passaggio dello spirito condizionato allo spirito sciolto nell'ordine eterno delle cose, ed è dunque necessario per articolare questo itinerario di localizzarlo tra i due estremi, il suo punto di partenza, il volgare - volgare del resto che non risparmia gli aristocratici ed i principi - ed il suo punto di arrivo, la riunione al principio, caratterizzata dai differenti modi puntuali, omogenei, e complementari. Esiste praticamente almeno in ogni capitolo una linea, quando non è una strofa che caratterizza, definisce, rievoca un segno distintivo dell'iniziazione, ed è in questo spirito che questo libro può essere letto, poiché i segni distintivi del saggio differiscono dei segni distintivi del comune, largamente repertoriati anche. Tre capitoli si susseguono e si completano particolarmente bene, come se potevano formare del resto solamente un insieme. (19,20,21).

Ci si trova l'esecuzione radicale del mentale, "quale è la differenza tra il si ed il no" che decreta la condanna dello scibile volgare dunque, e ci si scopre lo statuto supremo, "poppare la grande Madre", processo che sostituisce tutte le soddisfazioni mentali, affettive, emozionali, e che può fare pensare anche alla discesa della coscienza sopramentale nel corpo, tanto l'analogia è sorprendente. Si trova infine, anche la chiave della costruzione del libro, chiave che sarà applicata al comportamento individuale, al comportamente collettivo, al comportamento dell'imperatore, per determinare il loro valore rispettivo.




Capitolo 21 :




Solamente l'azione primordiale genera e sviluppa le influenze conformi al Principio.




Questo aforisma non è mai stato compreso né mai tradotto così alla nostra epoca e da molto tempo. È lapidario. Egli sottintende che tutti gli esseri umani che non reintegrano (la visione), del Principio per lei stessi, con la (pratica), dell'azione essenziale -il non agire- sono incapaci di influenzare il mondo di un modo benefico. Tutte le aggressione, contro la Cultura, il governo volgare, illustrano solamente questo punto, fondamento di una dottrina radicale, potentemente verticale, e che da un'immagine abbastanza tragica dell'universo che non è senza ricordare il detto "Molto chiamati e poco eletti."

In questo contesto, è imperioso di rivelare ciò che collega all'influenza primordiale, per smettere di interferire male sul diventare degli esseri. Le conseguenze, alla lettera, di questo aforisma, sono spaventose. Il mondo si muove secondo la legge dell’ ignoranza, e le azioni degli uomini sono false, distruttrici, pervertiti. Tutti i poteri separati dalla sorgente originaria servono degli interessi partigiani, dividono, generano delle guerre, tessono continuamente della discordia. Fortunatamente, la visione del principio che si raggiunge per la conformità alla sua manifestazione iniziale, libera di questa fantasmagoria delle apparenze, libera del male di cui l'uomo è responsabile, procura un'intelligenza altra, la pace della coscienza, e la sazietà, nell'abbandono naturale del desiderio.

Così dunque il riposo è la conseguenza immediata dell'accesso alla via, non deve essere cercato per sé, e le tecniche che mirano ad immobilizzare lo spirito, senza amore della via, sono pericolose. La conoscenza del principio, in compenso, può essere ricercata attivamente, vale a dire lasciando lo spirito rimestare senza tregua i suoi propri prodotti, per accedere al subconscio, per liberarsi delle sue opinioni, per finirene con lo spirito colto.

Poiché il riposo mentale è una conseguenza della scoperta del non-agire, è inutile cercarlo per sé. Questa ricerca soprannumeraria rischierebbe di focalizzare lo spirito a valle della vera domanda, ed è del resto la perversione maggiore del Buddismo, istituzionalizzato, di presentare la calma dello spirito come una realizzazione in sé. In compenso, lo Zen che rimane esoterico, mostra bene che nessuna manovra fa giungere al satori, ciò che lo distingue dei movimenti exotérici orientali, adattati al pragmatismo europeo, dove si lascia sentire che il silenzio mentale si ottiene per gli esercizi. Se ciò si rivela, può trattarsi solamente di una copia, una finzione, del vero processo liberatore che interviene naturalmente, spontaneamente. Non esiste di eccezione a questa regola, e così Sri Aurobindo ha potuto, in tre giorni, raggiungere il samadhi sotto la direzione di Lele, perché la sua intelligenza era dedicata già interamente alla ricerca del Divino. Se bastasse sedersi ai piedi di un maestro durante alcuni giorni per giungere al silenzio integrale, se ciò fosse una condizione necessaria e sufficiente, la contaminazione della via avrebbe avuto luogo da molto tempo, perché non manca dei maestri pronti a trasmettere il Sé. La tecnica non si applica con successo che a quelli che sono pronti a vivere per il Principio, e dunque suscettibili di conformarsi al non-agire. Il silenzio mentale, come ultimo lusso dell'ego assetato di felicità, non è ancora alla portata dell'essere ordinario, murato nei suoi desideri e le sue ambizioni, malgrado gli sforzi di autori di metodi psichici per democratizzarlo.

Ciò che è una conseguenza inevitabile della visione della grande immagine, il riposo mentale, è preso spesso per una fine. È che si può immaginarsi il riposo mentale come un oggetto piacevole a conquistare, per paragone al suo opposto, l'agitazione ordinaria dell'ego. Mentre la visione suprema del principio che procura automaticamente il riposo mentale, non ha opposto e non può essere raffigurata dunque. (21)




il principio è vago, sfuggente, inafferrabile, indeterminato.

Ed in dispetto di ciò,

ci percepisco delle immagini

sono ancora oscure ed impenetrabili

e tuttavia celano dei semi

in fondo a questa oscurità misteriosa

questi semi crescono infallibilmente

percio da sempre, sebbene sia inafferrabile

questa realtà è chiamata il Principio



Come posso saperlo? Per questa descrizione così semplice.








A sentire parlarmi,

non si sa se dissuado o raccomando di cercare la via.




Se si congratula con me per testimoniarne,

si rischia di dimenticare che i testimoni sono rari,

e si attacca al mio discorso più che alla via.

Se mi si rimprovera di testimoniarne,

si rischia di cercarla di un modo confuso,

confutando le mie affermazioni




Se si accontenta di leggere senza interpretare,

si comprende che la via si burla

altrettanto di quello che la trova

che di quello che la cerca

che di quello che la disprezza

che di quello che la venera

che di quello che l'ignora.




La via non s’inventa, si scopre.

È inutile scavare il letto di un fiume immemorabile,

l'acqua ci cola da sempre.

Quelli che vogliono irrigare il sapere sono degli stupidi,

degli ignoranti, dei vanesi.

La cultura è invenzione.

La via è increata.

Il cammino checi conduce cancella i suoi propri passi.

È perché certi maestri dicono che la conoscenza

è un'ignoranza suprema, totale, completa,

senza preoccupazione né del passato né dell'indomani,

senza preoccupazione di perpetuarsi o di abolirsi.







Commento della stanza 28



"Il cammino che ci conduce cancella i suoi propri passi". È una delle verità che è più utile a comprendere. Il saggio si ricorda grossolanamente degli atti che l'hanno condotto alla conoscenza, ed è su questo ricordo che fonda la sua propria dottrina. La sua dottrina risuona più o meno da ciascuno, e sono gli individui più vicini della sua concezione che vengono a cingerlo.

Così, un taoista puro e duro può sottomettere i suoi discepoli ai test di resistenza costante, se ha se stesso sentito che un atteggiamento rigoroso e senza compiacenza emozionale è largamente responsabile del suo successo spirituale, siccome lo attestano dei brani di Laozi. Un altro che ama la meditazione filosofica, che si è nutrito di testi canonici, può imporre ai suoi discepoli un vasto sapere concernente i principi descritti per gli Antichi, ed è inevitabile che esistono delle vie suscettibili di utilizzare il mentale come un attrezzo di rivelazione, in un quadro tradizionale naturalmente. Svelare gli esagrammi dello Yi-King può richiedere un gusto indiscutibile per la speculazione astratta che Zhuangzi per esempio non confuta. Un altro maestro, sensibile ed intuitivo, può insistere sul fatto che ha sacrificato tutto, per amore, alla via, e che è ciò che l'ha attirato fino al sontuoso silenzio del principio. Questo sacrificio vale tutti i doveri rituali compiuti e può effettuarsi anche senza sforzo, lasciando solamente dei bagagli diventati ingombrante.

Ma ciascuno dimenticherà degli elementi che non possono essere raffigurati dentro ad una dottrina, come la densità dell'interesse portato alla via. Se aggiungiamo che questa densità è inversamente proporzionale all'attaccamento, vale a dire all'idea preconcetta di riuscire a guadagnare il principio, mai nessuna dottrina conterrà l'essenziale del passo spirituale.

Il principiante non fa di errori, perché è aperto ed umile. L'iniziato non fa più di errori, perché li riconosce tutti, ciò che è detto espressamente, anche nelle peggiori traduzioni.




Capitolo 71




Conoscere, è sapere che la conoscenza è illimitata,

e dunque che si conosce poco.

Non conoscere, è immaginarsi di sapere, il male comune a tutti.




Tenere questo male per un male,

è liberarsi dell'errore.

Riconoscendoli tutti, si prevede la loro nocività

e si conserva loblio di sé.




Se il problema non è né all'inizio del passo, perché è aperta e femminile, né alla fine, perché trascende gli opposti, il rischio di sbagliarsi risiede al mezzo, quando si segue una dottrina, contando troppo sui suoi concetti, provando a riprodurrla, al posto di seguire lo spirito naturale. Quando si lascia l'oscurità, la gioia di dedicarsi alla luce è come una profonda ricettività, permette di agire conformemente alla via, stesso con punti di riferimento deboli. Ma questo movimento si trasforma generalmente nel suo contrario. Una volta le abitudini lasciate, il Tao tarda a manifestarsi.

In questi momenti il rischio è grande di perdere lo spirito del principiante, di non vantarsi dei primi compiuti per orientare la ricerca futura. Si rivendica di una verità superiore, concepita intellettualmente che ha già scatenato un altro sguardo. Ma quando questo sguardo si sfiata, se si continua di vantarsi di una verità superiore senza sapere incarnarla, si cerca generalmente di aggrapparsi alle pratiche della dottrina, ad ottenere del risultato, con gli eccessi di mortificazione, di colpevolezza, di zelo vicino al maestro.

È Zhouangzi che fustiga col più di convinzione una certa idea della saggezza. Quando l'osservazione della natura, o del suo proprio mentale, non basta più a guidarsi, il rischio è grande di creare un nuovo genere di credenze sottili per continuare il cammino. Ma la via è femminile, ed un dubbio sincero e profondo, tanto sgradevole che sia, vale meglio che una mappa truccata di un itinerario con cui si bara.

Si comincia ad insistere sul comportamento perché rassicura, appena la ricettività, perché non la debolezza, non basta più ad adattarsi alle esigenze del cammino. La ricerca della perfezione rituale ha una probabilità su due di essere un palliativo. Se l'amore della via è assente, l'esercizio compiuto rinforza correttamente l'ego spirituale imbrogliando. Se l'amore della via è là, l'esercizio spirituale è concepito come una forma, un alimento, un momento, e non ne si abusa poiché la frugalità è una dei tre tesori permanenti...




È evidente che il padre Wieger progetta le sue nozioni occidentali nella traduzione del capitolo 33, molto difficile a restituire, dove rievoca l'impiego della volontà per vincersi se stesso, ciò che non è conforme. Duyvendak non è caduto in questa trappola, ma in un altra, non scoprendo il senso delle antinomie. Claude Larre resta evasivo, e si sbaglia anche.







Capitolo 33




Conoscere l'altro, è ricevere l'intelligenza

conoscersi se stesso, è ricevere la luce.

Vincere l'altro, è ricevere il potere

vincersi se stesso, è ricevere l'azione autentica.

Esagerare l'azione, è ricevere la volontà.

Attenuare i suoi bisogni, è ricevere la ricchezza.




Custodire il suo posto autentico, è raggiungere la longevità,

morire senza sparire, è raggiungere la lunga vita.




La lunga vita è un modo discreto di rievocare la sopravvivenza dell'anima, senza specificare la forma della sua sopravvivenza, ciò che è conforme all'idea della continuità pura, indipendente di ogni incidente particolare, immortalità celeste o ritorno alla vita. Questa persistenza dell'anima è un modo di tornare al Principio senza perderlo, analogo alla concezione dell'anima immortale giudaica, più profonda, (e quarta), dei corpi sottili o ancora similare al jiva dell'induismo, o del Buddismo, quando un boddhisatva si reincarna per aiutare alla liberazione di tutti gli esseri.




Ho restituito personalmente la vera simmetria per questa traduzione approssimativa, opponendo formalmente l'esercizio della volontà che colma i desideri ed esagera l'ambizione, ma che è una via comune, e l'esercizio del non-agire che lascia da parte l'appagamento imperioso dei desideri. Così, la volontà non ha ad apparire, poiché lo scopo anche della sua azione, della sua manifestazione, è soppresso.

Ho ristabilito anche la simmetria sull'insieme del versetto, uno di più importanti del Tao-Te-Ching, poiché abborda il tema della continuità del Principio, una volta raggiunto per la coscienza, sorgente di tutte le religioni. Per ciò oppongo ciò che il Cielo dà, tutto lungo della vita, conformemente alla pratica dei valori individuali, a ciò che l'individuo ottiene, con il suo "merito" in qualche modo, una nozione che traduce male la sanzione positiva della vita che raccoglie il saggio dedicato al Principio.

Siccome la morte è un passaggio, trovo legittimo di presentare la fine dell'esistenza e le sue retribuzioni, (longevità ed immortalità), come la trasformazione dello Yin, (la via del non-agire) in nascita Yang, l'individuo positivo, responsabile della sua propria immortalità "che guadagna la sua anima" per riprendere un'espressione molto conosciuta.








L'innocenza del neonato è l'immagine del cielo.

L'alternanza di euforia e di diffidenza del vecchio

s’impara in tutti i teatri.




Chi cerca la via con enfasi se ne allontana per sempre

che la brama la perde

che vuole utilizzarla per il bene degli uomini

si fa utilizzare da essa

che vuole utilizzarla per lui la manca.




Chi la cerca siccome un bambino

abbandona l'orgoglio dei suoi pensieri,

e presente un padre inafferrabile nel cielo

ed una madre nella Terra disponibile.




Nessuno ha autorità sulla via, e essa si burla del filosofo,

del principe intraprendente, del prete che crede catturarla.

Permette a quelli che la scoprono di fare ciò che vogliano,

e ciascuno agisce secondo la sua propria natura per rivelare la sua esistenza.

La saggezza concerne quello che si attacca

alle trasformazioni della Terra,

e ne favorisce gli slanci.

La santità riguarda quello che si attacca

alla perfezione del cielo

e ne canta le altezze.

Solo un spirito debole li confonde

o si immagina che sono differenti.

Confonderli, è ignorare che la via esiste.

Differenziarli oltremodo,

è comprendere di traverso l'alleanza

del cielo e della Terra.






Commento della stanza 29




È l'idea stessa di impossessarsi del principio che complica ed intralcia il passo. È impossibile concepire l'accesso al principio per un procedimento qualsiasi, anche sono altre parti dell'essere, (che la ragione e la volontà), che possono orientarsi verso lui senza nuocere al passo. L'anima individuale è un centro superiore al mentale che egli può dipendere dall'eredità che dipende dalla razza, e della firma astrale, cioè del momento della nascita. L'anima dipende solamente dalle azioni passate in altre vite, costituisce il principio più profondo dell'individualità che si forma su dei periodi che superano dunque una sola esistenza. È essa che può accettare l’errare del mentale, il vagabondaggio spesso sterile dei pensieri, è essa che si dedica veramente alla via, ma la sua azione non è mai diretta, salvo per le persone che godono di una realizzazione superiore, al di là anche del Sé, del Brahman. Agisce tuttavia del fondo dell'essere in tutti quelli che non vuolono più vivere la loro vita solamente per essi, sia che presentono che dipendono da un tutto di cui sono solidali, sia che delle intuizioni potenti li attraversano, mostrando loro l'inanità di un'esistenza che è basata solamente sull'appropriazione soggettiva di valori transitori.

Laozi non fa espressamente riferimento all'anima, ma consiglia una pratica di cui si vantano i grandi mistici cristiani che manifestano di una riunione possibile dell'anima col creatore.

Questa pratica è l'inverso stesso di ciò che raccomanda lo spirito colto.







Capitolo 48 del Tao-tu-King




È diminuendo e diminuando sempre più

che si accede al non-agire.




Questo punto è molto importante, perché l'insieme della moda moderna lo confuta. È una verità che si tende ad abbandonare e dimenticare perché rimette in questione un numero conseguente di passi nuovi che traggono alla spiritualità certi principi, ma non la loro totalità. Il risultato è una spiritualità moderna, emotiva, che si giudica sgrassata di arcaismi, ed adattata alle epoche industriali, ma che permette solamente di fabbricare degli ego spirituale ad ogni prova, competitivi, ed inconfutabili. Nella diminuzione che rievoca Laozi, diversi processi convergono per allargare l'identità, e rubare i suoi aspetti fin troppo soggettivi e contingenti, condizionati.

L’oblio di sé chiede delle qualità di resistenza difficile ad ottenere. È agevole di lamentarsi, facile di esagerare le sue sofferenze, appena si china su se stesso con un vivo interesse. Si dissotterra delle ferite narcisistiche indurite talvolta, o le si provoca senza sapere come curarle. È un passaggio. L'errore è di volere ad ogni costo conservare una comodità esistenziale, sotto pretesto che si cerca una verità superiore, quando la via si fa sentire. Essa lamina, e lamina ancora gli obiettivi rassicuranti, tritura l'essere per fargli abbandonare le sue drammatizzazioni continue, attraverso un registro di prove innumerevoli. La via indica senza compiacenza la piccolezza del supporto fisico e mentale rispetto alla visione considerata, riunirsi al principio di ogni cosa. Il conflitto tra l'orientamento nuovo e le resistenze del passato può crescere e può diminuire alternativamente, senza che nessuna uscita definitiva appaia mai.

Se si vuole fare cessare gli antagonismi tra l'identità superficiale e l’identità vere che spunta svelando il non-agire, si forma un'identità intermedia, né spiritualizzata né ignorante che sopravvale le sue prerogative, le sue conoscenze, il livello del suo sviluppo.

Questa fase, sul piano collettivo, si allea perfettamente con un'epoca di deterioramento dei valori, come la fine del ventesimo secolo per esempio. Le ideologie si sgretolano, le religioni crollano nelle democrazie, una confusione dinamica, cioè sorgente di valori nuovi, instaurati tra la spiritualità ed il paranormale. Si accede facilmente all'immagine di un essere cosmico, e si sviluppa dei poteri per superare le costrizioni socio-culturali. Ma l'essere cosmico, senza il Divino, somiglia agli angeli decaduti. La nozione dell'equilibrio, o dello sboccio, è ridutta ad una normalizzazione delle attività intellettuali e vitali. È lontano dall'équilibrio o dello sboccio, è restretta ad una normalizzazione delle attività intellettuali e vitali. È lontano dall'equilibrio, al senso esoterico che è una coincidenza rifinita coi cicli e le leggi dell'universo; e che non può assumeresi che nella diminuzione rifinita delle esigenze personali diverse.

Essere uno col tutto si fa per perdita esauriente dello spirito colto, e non per una manovra sintetica, più abile che gli altri, e che permetterebbe di raggiungere un compromesso geniale tra differenti poteri che c'abitano, il desiderio di svilupparsi, il desiderio di strutturarsi, ecc...

È un errore di pensare che la perdita dello spirito colto trascina un pregiudizio qualsiasi. Si sviluppa qualcosa di altro al posto, molto più rappresentativo dell'essere particolare, specifico che abbandona i valori del suo mezzo.

Avvicinarsi di se stesso con lo spirito colto è una scommessa, occorre troppo, e continuamente, identificarsi ai ruoli ed alle funzioni, e salvo carichi particolari, privilegiati, (scienze, ricerca, sviluppo personale), dove si può rimettere in questione lo spirito colto dentro al sistema esso stesso, le identificazioni sociali non richiedono un passo intellettuale radicale, suscettibile di sottrarre lo spirito alle abitudini, convenzioni, rappresentazioni banali della vita e del Mondo.

In compenso, tagliare di netto lo spirito colto, come un albero che si sradica, è un movimento più giudizioso, più veloce, più ampio e più profondo. Si può liberarsi molto bene da compiti sociali e può guadagnarsi da vivere pure sviluppando una visione contemplativa, meditativa che dispensa di essere complice delle grandi vibrazioni moderne, il culto della professionalismo che stritola le vite private, il culto del socio-politico, chi mira solamente un perfezionismo della comodità e della sicurezza, il culto dell'avvenire, sotto qualche forma che sia che perpetua dei sogni inaccessibili, sdogana dell'intransigenza e del settarismo, autentica le ambizioni personali, ed straga il presente dei luccichii immaginari delle mancanze colme.




Vediamo il capitolo 13 del Tao-Te-Ching di cui il senso si è perso, conformemente all'ampiezza incredibile delle variazioni nelle traduzioni.




Spaventoso è il favore, alza e dunque può fare cadere

la grandezza inquieta, come mantenerla?

Ciò significa che il vantaggio del successo

è annientato dalla cura necessaria a conservarlo.




Le disgrazie sono come le malattie del corpo :

Arrivano quando si occupa troppo di lui,

e se ne vanno quando il corpo non esiste più.




La disgrazia proviene da una cura troppo attenta al fantasma della felicità.

Coltivare l'attesa del meraviglioso, con le immagini delle cose ad ottenere, rinforza le insoddisfazioni. Avere troppe esigenze materiali e personali è la causa permanente di una disillusione globale che impedisce di vedere le cose siccome sono e di goderene nel loro stato.








Quando la Terra diventa il mozzo del cielo,

la ricettività conduce al tuono.

Quando il cielo diventa mozzo della Terra,

il movimento conduce all'insondabile femminile.




L'uomo folgorante sogna un giorno di aderire al femminile,

e di governare senza violenza.

Il letterato un giorno caccia la sua propria corte

e assedi il principio come un conquistatore.




La sottomissione perfetta viene a capo della mollezza.

La rigorosa semplicità viene a capo della rigidità.

L'abbandono dei regolamenti conduce all'Ordine del Cielo.




Scoprire la sua propria natura conduce all'azione segreta del non-agire,

perché l'identità vera è conforme al principio.




Senza sottomissione, la forma non nasce mai

e la Terra nasconde il suo ruolo.

Senza principi, le forme si sparpagliano nel multiplo

e si sciolgono.

Senza forme, i principi rimangono inaccessibili

e niente si trasforma.







Commento della stanza 30




Quando la riflessione permanente è acquistata, ciò che può farsi solamente attraverso la frugalità, appare più chiaramente che gli esseri umani sono portati dai principi che ignorano. L'idea di farsi cominciare se stesso alla nascita, di farsi finire nella morte, sparisce totalmente. Si diventa dunque necessariamente, e senza sforzo, perché lo sforzo non è veramente la predilezione del taoismo, l'osservatore dei principi che animano il corpo, (salute e dietetica) che animano l'essere vitale (desideri, bisogno di utilizzare la sua energia), e che animano l'essere intellettuale (immaginazione astratta, intelligenza).

L'evoluzione si delinea attraverso l’oblio di sé, l'abbandono, un modo naturale di non identificarsi sistematicamente a tutto ciò che attraversa l'individuo, sui tre piani precitati. Si lascia funzionare l'emozione senza riportarla a sé, cosi i dolori non si trasformano in sofferenze perché non c'è appropriazione, si lascia funzionare l'essere vitale senza favorire artificialmente la lussuria e la seduzione o la castità, se questa diventa comparabile al supplizio di Tantalio, si lascia funzionare lo spirito senza attribuirgli il ruolo permanente di formare delle opinioni, di conformarsi ai regolamenti, di rispettare dei valori esterni.

È in questo abbandono che un'identità più profonda sgorga, perché il processo di appropriazione del reale non è più fondato sul trattamento veloce delle informazioni di ogni ordine, ma sulla loro osservazione. Alla domanda "ma chi osserva?" quando smetto di identificarmi ai miei desideri, alle mie opinioni, ai miei drammi, ai miei scopi, nessuno ha risposto mai veramente, e noi lo sappiamo poco. È evidente che questo "chi" può essere non permanente, siccome lo afferma il Buddismo, senza nuocere alla struttura dell'individuo, poiché l'allarga, l'approfondisce, la scuote e la rimette in discussione. È un principio di continuità invisibile e di cui nessuno si impossessa che assume la coesione dell'identità personale, e la permanenza del "discorso io", anche se la voce interiore diventa più agile, più fine, più staccata, più avventurosa, cioè meno condizionata, suscettibile di ritrovare la meravigliosa origine del Sé.

Forza è di constatare che è cosi che si delinea il movimento verso il non-agire, ciò è questa famosa via che annette al principio, e fornisce dunque una forma di identità di dove i conflitti sono spariti largamente, (perché sono trasposti simbolicamente e sono assunti consapevolmente), per lasciare posto alla visione della grande immagine, cioè la complicità eterna dei contrarii, afferrati nella loro unità trascendente.

È vero che all'inizio, si può credere che tutto funziona a vuoto, perché lo spirito colto colma senza tregua il dubbio naturale dello spirito, fornendo risposte, motivazioni, principi, valori, regolamenti, credenze, dogmi, strategie, codici, timori e minacce, istituzionalizzate, desideri normalizzati, scopi inevitabili.

Ma se si lascia funzionare effettivamente a vuoto lo spirito, esso riconosce in primo luogo che non sa niente, e di questo movimento nasce il cedimento delle credenze che è un preliminare alla creazione degli autentici valori spirituali.

Aggiungere dei valori spirituali su delle prejudizii, è il migliore mezzo di mancare definitivamente la via. Dio sfugge ad ogni credenza, è inutile immaginarlo prima di avere fatto delle esperienze interiori, e supporre la sua esistenza non aiuta in niente a scoprirlo. Il solo modo di credere in Dio prima di incontrarlo, è di servirlo integralmente, processo che caratterizza tutt’al più un credente su cento, o circa mille. È il solo caso dove una credenza preliminare, non sostenuta dall'esperienza, raggiunge il non agire senza deriva. In tutti gli altri casi, è inutile prevedere Dio nel suo passo, o di attribuirgli delle intenzioni qualsiasi. Egli è esaurientemente tutto ciò che esiste, di un modo immanente, e si spiega nei progetti evolutivi che migliorano la manifestazione, siccome l'ha compreso Theilard de Chardin, e siccome l'ha vissuto Sri Aurobindo. Dio non può essere percepito in modo di separazione, senza gravi disturbi probabili per la personalità di cui il sentimentalismo ideale che non trasforma niente, effemina l'individuo, uomo o donna, ad un livello inferiore, impedendolo di riesaminare il suo comportamento in nome di intenzioni sublimi. Il Dio Creatore non è un tema su che si può speculare liberandosi, poiché contiene implicitamente l'immagine del padre. Si può amarlo, come Gesù amava il Padre, ma sul quale non si può discorrere.

In compenso, il Principio che contiene tutto non ha intenzione speciale riguardo all’uomo, lo mantiene nella sua specie, ma lo lascia raggiungerlo con il non-agire. Il principio rivela la reciprocità di tutto ciò che opponiamo quando il nostro essere è frammentato dal corpo, dallo spirito vitale, la ragione, il sentimento, l'intuizione, l'anima.




Si può abbandonarsi al non-agire senza pericolo.

Abbandonarsi al Dio Creatore è più incerto. Si immagina rapidamente che aspetta di noi certe cose, e si finisce per mercanteggiare, contro l'adorazione, alcuni favori, tanto sottile siano. Il Dio Creatore non è un specchio fedele, è troppo splendente e si immagina che aspetta delle sue creature qualche cosa. Il Principio è un specchio senza limiti che contiene anche dunque il progetto dell'evoluzione, dell'uscita, dell'amore. Sono le leggi della Natura che lo rivelano, ed i principi delle cose, la complementarità dei contrarii. Il Dio Creatore si rivela attraverso le esperienze tinteggiate di narcisismo, di sogni, di dipendenza. Sottoporsi al Principio, è praticare il non-agire. Sottoporsi a Dio, è spesso sognare di essere qualcuno di altro, senza sapere come ci prendersi, perché si ignora ciò che Dio autorizza e difende. Vergogna, colpevolezza, rimorso, indugi diversi, sensibilità leziosa, rifiuto del male, sono dei processi pesanti ed inevitabili che accompagnano inesorabilmente i percorsi di risveglio non equilibrati, dove un Dio limitato e rassicurante costituisce un preliminare magico. Dio è anche nel male, il dolore, il miscredente, e questo è una falsa strategia di opporre l'ideale alla realtà. Il Principio contiene tutto; tutti i processi mentali che permettono di fondare dei giudizi di valore negativi sul mondo e sugli altri imbrigliano l'evoluzione spirituale, autorizzano disgusto, disprezzo, odio.

Solamente le strutture e comportamenti sono criticabili, e non gli individui che li assumono che sono dei visi di Dio, e nessuno vero mistico s’impossessa dell'immagine del Dio trascendente per rigettare gli aspetti immanenti del Divino, l'errore, l'orrore, l'ignoranza, il male. Lavorare alla trasformazione del mondo è possibile solamente continuando di vedere il Divino in ciò che ci disturba. È la via dell'avvenire, sopramentale.

Laozi non ne era così lontano. Ciò che gestisce tutto, il Principio, si manifesta senza scoppio e comprende ogni cosa. Il ruolo che lo spirito umano prende nella modifica della Natura la perverte, salvo se l'insieme delle cose è conosciuto, salvo se il principio è raggiunto. Il saggio, ed egli solo, può decidere di tutto, ecco perché è così augurabile che l'imperatore sia un saggio, poiché, possidendo l'esecutivo, potrebbe conformarlo all'equilibrio del Cielo e della Terra.

Non c'è nessuna compatibilità tra la credenza che è un processo sintetico immaginario destinato a rendere omogeneo i differenti livelli dell'individuo, e l'osservazione naturale del suo proprio spirito. Bisogna scegliere, ed è l'abbandono che sceglie. La via del non-agire, o perfetta conformità (al principio), non può svilupparsi senza un scioglimento progressivo o totale delle ambizioni culturali, delle credenze religiose.

Non si può fare posto al vuoto conservando lo spirito ingombrato. Non si può svuotare un armadio riempendolo, sotto pretesto che si cambia il suo contenuto. La via del non-agire sostituisce la via abituale dell'accumulo dunque, e meno lo spirito è intelligente, al senso colto del termine, più è ricettivo all'intelligenza cosmica. Sopprimere gli schermi è il solo percorso autentico, e gli schermi sono creati da una parte dalla cultura, e dalla natura che agisce di altra parte, (l'essere vitale).







Capitolo 47




Senza uscire da sé,

tutto può essere conosciuto,

Anche senza guardare per la finestra,

i principi che sono le vie del cielo possono essere visti.

Troppo allontanarsi,

è conoscere troppo poco




L'intelligenza comparativa può fare degli amalgami al posto di afferrare i principi. I folclori variano nella loro forma, ma nella misura in cui i principi fondamentali sono dovunque identici, non è il viaggio che favorisce per definizione l'accesso al non-agire, sebbene esso sviluppa delle qualità pratiche di adattamento. L'adattamento non è solamente un processo fisico e materiale, l'adattamento dello spirito è più importante, sono l’oblio di sé, l'umiltà, la malleabilità, la ricettività che permettono di non impossessarsi dei pensieri, ma di lasciare colarli per osservare ciò che li produce, per abbandonare lo spirito colto e riabilitare lo spirito naturale.











Ubbidire al Cielo, è comandare alla Terra.

Ubbidire alla Terra, è comandare al Cielo.




La Terra augura alzarsi, è l'evoluzione.

Il Cielo augura abbassarsi, è l'involuzione.




Chi sale sempre le scale cade.

Chi le scende sempre si inabissa.




I risultati sono degli scalini che montano

Gli scacchi degli scalini che scendono




Accumulare dei risultati conduce al capogiro ed al precipizio.

Accumulare degli scacchi conduce all'umiltà ed alla profondità.




La vittoria genera la disfatta

l'umiliazione attira la dignità.







Commento della stanza 31




Gli apprezzamenti soggettive degli avvenimenti che caratterizzano le nostre vite sono il principale ostacolo alla liberazione del mentale. Al posto di augurare solamente la trasparenza del mentale che risolve le cose via via, lo spirito colto fa desiderare degli scopi lontani ed elevati, dei palliativi. Questi scopi derivano automaticamente dei valori sociali di cui siamo tributari, e sono sottomessi dunque ad alcune variazioni, secondo l'epoca ed il luogo dove nasciamo. La fine del ventesimo secolo permette di identificarsi ad una gamma molto completa di motivazioni, poiché propone alla rinfusa i valori moderni, competizione e riuscita sociale, i valori integralisti che si oppongono sistematicamente al culto della libertà individuale intransigenta per restaurare un ordine rigido decaduto, così come dei valori spirituali mescolati con un certo prestigio sociale. La moda cambierà inevitabilmente del lato della felicità cosmica, a base di prestazioni psichiche, di comunicazione esauriente, per liberare gli individui tanto della ricerca sfrenata delle costrizioni puramente sociali quanto della libertà personale che si richiude sulla trappola dell'abbondanza per sempre più soddisfare di desideri, senza limiti.




Sono le motivazioni esse stesse che deveno essere abbandonate, secondo Laozi, dunque poiché le motivazioni perpetuano degli scopi preconcetti, obbligano lo spirito a praticare delle strategie spossante per ottenere ciò che ha determinato. E soprattutto, le motivazioni dividono l'individuo, perché sono plurali, mentre la concentrazione sulla via affetta tutte le attività e preoccupazioni umane, e collega unificandoli i differenti settori dell'essere, emotivo, sentimentale, intellettuale, spirituale. È vero che questa concentrazione non è costretta, né focalizzata su un oggetto preponderante per definizione. La preponderanza dell'oggetto varia naturalmente secondo i momenti della giornata, le circostanze, gli incidenti del quotidiano che vestono i cicli ed i processi della loro colorazione specifica.

È la società che ci fa credere al piacere degli onori, dei carichi elevati, delle alte responsabilità. Questi movimenti sembrano necessari per finirne con la mediocrità materiale, perché c'è una verità nella gerarchia sociale, e « salire di grado" è seguito di privilegi diversi, ma la lotta contro la mediocrità materiale non trascina necessariamente l'abbandono della mediocrità interiore, ciò è infeudarsi ai pregiudizi e credenze del ambiente. È anche spesso l'inverso, poiché bisogna tutto sacrificare alla carriera per mantenersi in posto.




Capitolo 63




Il saggio non intraprende mai niente di grande,

ciò che gli permette di fare delle grande cose.

Promettere molto,

è non è tenere la sua parola.

Immaginarsi che tutto è facile,

è fare spuntare delle difficoltà

Essere pronto ai peggiori difficoltà, è vederle appianarsi.







Lo spirito moderno pretende oggi che bisogna credere in ciò che si augura per raggiungerlo. Questo si applica solamente agli oggetti del desiderio, ma la conoscenza, o il non-agire, non è per l'esattezza desiderabile. C'è qualche cosa nell'inspirazione alla conoscenza che è esauriente: il ricercatore sa che una volta la via raggiunta, questa colmerà tutta la sua attesa, e che nessuno angolo morto dell'esistenza sarà aggirato o evitato. Al contrario, le tecniche che facilitano l'ottenimento di ciò che si desidera hanno dei limiti. Nessuno guru non ha preteso mai conquistare il Sé, il Brahman, persuadendosi solamente che doveva giungerlo. Credere nella facilità dello scopo è solamente un placebo, applicabile efficacemente forse a certi scopi. La via trascende la classe degli oggetti desiderabili, ed può essere malsano o pericolosi di volerla appropriarsi attraverso un semplice atteggiamento positivo dello spirito. Questo movimento è molto ingenuo, ma si basa su delle scoperte recenti concernendo la programmazione del subconscio. La via essando al di sopra del conscio normativo, la programmazione positiva del subconscio è tanto un aiuto che un ostacolo per avvicinarsi ad essa.

È un ostacolo se si prende l'abitudine di realizzare i suoi desideri per questo procedimento, e che si vede che la conoscenza resiste. Si dirige verso le realizzazioni certe che sono gratificanti ed inebrianti.

È un aiuto se il subconscio era particolarmente negativo, carico di engrammazioni profonde, come altrettanto di carreggiate suscettibili di mantenere il movimento dello spirito negli stessi complessi.

Gli sblocchi contemporanei, generati dall'analisi o di metodi "positivi" possono liberare in parte del passato, ma molto generalmente queste pratiche sono sopravvalutate da quelli che le animano tanto che per quelli che le segueno. Il loro ruolo è di fornire in generale un equilibrio, di rattoppare un'identità lacerata da differenti ferite, narcisistiche, e da differenti umiliazioni. L'umiliazione è provocata da un fatto reale inammissibile. La ferita narcisistica proviene da un giudizio interiore su se stesso che sancisce maldestramente la presa di coscienza di incapacità diverse. Una volta che il lavoro sulla memoria è compiuto, il problema della larghezza e della profondità dell'identità individuale rimane posato. La scoperta del potenziale, ad un dato momento, non dipende più dalla pulizia dell'ombra, ma dei più alti valori alle quali si può dedicarsi e che si urtano, per definizione, agli interessi puramente soggettivi e particolari.

Ecco perché tutti i mistici sono formali : sacrificio, rinuncia, oblio di sé, ubbidienza, consacrazione, è altrettante qualità necessarie per farsi catturare dall’immensità, per lasciarsi assorbire dalla grande Immagine che contiene tutto. Essa non può calamitare l'essere nella sua vastità che se questo fa l'offerta permanente della sua vita a questo Ignoto. Allora egli si china verso lui, gli mostra la piccolezza delle sue prerogative, la disastrosa robustezza delle sue strutture condizionate, l'ineffabile scioltezza di un'intelligenza che nega di ricollegarsi al corpo, alla vitalità, per soltanto servire e spiegarsi nel cielo senza limiti delle pure percezioni interiori. Non c'è dilettantismo nella via della conoscenza, essa non è un passatempo, non è un lusso, essa non è un coadiuvante non è un palliativo. Siccome la salute richiede delle cure permanenti per mantenersi, cioè un'alimentazione frugale ed appropriata, pochi eccitanti, poca ebbrezza, pochi eccessi, così la salute psichica può ricondurre allo spirito naturale soltanto al momento dove lo spirito colto è vinto, quando divenire spirituale, con una rimessa in discussione permanente, prevale sull'avvenire socio-culturale ed i suoi luccichii permanenti. L’interiore deve prevalere sull'esteriore, il principio sulla forma.

Tuttavia il ruolo della forma è di essere conforme al principio, ecco perché la Terra è molto stimata in Cina, sebbene incarna la forma del Principio. Si può supporre che il principio sia superiore, ma come si riflette nella forma, la conoscenza della forma conduce al principio, se è una conoscenza senza compiacenza. Il rispetto della natura gioca un ruolo fondamentale per avvicinarsi dei principi trascendenti dunque, poiché la natura è l'organo principale della Terra. Sebbene si possa porre i principi celesti più in alto dalle circostanze umane, il ruolo delle circostanze è di riflettere il principio. È indispensabile differenziare i processi naturali, conformi al principio, dai processi artificiali generati da un'incomprensione delle leggi naturali, dunque. La Terra, la natura, il corpo, non possono essere dimenticati sotto pretesto di cercare la luce verticale.

Il rapporto tra il Cielo e la Terra è commentato nelle dottrine filosofiche senza eccezione dunque. In fin dei conti c’è un solo sistema che esclude totalmente la Terra delle preoccupazioni della santità, è quello di Shankaracharya di cui Sri Aurobindo si è burlato gentilmente. Le grande rivelazioni indicano il Cielo come la sorgente dei principi, ma insistono sul ritorno all'anima della Terra, quando non sono pervertite ancora. Il Cristianesimo originario era molto pratico, e chiedeva un'abnegazione degna dell'insegnamento dei maestri indù.

Laozi, sebbene parla dello statuto metafisico dell'iniziato nel Tao-Te-Ching, non delimita il suo studio a testimoniare del non-agire : augura di vedere il non-agire essere praticato dagli imperatori, e concepisce dunque che la sua opera possa essere storicamente utile.

l vero Buddismo non fabbrica degli individui persi nella loro torre di avorio, permette di agire per il bene di tutti, ed affinché la compassione non sia una sterile identificazione a quelli che soffrono, chiede un impegno personale, una testimonianza "di verità", suscettibile di diminuire concretamente la sofferenza o di estirpare parzialmente le sue cause. Una molta bella religione, praticamente persa, il Jaïnismo, esaltava la liberazione del mentale ed il rispetto esauriente della vita, poiché era raccomandato di non uccidere niente, anche gli insetti. Lo Civaismo, molto vecchio, insiste sulla complementarità della vita e della morte, e dipinge una visione dell'uomo senza compiacenza, che spaventerebbe l'occidentale medio appeso alle sue comodità esistenziale. Ogni azione genera una conseguenza, e delle potenze esecutrice retribuiscono le azioni umane, distribuiscono le condizioni che si meritano per evolversi, che siano piacevoli o difficili.

Il giudaismo esoterico non si compiace nella liturgia, ma cerca il significato estremo dell'albero dei Sefiroti, per svelare le intenzioni divine e spiritualizzare l'esistenza a monte delle sole credenze. I culti sciamanisti, non pervertiti dalla magia nera, proclamavano la persistenza dell'anima dopo la morte, molto prima che gli avatari promettano il paradiso ai loro devoti, ed il Grande Spirito era venerato, a monte delle offerte agli antenati, per il dono della vita.

Il misterioso Egitto voleva manifestare di un uomo alzandosi al di sopra della Natura, capace di vivere la morte come una nascita, e tuttavia non ha smesso di realizzare concretamente delle opere grandiose, sulla Terra stessa, durante parecchie migliaia di anni.

La Grecia, per molto tempo, malgrado la qualità superiore dei suoi filosofi, non fuggiva verso le essenze invisibile, contrariamente ad un'opinione diffusa. Si preoccupava largamente dell'organizzazione dei rapporti umani, e le concezioni politiche per migliorare la città erano al'ordine del giorno.

Solo dunque il materialismo eccessivo, nato dall'era dell’illuminismo e che si è sparso attraverso il mondo con il colonialismo che si immagina che la ricerca spirituale o metafisica, (nel nostro contesto la via del non-agire), priva l'individuo di una vera incarnazione. L'incarnazione "orizzontale" fallisce, perché non è guidata dai principi superiori, celesti. La prova è recente, è il fallimento dirupato del comunismo, generato anche esso stesso del pragmatismo occidentale.




Capitolo 29




Chiunque governa il mondo per un'azione diretta,

secondo me augura l'insuccesso.

L'impero è troppo complesso per essere orientato.

Si sviluppa nell'abbandono.

Chi lo foggia lo brezza

Che vuole lasciarci la sua marca, lo perde.




A noi di riflettere sui movimenti della storia, artificiali, creati dallo spirito colto, come il comunismo che si è sparso all'Est, come il colonialismo che ha strapazzato tante cose, ed in particolare trasformato il viso dell'Africa che segue difficilmente le norme che l'Europa ha propagato nel suo immenso regno. Parimenti, il liberismo che consegue di una proliferazione anarchica dei prodotti di consumazione, non può solo, ciò è senza l'intervento di un cambiamento collettivo di mentalità, venire ad estremità dei problemi che egli genera continuamente per il suo proprio sviluppo. L'equilibrio del mondo riposa su un ritorno alla visione verticale dell'uomo, e se questo ritorno non si opera sufficientemente velocemente, i decenni che vengono vedranno dei chiarimenti farsi, per il tramite abituale delle calamità, focolari di guerra, invasioni, fallimenti economici di paese, di nazioni che sono altrettanti sistemi di regolazione necessaria per sottrarre l'umanità alle costruzioni del suo spirito, disastrose e separatrici.








La via è come il vento,

si allontana solamente per avvicinarsi,

si avvicina solamente per allontanarsi.




Il vento collega il Cielo e la Terra,

comanda al fuoco

che ha l'autorità sugli altri Elementi.




Stabilire, è fare attecchire il Cielo

Trasformare, è addomesticare la Terra




Una moltitudine di risposte pertinenti per una sola domanda,

è la causa della confusione, della fioritura, della libertà.




Una moltitudine di domande pertinenti

che hanno solamente una sola risposta,

è la causa dell'ordine, dell'unità celeste, della legge.







Commento della stanza 32




Stabilire è una tentazione permanente, ciò permette di definire delle strutture, di adeguarsi il tempo, di modellare il comportamento, di agire a lungo termine. La stabilità è rassicurante, sembra mettere dell'ordine nelle cose, sembra addomesticare i movimenti dell'essere. Ma ciò che è stabilito a partire dalla sola azione umana non saprebbe durare. Per fare attecchire correttamente qualche cosa, l'accordo del Cielo, la complicità dei principi è richiesta. L'azione umana si oppone a troppe azioni contrarie, è tributaria di troppe rivalità, di intrighi, per consolidare definitivamente un'autorità politica, morale, o religiosa. Ciò che dura s’impone veramente solo, senza che lo si aiuta e senza che lo si impedisce. Si può creare altrettante leggi che si vorrà, ciò che perdure, è il sentimento dell'onestà da molti individui, e quello dell'opportunismo da altri. Si può creare dei codici per rivestire le relazioni primordiali dell'essere col suo ambiente, e stringere il matrimonio in un insieme di convenzioni, ciò non favorisce né nuoce particolarmente all'amore tra due esseri. Si può mettere intorno al funerale ciò che si vuole di pompa, religione, e commemorazione, ciò non influisce in niente sulla posizione intima dello scomparso di fronte alla morte. La prospettiva di un bel sepolcro non fa sparire il timore di morire, e quello che non teme questo passaggio, si burla totalmente di ciò che gli altri faranno del suo decesso. Nella conformità totale alla via, non cerca niente di stabilire di se stesso.

A che cosa serve una nuova filosofia, dato ché il loro numero fuorvia e rende più spinoso la critica del reale. A che cosa serve stabilire una nuova educazione, se i genitori si nascondono di nuovo dietro i precetti per non ascoltare i loro bambini? A che cosa serve una nuova visione politica delle cose, se porta la discordia, e che tutte le energie visionarie sono occupate a combattersi al posto di presentire il vero futuro? In compenso, certe cose si stabiliscono di esse stesse perché non contrariano le inspirazioni universali degli uomini.




Sono delle vere vie che non possono sparire perché non cercano né a convincere né a persuadere. Portano su un cammino dove gli obiettivi sembrano dei capricci provvisori o dei capi a passare e superare. Le vie che attraversano i millenni senza sparire, anche se sarebbero pervertite, continuano di trasmettere delle verità splendenti che brillano ancora, una volte levigate. Si può condannare la perdita di senso, rispetto alla loro trascendenza originaria, la loro verticalità, ma questa perdita si manifesta in un guadagno orizzontale, la leggenda eroica, il mito fondatore, dove si attinge la linfa dell'identità collettiva. Ciò che persiste, è il più agile, là dove ciascuno si riconosce nella parola ancestrale. Nel Cristianesimo, è il perdono che attraversa i secoli senza esaurirsi, una nozione irrazionale che lascia sentire che certe sanzioni non sono prese contro quello che fa il male. Dio perdona, e visto che Dio lo fa, perché non noi ? Trasgrediamo forse una legge, ma aboliamo il passato con il perdono che ci dispensa di vendicarci se l'applichiamo, o ci dispensa di essere inseguiti, se si perdona a noi stessi. Si avrà un bel piagnucolare intorno all'episodio del calvario, forse immaginario, si avrà un bel colpevolizzare con un registro istituzionale di peccati, tutto ciò è solamente un gioco. La vita è agile, Dio è agile, Egli perdona.

Nella Kabbala, l'asse del rigore fissa le leggi del mondo. Ma esiste un asse della Misericordia.

Vedere che le azioni non sono diritte, è di pagare prima le loro conseguenze, poi liberarsi dalle cattive abitudini. Ciò che sembra punire, penalizzare, è solamente il segno di una correzione ad effettuare. Giungendo alla legge dell'essere, alla sua propria direzione cosmica e spirituale, si intende meglio con le leggi, e meno di sanzioni ricoducono all'ordine. Ma per scoprire ancora questa legge interiore, proprio ad ogni individuo, bisogna considerarsi come tale, afferrare la scommessa della sua esistenza rispetto al Tutto, senza limiti.

Se il Tutto non è afferrato da alcune folgoranti intuizioni come una realtà superiore a se stesso, non sarebbe che per l'evidenza che è il Tutto che ci ha prodotto, non c'è medio di accordare del credito al non-agire, non c'è motivo reale per rinunciare alle sue proprie prerogative violente, appassionate, reazionali, emozionali, fermate, testarde, conquistatrici, coercitive. Tutto si gioca in un sguardo che si dà alle stelle, ed accetta di ascoltare e di vedere prima di parlare e di decidere.







Capitolo59




Per governare gli uomini conformemente al Cielo,

è la moderazione che è necessaria.




Aprirsi alla moderazione, è volgersi già verso il Principio senza Nome,

e ricevere l'efficace dell'azione autentica.

Raccogliendo l'influenza conforme al Cielo

il trionfo naturale sinstalla.

Quando tutto è possibile i limiti si sfumano,

e quando spariscono il mondo è posseduto.

Chi conosce la madre del mondo,

rimane per il potere del perfetto equilibro.

Dico che è una radice nascosta dovunque,

piantata nell'immutabile,

il principio di ciò che rimane e di una visione

che non si smussa.




Versetto generalmente incompreso, profondamente alterato che mostra il varco dello spirito individuale verso la realizzazione cosmica, per l'inevitabile partenza della moderazione, propizia per scoprire il non-agire. Moderazione deve essere compresa come una forma imperfetta di non-agire, suscettibile di contenere l'energia, le passioni, gli straripamenti, gli eccessi, e di permettere così il ritorno dello spirito naturale, ma nessuno termine traduce correttamente questo concetto.




La sola cosa proprio invalsa, è questa madre del mondo, principio sottile della Materia dove tutto è in equilibrio, il manifestato accordandosi allo non-manifestato, lo Yin che si accorda allo Yang, senza tensione, senza lacerazione, in un'espressione trascendente dove il fermo ed il malleabile sono unite, appena differenziati uno dell'altro. Là le cose sfuggono ai contrarii. Si può considerare che è il Sé che scioglie gli opposti, o un'azione non-efficiente, anteriore alla vita, e dove la vita si aggrappa per creare molecole e specie.

È una trama sulla quale il movimento rimbalzerebbe per creare la fantasmagoria della creazione, di dove si spiegherebbero simmetricamente il fermo che tende alla rigidità ed il malleabile che tende a sciogliere ogni forma. Sono indissociabili. L'uomo si affeziona al fermo, al duro, per fare rispettare dei principi, consolidare l'autorità, preservare le sue prerogative, e controllare gli esseri e le istituzioni. Ma nel grande movimento del tempo, il fermo è annientato senza tregua, appena è troppo rigido. I fossili finiscono per sciogliere. La rigidità è un'illusione, tutto cambia, tutto si adatta, tutto si trasforma. Il femminile comanda, l'agilità trionfa.




L'apparente rigidità dell'induismo tiene alla precisione delle sue nomenclature. Tutto è gerarchizzato, i corpi dell'uomo, embricati uni negli altri, gli stati di coscienza, i mezzi per giungere alla liberazione, la qualità delle offerte, breve, tutto è passato al vaglio, tutto è definito e classificato, dal turbamento metafisico dell'adolescente fino alla realizzazione supremo Satchitananda, più alto del Brahman, impersonale e statico, più lontano del parabrahman di cui è così difficile ritornare tanto il suo vuoto annega lo spirito fuori dalla vita, più preziosi di Ishvara, il Signore. Tutto questo repertorio mistico, comprendendo dei, centinaia di schedari di pratiche devozionali o illuminante, passa alla posterità sostenuto dalla mollezza stessa dell'anima indiana, convinta che è inutile volere sfuggire Dio: Egli vi ricupera un giorno o l'altro. Poiché tutto conduce all'ineffabile Divino, poiché migliaia di cammini sono descritti, tanto lasciarmi andare a vivere, tanto scegliere per civetteria un cammino che mi priva di tutti gli altri. Crederò perché merito il mio proprio cammino, non crederò, perché si equivalgono tutti. L'agilità dello spirito indù si svela infine, Così Dio mi ha creato, mi ha dato la mia ignoranza, la mia pigrizia, la mia noncuranza, la mia fantasticheria, a Lui di districarsi con la mia esistenza, è inestimabile qualunque cosa faccia. Sono già la Sua briciola, è Egli che si sbaglia in me appena non mi ispira più... Basta pensare continuamente all'ineffabile, e la via si avvicina sola, senza sforzo, senza merito particolare. Una consacrazione totale al Divino, senza sapere ciò che è, ma accettando di seguire la pendenza dello spirito naturale, conduce alla realtà. Il Bhagavad Gîtâ attraversa i millenni senza colpo ferire. Tutte le sue prescrizioni fastidiose ed autoritarie, ferme, maschili, sono rovesciate nel diciottesimo canto :




Prendendomi per scopo supremo, abbandonami nel tuo pensiero cosciente tutte le tue azioni; abbi ricorso allo Yoga dell'intelligenza e mantieni costantemente la tua coscienza fissata in me.




Le azioni "abbandonate" al signore supremo sono delle offerte sincere al Principio trascendente. Importo poco finalmente che siano fondamentalmente buone o un po' cattive. Sono approssimative, umane, effrazione mescolata di errore o di inesattezza, certamente esagerate o troppo deboli, ma "sono abbandonate." Come nel Taoismo, sono il Cielo e la Terra che hanno un diritto di sguardo sulle azioni umane, sono i principi che li giudicano alla luce dei loro propri criteri. Il nostro modo di giudicare i nostri propri atti, è difettoso. Si vanta di atti cattivi che possono sembrarci buoni, perché abbiamo attribuito loro un significato positivo (ambizioni, riuscite, ecc...) e si lamenta di atti realmente buoni, del punto di vista del Tutto, che sembrano a noi cattivi rispetto alle nostre tabelle strette ed arbitrarie. Di numerosi scacchi sono il trionfo dello spirituale, di numerose sofferenze manifestano un'inspirazione senza limiti, e degli errori drammatici, di un punto di vista soggettiva, sono stati decisi dai poteri superiori, ancora sconosciuti, per rivelarci a noi stessi altri possibili.

Lo Zen, che può sembrare anche talvolta rigido, a causa dei colpi di bastone, obbliga ad una disciplina di cui non ci ha niente da aspettare, ciò che costituisce un paradosso insormontabile per la maggior parte degli spiriti occidentali. Che si puo utilizzare l'azione per non sapere dove si va, pure presentendo che è la direzione che viene all'incontro di quello che agisce, è troppo paradossale, per il mentale occidentale. L'azione deve condurre "da qualche parte", l'inoperosità deve condurre "da nessuna parte." È in qualche modo una deformazione genetica che ha contribuito largamente allo sviluppo della supremazia economica della razza bianca, da alcuni secoli.

Ma il messaggio della superiorità dell'agilità passa ugualmente in tutte le civiltà perché attraversa lo spirito colto, e si rivolge direttamente allo spirito naturale ed all'anima. Il sacrificio di Gesù è odioso. Il migliore degli uomini soffre il martirio. È ingiusto. Ma ciò non lo è più, appena questa ingiustizia, la peggiore di tutte, sbocca sul perdono universale. Ed il perdono, è la disfatta della legge, il trionfo dell'agilità, del femminile, della debolezza. Il perdono, è un castigo giusto che non si applica, uno strappo colossale alla legge di causa ad effetto che scuote tutte le convinzioni, e spintona tutte le morali.




Il Buddismo che potrebbe sembrare fisso per le sue pratiche e rigido per il suo scopo secco e definito, raggiungere il vuoto, menziona continuamente la compassione dei grandi fondatori, Amitaba, Avalokiteswara che animano il Buddismo per permettere agli esseri di liberarsi dal dolore. Dio è assente della dottrina, ma presente nei fatti: l’illuminazione, oltre il piacere personale che procura, permette di diventare Boddisatva, e di aderire infine a questo statuto meraviglioso di agire concretamente per il bene di tutti, senza potere sbagliarsi. Il distacco, la purezza, permette che l'azione altruistica sia liquidata veramente: non di paternalismo, non di condiscendenza, non di civetteria, non di narcisismo di fare il Bene per sedurre Dio, stranamente assente del dogma. L'agilità, la bontà, il femminile, o l'idea di aderire piuttosto che dividersi, sostengono l'ideale buddistico, internamente, mentre l'esterno appare maschile, freddo, secco, rispetto al lirismo vicino dell'induismo, dove l'adorazione chiude tutti i dibattimenti, e rispetto alla spontaneità del Cristianesimo, dove amore, carità, perdono, trasfigurano le leggi, le morali, i doveri.

Il fondo esoterico è agile, femminile, insondabile, dovunque. La legge suprema è di abbandonare le leggi inventate, di ritrovare l'ordine che preesiste all'uomo ed al suo clan. La forma exoterica, dovunque, è severa, contraddittoria, mascolina, autoritaria. Si tratta di fare rispettare dei principi che si rivelano presto inutili, appena l'essere è sufficientemente maturo per comprendere la posta della sua vita. Fuori, perché lo spirito colto l'ha ricuperato, la rivelazione è falsa, obbligatoria, morta, colpevolizzante, ivi compreso dai falsi taoista che non comprendono ciò che fanno imitando Laozi. Dentro, nel suo cuore, la rivelazione si burla dei principi, dei riti, delle pratiche, dei doveri, e pone la vera domanda, l'unica: in quale scopo credere o non credere, fare il bene piuttosto che il male, cercare la via piuttosto che l'intrigo?

Se siamo pronti ad abbandonare la nostra esistenza al Principio, a Dio, tutto è permesso. Se l'abbandono non ha luogo, è lo spirito colto che cerca di ricuperare delle idee cosmiche, per planare più alto, è l'ego che cerca di allargarsi senza rinunciare a sciogliersi, e qualsiasi che si compisca, il non- agire si sottrae :







Capitolo 20



Lo spirito volgare accumula di numerosi scibili,

mentre io sono privato,

e sono come ignaro,

essendomi purificato fino all'innocenza.

Ciascuno sembra pieno di luce e mi sembro oscuro.

Gli altri curiosano e si affaccendano con vigilanza.

Io resto concentrato in me.

Indeterminato, come le acque senza limiti,

galleggio continuamente.

Gli altri sono ricchi di talenti

mentre il mio atteggiamento sembra limitato e candido.











Un solo albero per migliaia di frutti,

è l'immagine del principio e della forma,

un solo saggio e dei migliaia di ignoranti,

è l'immagine del principio e della forma.




Il saggio ha scoperto il suo principio partendo dalla sua forma.

È il frutto che darà un nuovo albero.

L'ignorante rimane nella forma,

egli è il frutto di cui i semi si perdono.




Cercare senza cercare, tale è l'estremo consiglio.

Scoprire senza inventare, l'estrema legge.

Creare senza materia, l'estrema espressione.







Commento della stanza 33




L'illuminazione che rivela il non-agire da l'impressione di contenere in sé tutti gli esseri. Nonostante i loro comportamenti aleatori e pieni di errore, rispetto a quelli del saggio, gli esseri che partecipano dello spirito colto - questa abbondanza che non riempe l'anima - sono percepiti come le forme del principio, perché è egli che crea e mantiene in equilibrio tutto ciò che esiste. Il segreto del saggio che non disprezza più, non giudica più, e si sente simile a tutti, non proviene da una straordinaria prodezza, o di un'abilità truccata. È la visione stessa del principio che mostra che gli esseri ne fanno integralmente parte, anche se essi non ne hanno nessuna idea, o anche se si ci collegano con le goffaggine oscure delle superstizioni e delle istituzioni.

Questa visione è così inattesa che è inspiegabile in termini mentali. Dopo essersi allontanato da tutti, mediante la ricerca esclusiva del principio, una concentrazione non ossessiva, disinvolta, su suo proprio cosciente, il saggio, al massimo del suo allontanamento, guadagna l'illuminazione e si scopra allora identico a tutti. Sebbene non possa manifestare realmente di questa identità, perché è passato al di là dello spirito colto, nella grande sorgente, s’identifica senza sforzo a tutti, comprende i loro movimenti mentali, le loro passioni, le loro ambizioni, i loro sogni, come altrettanto di preliminari vari all'illuminazione.

Meglio, è perché non sono ancora nel non-agire che gli "uomini" si ostinano ad agire, complottare, stabilire falsamente, criticare, discutere, ecc... Gli uomini sono forme del principio che spiegano il principio nei suoi prolungamenti esterni, siccome i frutti manifestano l’essenza dell'albero. Ma rimangono allo stato di frutto, corruttibili ed effimeri, mentre il saggio è differente. È un frutto che ha riconquistato il principio che è diventato identico all'albero che non può morire più.

Egli è anche suscettibile di indicare la via ai frutti che passano, preoccupati di esprimersi. Alla fine dell'espressione di se stesso, quando tutto è stato detto, un'insoddisfazione si fa giorno: non esprimere l'universo intero, non esprimere il principio all'origine del Cielo e della Terra, e che si confonde con la loro unione indefettibile.

È questa insoddisfazione che fa tacere il movimento proiettivo di sé verso l'esterno, e che è solamente una risposta ai modelli circostanti, ai valori del tempo, del ambiente, della razza. Quando gli specchi non funzionano più, quando l'identità personale non cerca più di stabilirsi sulle credenze in voga e le mode competitive, lo spirito coltivato si sfiata, rifluisce, lascia il posto ad un'immobilità passeggera che ritorna ed s’installa fino a cambiare i desideri del mentale.

Lo spirito colto non può lodare i meriti di questa insoddisfazione senza negarsi, non può esaltare il silenzio, l'abbandono dei riti e delle istituzioni senza favorire la sua propria perdita. I filosofi notari sono degli uomini di mondo, lontano dalla via, e che ne parlano soltanto per acquistare prestigio. Essi sono anche prigionieri dello spirito colto, poiché non hanno ammesso che le parole, riguardo alla via, rispeto al non-agire, sono come i semplici uccelli che passano. Si può godere di guardare il loro volo, ma è inutile prevedere dove si porgeranno.

Le parole hanno un senso nel momento in cui sono dette, sono dei momenti tra altri momenti, ma attribuirle un'importanza particolare è pericoloso. Tutte le parole si equivalgono, quando manifestano l'azione, il desiderio dell'uomo, la sua proiezione permanente per impossessarsi delle cose, del tempo, del potere, del piacere.

Le parole che provengono dal non-agire, al contrario, non fanno brillare di bersagli a raggiungere, non decantano nessuna qualità umana stimata dalla società. Notano che una qualità sconosciuta o quasi, l’oblio di sé, porta tutti i successi, il principale che è quello di raggiungere la via.

È un tale paradosso che bisogna sperimentare se stesso ciò che comporta, per cominciare a comprendere ciò che questo cammino genera.




Capitolo 10 del Tao-Te-Ching



Puoi unire nell'unità la tua anima spirituale

ed il tuo soffio corporale

senza che possano separarsi?

Sai attingere nell'aria il suo alimento

per ritrovare il respir del poppante?

Pulendo lo specchio oscuro, ne puoi sopprimere le macchie?

Puoi amare tutti

e puoi governare lo stato senza agire per te stesso?

Lasciando aprirsi e chiudersi gli organi dei sensi

sai ritrovare in te stesso il femminile?

Aderendo all'insieme delle cose,

sai fare cessare l'azione dello spirito?

Tale è il metodo dell'azione conforme al Principio eterno.




Il femminile che può essere ritrovato è per definizione simile allo Yin primordiale.

Lo specchio oscuro è la coscienza obiettiva.




Capitolo 6




Ciò che scende non muore naturalmente mai,

è il segreto dell'oscurità femminile.




Quando si apre la femmina tenebrosa,

il Cielo e la Terra prendono radice



Non si affatica tessendo eternamente,

e la sua azione incessante non la stanca mai.




Il non-agire è impossibile da praticare se la ricettività è deficiente. È essa che permette di vedere il segreto della produzione degli esseri, produzione tenera, ininterrotta, inesauribile. È quando il fermo s’immischia di intervenire ripidamente, che la Creazione crea dei conflitti. La prima fermezza è l'accanimento delle specie a sopravvivere per qualsiasi mezzi. L'uomo potrebbe liberarsi di questa eredità cosmica conflittuale, delle dualità primordiali, riconciliando lo Yin e lo Yang, per tutti i valori inerenti al non-agire. Se sapeva bene difendersi pacificamente, al posto di attaccare, molte cose sarebbero risolte. (Capitolo 69 A)

Il non-agire è così inclusivo che non c'è condiscendenza né anche senso di superiorità quando il saggio rievoca l'ignorante. Si tratta di un statuto umano che bisogna bene differenziare di quello del saggio, siccome è inevitabile opporre, per esempio, l'uomo e la donna. Non c’è necessariamente gerarchizzazione nel sentimento del taoista. Quello che si abbandona alla via si sottrae allo spirito colto, e guadagna la visione del Cielo e della Terra, sente che è differente dell'uomo legato alle prerogative del desiderio, dell'ambizione, del potere, del prestigio, della ricchezza. Là dove gli altri si ostinano a diventare, egli si attacca a ritornare, a risalire verso il principio.

Diventato profondamente altro, differenzia i comportamenti sociali che fondano l’agire, l'orgoglio, la sufficienza, dai comportamenti ispirati dal non-agire che fonda l’oblio di sé, l'umiltà, la semplicità.

Il saggio va a controcorrente, come un frutto che vorrebbe essere non solo un frutto, ma rappresentare l'albero intero, facendo rifluire la sua linfa verso i rami, il tronco, le radici, per comprendere di dove viene. Il saggio rifluisce verso l'oscuro, accetta l'assenza preliminare di luce, tenebre naturali che i riti negano con veemenza, perché la paura del nero è iscritta profondamente in ciascuno. La materia, e dunque il corpo umano, è questa femmina tenebrosa che si apre per la nascita dello spirito, nella semplicità e l'inerzia totale.

Lo spirito colto moltiplica i miraggi brillanti dove ciascuno può investire la sua energia psichica, per nascondere l'oscurità fondamentale dello spirito.

Quale errore! È andando verso l'oscurità che essa si ispessisce, poiche è attraversata, attraversata interamente perché è stata riconosciuta, accettata. E questo principio è ancora vero nel più alto yoga, lo Yoga sopramentale, dove la luce dorata si raggiunge quando il blocco di granito nero, l'incoscienza originaria, siderale, illimitata, è stata percorsa fino al fondo, nel sonno cosciente di cui i sogni trasformano l'evoluzione. Al fondo, Una divinità sonnecchia, l'uomo futuro.




Socrate lo diceva già: tutto ciò che so, è che non so niente.

Una disponibilità totale, un ascolto esauriente, vale mille volte meglio, per raggiungere la via, che un arsenale di principi legati che devono respingere continuamente le notizie che non concordano con essi. Lo spirito colto è settario, ha delle cose a difendere.

Lo spirito naturale non ha niente da difendere, per lui certezze ed incertezze sono degli uccelli che volano in senso contrario.

Le parole volano, non hanno necessariamente senso fuori dai momenti che li producono, e questi momenti sono spezzettati, piccoli, chiusi. Sono prodotti dalla Cultura che divide tutto in categorie, dà maggior risalto a ciò che gli è utile, denigra ciò che non gli serve. Sono le qualità stesse del saggio che la cultura smentisce: a che cosa può servire quello che si allontana da tutto, e non sa trasmettere il suo scibile, mentre pretende conoscere "la grande immagine?"

Il saggio risponde solamente: a che pro l'azione umana, ciò è l'accanimento, se questa azione non è conforme al principio? È errore, passione, un buco nell'acqua, e sorgente di conflitto.

Il solo intervento possibile riflette l'ordine del Cielo e della Terra che non si immischia direttamente di ciò che ciascuno fa. Il saggio enuncia la sua differenza, denuncia senza acrimonia né superbia l'azione colta, riconosce parecchi statuti di intelligenza, e si scusa quasi di essere alla cima, quando gli altri sono sotto.

È là l'ordine delle cose. È meglio per il saggio di essere un saggio, ma è meglio forse per un ignorante di essere ignorante. È l'agilità senza limiti, l’oblio di sé supremo.

Solo il caso dell'imperatore è trattato da un modo speciale, e là, il filosofo augura che quello che governa pratichi il non-agire, per garantire il benessere di tutti.

È un proselitismo semplice, senza fare effetto, qualche cosa a dire che si orna con sensi molteplici. Si può vedere un insegnamento politico, o semplicemente un simbolo. In Cina, l'imperatore è il riflesso del Cielo, o suo figlio, e questo apparterrebbe dunque a lui, in ogni logica, di essere il primo a praticare la via del non-agire che è conforme al principio.





L'insegnamento segreto di Laozi Lo scopo di questo libro è di permettere a tutti i ricercatori di apprezzare le analogie intime tra i Taoismo, il Buddismo Zen, gli insegnamenti primordiali, trasportati attraverso il Tibet verso la Cina e l'India con forme differenti.




Non possiamo smettere di avanzare. Spinto dall'evoluzione fino al sopramentale che non so sempre come chiederlo, mi capita di avere la nostalgia del tranquillo, o di questa vita passata in Cina a fondare il Taoismo.

Ma quando la grande Pace ritorna, mostra il procedimento: è più facile collaborare all'evoluzione anche con gli ostacoli innumerevolipiuttosto che opporsi a essa o burlarsi ne cercando di abolirli.

Niente è più prezioso di questo capovolgimento di credenza, e questo libro vuole fornirlo o farlo attecchire.




Natarajan